Noi adulti, quando ci rapportiamo ai bambini, li pensiamo e li definiamo “infantili”, “ingenui”, “puerili”, “sprovveduti”… li guardiamo con benevola commiserazione nel mentre che pensiamo, tra noi: «Oh, piccolo mio, quante cose che devi ancora imparare, per diventare grande!»
Beh, diciamocela tutta: la nostra adulta superiorità nei confronti del mondo infantile è un ennesimo segno della profonda ottusità che, a noi “grandi”, ci ammorba l’animo. Ormai insensibili alla loro tenera spontaneità, alle loro giocose fantasie, ai moti di spirito che consideriamo illogici e un po’ sciocchi – «Son cose da bambini, eh!» – non ci rendiamo più conto che è in quella visione del mondo apparentemente elementare ma invero genuina, originale, autentica, priva di qualsivoglia bieco conformismo, pura d’una purezza antropologicamente primigenia, per così dire, che può stare la verità delle cose del mondo stesso, ben più che nelle nostre sovente boriose convinzioni. Crediamo ancora di dover educare i bambini a diventare adulti imponendo loro di perdere, come prima cosa, l’atteggiamento giocoso e infantile, e non capiamo che invece non si sarà mai del tutto adulti, e in senso virtuoso nonché proficuo per sé stessi e per il mondo con cui interagiamo, se non sapremo restare almeno un poco bambini: nell’animo, nello spirito, nel cuore, nello sguardo verso quel nostro mondo. Non comprendiamo più, insomma, che se per certi versi i bambini devono imparare molte cose dagli adulti, gli adulti dovrebbero finalmente tornare a imparare molto anche dai bambini: molto di ciò che, appunto, si è perso lungo il corso della vita nel passaggio dai primi anni di vita fino alla cosiddetta maturità – termine spesso usato proprio in contrapposizione a quanto fa riferimento all’infanzia, tanto quanto viene utilizzato fuori luogo e senza giustificazione.
Sono più che convinto che molta parte delle cose peggiori che presenta il mondo – guerre, violenze, integralismi, prepotenze, diseguaglianze, iniquità, ingiustizie, intolleranze, scontri d’ogni sorta e ogni altra cosa del tristemente ricco campionario umano in tema – sia proprio dovuto all’azione di adulti che hanno totalmente perso il loro lato fanciullesco, che hanno negato a sé stessi l’esigenza di restare per tutta la vita un po’ bambini, privandosi del privilegio di godere della loro spontanea e naturale sensibilità oltre che del senso antropologico del gioco, della fantasia, della creatività, dell’immaginazione e dell’istintività.
Ugualmente, sono di contro convinto che se l’umanità avesse saputo conservare la propria parte fanciullesca, a quest’ora non saremmo arrivati al punto in cui siamo ma ben più avanti. Non avremmo soltanto raggiunto la Luna avendo Marte come meta ancora troppo lontana, non avremmo solo gli aerei e le navi che abbiamo, le città, le case, i computer o i telefonini. No, avremmo molto di più: saremmo già arrivati su sistemi stellari lontani a bordo di astronavi a forma di fette di torta con propulsione a zucchero; avremmo il teletrasporto che si attiva con l’interruttore della luce di casa e telefonini capaci di farci parlare con gli animali, avremmo robot domestici di peluche, macchine velocissime senza volante né ruote che non possono causare incidenti e biciclette in grado di volare; i diverbi internazionali li risolveremmo a chi mangia più caramelle che però non farebbero male, non ci sarebbe l’inquinamento né scorie nucleari perché ricaveremmo l’energia dal moto del pensiero e guariremmo le malattie più gravi mangiando buonissimi lecca-lecca medicamentosi privi di controindicazioni. E in TV ci sarebbero solo programmi di pupazzi animati… – oh, beh, in effetti è già così, anche se quei programmi sono tutto fuorché divertenti e intelligenti!
Insomma: vivremmo in un mondo migliore, più sensibile, più aperto e divertente, consapevoli di poter essere sempre liberi perché dotati della più grande e assoluta libertà a disposizione: la fantasia.
Quindi, quando un bambino ci dice qualcosa o ci pone una domanda all’apparenza ingenua, ridicola e senza senso, proviamo a rifletterci sopra qualche attimo di più. Chissà che, in questo modo, non comprenderemo di essere noi adulti gli ingenui e i ridicoli, e che è la nostra vita così piena di futilità ma vuota di autentica creatività ad essere senza senso ovvero insensata. Vedendo come va il mondo forse ci dovremmo arrivare da soli, ma evidentemente noi “grandi” non ne siamo più capaci.
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Solo i bambini possono comprendere verità e bellezza (Albert Einstein dixit)
Lo studio e la ricerca della verità e della bellezza rappresentano una sfera di attività in cui è permesso di rimanere bambini per tutta la vita.
(Albert Einstein, messaggio manoscritto, firmato e inviato ad Adriana Enriques, ottobre 1921.)
Einstein, da quel genio assoluto che fu, capì perfettamente e seppe perfettamente mettere in pratica l’evidenza che se si è capaci di mantenere viva e attiva la curiosità che solo i bambini hanno, allora molte cose del mondo altrimenti sfuggenti, ignorate o nascoste potranno venire alla luce, ed essere scoperte, studiate, comprese. Che si tratti di scienza, filosofia (la verità, appunto), o arte e tutto quanto ad essa riferibile (la bellezza).
Perché non si finisce mai di imparare a questo mondo, nel quale c’è d’altro canto sempre qualcosa di scoprire di vero e di bello. Peccato che l’uomo, da adulto, spesso non se ne renda più conto come quando è bambino.
Perché il futuro del nostro mondo dipende (anche) dai libri e dalla lettura (da una “lectio magistralis” di Neil Gaiman)
Da tempo Neil Gaiman è diventato uno dei più noti e fervidi ambasciatori dei libri e della lettura, attraverso interventi pubblici sempre intensi e sovente illuminanti.
Come quello tenuto il 14 ottobre 2013, quando la Reading Agency, un’agenzia no profit del Regno Unito che si occupa di promuovere la lettura e l’alfabetizzazione, ha invitato lo scrittore a tenere una lectio magistralis sull’importanza delle biblioteche, della lettura e dell’immaginazione, in particolare per giovani e bambini. L’intervento, che si è tenuto nella sede londinese dell’istituzione, è stato poi ripreso da molti giornali – in particolare da un lungo articolo del Guardian – mentre in questo caso il brano che vi voglio proporre lo traggo dal sito fumettologica.it, che vi ha dedicato a sua volta un articolo (firmato da Donato Sambugaro) che di citazioni della lectio magistralis di Gaiman ne contiene molte altre, con relative considerazioni.
Il brano è in buona sostanza la parte finale dell’intervento dello scrittore inglese, nella quale egli indica gli “obblighi” ovvero i doveri (in verità piaceri intensi) che tutti noi – lettori e scrittori – dovremmo mettere in pratica affinché il mondo e la sua civiltà non possano e non debbano fare a meno dei libri, per non sprofondare in una condizione di barbarie culturale, intellettuale, sociale e quant’altro inesorabilmente letale.
I libri sono il modo in cui comunichiamo con i morti, il modo da cui impariamo lezioni da coloro che ci hanno preceduto. Io penso che abbiamo delle responsabilità verso il futuro. Tutti noi – come lettori, come scrittori, come cittadini – abbiamo degli obblighi. Ho pensato di elencarne alcuni qui.
Abbiamo l’obbligo di leggere per piacere, in privato e in pubblico. Se leggiamo, o se altri ci vedono leggere, impariamo, esercitiamo la nostra immaginazione. Mostriamo che leggere è una cosa buona.
Abbiamo l’obbligo di sostenere le biblioteche. Di usare le biblioteche, di incoraggiare altri a farlo, di protestare per la chiusura delle biblioteche. Se le biblioteche non vengono valorizzate, si silenziano le voci del passato e si danneggia il futuro.
Abbiamo l’obbligo di leggere ad alta voce per i nostri figli. Di leggergli cose che gli piacciono. Di leggergli storie di cui noi ci siamo già stancati. Di fare le voci, di renderle interessanti, di non smettere di leggere solo perché sanno leggere da soli.
Abbiamo l’obbligo di usare la lingua. Per metterci alla prova, per scoprire cosa le parole significano e come utilizzarle per comunicare chiaramente. Non dobbiamo provare a congelare il linguaggio, a farne una cosa morta e da riverire. Dobbiamo usarlo come una cosa viva, che scorre, e permettere ai significati di cambiare con il tempo.
Abbiamo un obbligo noi scrittori, e soprattutto noi scrittori per bambini. L’obbligo di scrivere cose vere, particolarmente quando creiamo storie di persone che non esistono in luoghi immaginari: per far capire che la verità non è ciò che accade ma ciò che ci dice qualcosa su ciò che siamo. Dopotutto, la narrativa è una bugia per raccontare la verità. E mentre dobbiamo dire ai nostri lettori cose vere, e dare loro armi e armature, e trasmettere quel poco di saggezza che abbiamo guadagnato nella nostra breve esistenza, abbiamo l’obbligo di non fare la predicare o la ramanzina, di non spingere giù a forza nella gola dei nostri lettori bocconi premasticati di moralità, come fanno gli uccelli quando danno le larve ai loro piccoli. E abbiamo l’obbligo di non scrivere mai per dei bambini, mai e in nessuna circostanza, qualcosa che non vorremmo leggere noi stessi.
Abbiamo l’obbligo di capire che come scrittori per bambini il nostro lavoro è importante, perché se facciamo male il nostro lavoro e scriviamo libri noiosi che allontanano i bambini dalla lettura, abbiamo sminuito il nostro e il loro futuro.
Abbiamo l’obbligo – noi tutti, adulti e bambini, scrittori e lettori – di sognare a occhi aperti. Abbiamo l’obbligo di immaginare. È facile far finta che nessuno possa fare niente per cambiare il mondo, che la nostra società sia enorme e che gli individui non contino nulla. Ma la verità è che gli individui possono cambiare il loro mondo, gli individui danno forma al futuro e lo fanno immaginando che le cose possono essere diverse.
Abbiamo l’obbligo di rendere le cose belle. Non lasciare il mondo più brutto di quanto lo abbiamo trovato, non svuotare gli oceani, non lasciare i nostri problemi alle generazioni future. Abbiamo l’obbligo di pulire dopo il nostro passaggio, e non lasciare ai nostri figli un mondo che in maniera miope abbiamo incasinato, deprivato, menomato.
Abbiamo l’obbligo di dire ai nostri politici cosa vogliamo, e di votare contro i politici – di qualunque parte siano – che non capiscono il valore della lettura nella creazione di cittadini consapevoli, e che non vogliono agire per preservare la conoscenza e incoraggiare l’alfabetizzazione. Non è una questione politica, è una questione di umanità.
Ad Albert Einstein fu chiesto una volta come fosse possibile rendere i bambini più intelligenti. La sua risposta fu semplice e geniale: “Se volete che un bambino sia intelligente leggetegli delle favole. Se volete che diventi più intelligente, leggetegli più favole”. Aveva capito il valore della lettura e dell’immaginazione. Spero che potremo dare ai nostri figli un mondo in cui leggeranno, e saranno letti, e immagineranno, e capiranno.
(P.S.: l’articolo completo pubblicato da fumettologica.it lo trovate anche qui.)