Luce, colore, suono, Tiziano Milani, Jorrit Tornquist (e io!)

È veramente un grande privilegio, per me, fare (pur piccola) parte di LIGHT + COLOR + SOUND (music for Jorrit Tornquist’s exhibition), l’opera musicale di Tiziano Milani appositamente composta per gli 80 anni di Jorrit Tornquist, architetto/artista (e non solo) tra i più importanti in Europa (e non solo!) e per la mostra che ha celebrato il genetliaco, allestita presso la Galerie Leonhard di Graz, città natale di Tornquist. Un privilegio perché in primis lo è sempre la collaborazione con Tiziano Milani, uno dei musicisti sperimentali italiani più apprezzati in assoluto (che devo ringraziare di cuore per avermi coinvolto nel progetto), e perché grazie a ciò ho potuto conoscere e studiarmi il lavoro di Tornquist, vero e sorprendente crogiuolo di arte, architettura, scienza, filosofia, psicologia in forma di opere artistiche – ma tale definizione risulta inevitabilmente limitata, posto quanto appena evidenziato.

Ho cercato dunque di avvicinare e mettere in contatto i due mondi, quello sonoro di Milani e quello visuale di Tornquist, entrambi dotati di “colore” nelle numerose accezioni del termine, cercando – per quanto consentito dalla necessaria concisione di un testo dedicato alla copertina di un CD – di mettere in luce (termine quanto mai consono) le comuni peculiarità e le similari percezioni che, più o meno consciamente, il fruitore delle opere (CD incluso) si ritrova a cogliere:

LIGHT + COLOR + SOUND (music for Jorrit Tornquist’s exhibition) è pubblicato da Setola di Maiale: cliccate sulle immagini delle copertine del CD per visitare il sito web e saperne di più sull’opera oltre che, ovviamente, per acquistarla!

Si può visitare un “Sogno”? Sì: salendo sul suo “Colle”, domenica 18 marzo!

Questa prossima domenica 18 marzo, dalle ore 14.30, tornerò a farvi da guida alla bellezza, alle peculiarità storiche e architettoniche, al fascino e al Genius Loci di Colle di Sogno, uno dei più bei borghi di montagna delle Prealpi lombarde, autentico piccolo/grande tesoro di cultura capace di narrare una storia poetica che sa coinvolgere chiunque. Camminando tra le vie del borgo, immersi nel suo incanto di pietra e di legno quale fulcro di un paesaggio naturale sublime e maestoso, vi racconterò una storia fatta di tante storie, di genti, animali, alberi, usanze, tradizioni, emozioni, percezioni, di un’identità che è la personalità del Genius Loci di un luogo così potente e peculiare. È l’ecostoria – ovvero la storia impressa e narrata direttamente dai luoghi, più che sui/dai libri – di un forte legame tra l’uomo e il paesaggio costruito lungo i secoli e tutt’oggi ben presente, nonostante lo spaesamento generato da un progresso che dei luoghi come Colle di Sogno ha troppo spesso ignorato la cultura fondante. Ma la resilienza è in atto, e trova la più solida base proprio nella bellezza del luogo e della sua storia: in fondo, averne conoscenza, comprenderne il valore, entrare in essa e fare in modo che il luogo entri in chi lo visita e lo conosce, è la migliore, reciproca forma di salvaguardia e di godimento di quella bellezza. Che può salvare il mondo, appunto: proprio come sancì il dostoevskijano Principe Myškin – ma pure, più pragmaticamente, come può sancire chiunque visiti Colle di Sogno!

Cliccate qui accanto sulla locandina dell’evento – a dir poco eccezionale, visto che vi consentirà di mangiare ottime caldarroste in piena primavera! E in quale altro posto al mondo le potere trovare? – in cui la visita al borgo è inserita per saperne di più, e mi raccomando: non mancate! Sarà l’occasione per la scoperta e la conoscenza di un luogo che vi resterà nel cuore, ne sono certo!

8 Marzo. O forse no.

È l’8 marzo, è la festa della donna. Pare che tutti festeggino, che tutti celebrino l’altra metà del cielo, si proferiscono tante belle parole, in TV passano servizi encomiastici, si celebrano obiettivi raggiunti, si rinnovano promesse, si rivendicano nuovi o ulteriori diritti.

E poi leggi (sull’edizione locale di Repubblica) che dopo quasi 40 anni di attività chiude la Libreria delle donne di Firenze. La “Cooperativa delle Donne”, che gestiva la libreria aperta proprio il giorno 8 marzo del 1980, è stata messa in liquidazione volontaria. Tra i motivi alla base della chiusura la crisi del mercato dei libri. Ma non solo. “Purtroppo l’aumento dei costi di gestione non consente più di mantenere aperta la libreria, nonostante l’impegno, la passione e l’amore per i libri delle socie e le numerose iniziative culturali che continuano a svolgersi, e nonostante il costante sostegno di molte e di molti“, ha spiegato Emilia Mazzei, ex presidente della cooperativa e attuale liquidatrice della stessa. La libreria è stata inaugurata l’8 marzo di 38 anni fa da 40 giovani donne, che volevano aprire uno spazio di cultura e di incontro in città in grado di diventare un punto di riferimento per tutte. Tra gli scaffali solo libri scritti da donne: biografie e autobiografie, romanzi e tanta poesia. Molti volumi storici e difficili da trovare, che si accompagnano all’archivio del femminismo con le riviste sulle lotte e sulle battaglie per i diritti.

Sia chiaro: questa chiusura (ennesima, peraltro, di una libreria indipendente, ergo ancor più drammatica nella sostanza) non c’entra nulla con l’aspetto sociopolitico della giornata odierna. Tuttavia, che una libreria che si chiama delle donne chiuda, e che chiuda proprio in prossimità della festa della donna, diviene inevitabilmente un evento emblematico riguardo il valore politico della giornata e, in generale, del valore riconosciuto alla donna nella nostra società. Perché palesa – metaforicamente ma non troppo, appunto – che ancora le donne devono fare tanta strada, superare numerosi ostacoli, combattere e vincere molte battaglie nei confronti d’un mondo cronicamente maschilista e fallocentrico, primitivo e culturalmente arretrato, ancora sovente incapace di non considerare la donna come un essere inferiore o quanto meno brava sì, capace, efficiente, risoluta, audace, intelligente, creativa… ma mai come un uomo. E probabilmente se, come detto, la nostra società nell’anno di grazia (?) 2018 è ancora così culturalmente arretrata, è proprio anche per questo.

WALDEN sta tornando!

Vi ho già raccontato di Walden, qui sul blog, all’epoca dell’uscita del numero 0: un magazine nuovo nel senso più pieno del termine – a partire dal fatto che definirlo “magazine” è cosa intuitiva ma assai imprecisa e per molti aspetti sminuente.

Un’impresa letteraria ed editoriale così innovativa ha comportato un percorso inevitabilmente arduo, al fine di trasformare l’originaria bella idea in un progetto altrettanto bello quanto concreto. D’altro canto è uscendo dai sentieri già tracciati e lasciando nuove tracce altrove, dove nessuno è passato ovvero dove nessuno ha realmente osservato intorno e oltre, che si può realmente esplorare e conoscere a fondo un territorio, allontanandosi dalle convenzioni dell’ordinario per generare intuizioni e cogliere visioni stra-ordinarie. Ciò può comportare difficoltà, ostacoli da superare, passi lenti e accorti, meditazioni più approfondite, ma se la direzione è quella giusta e la perseveranza consona, si possono raggiungere orizzonti altrimenti invisibili e profondamente illuminanti.

Bene, Walden s’è fatto il suo buon percorso articolato, ha superato gli ostacoli, ha ponderato il proprio cammino senza mai scordare la meta prefissatasi – nella certezza che quella meta non è che il punto di giunzione tra due tappe del lungo cammino d’un viaggio nel quale, più di ogni altra cosa, è chi viaggia a essere il viaggio stesso.

E pure chi legge lo è: sì, perché Walden sta tornando. O, meglio, sta finalmente iniziando il suo vero e speriamo illimitato viaggio. Così ha scritto al riguardo il suo direttore editoriale, Antonio Portanova, sulla pagina facebook del magazine:

Cari amici. Walden è tornato. Questi mesi ci hanno fatto capire che possiamo e vogliamo continuare la nostra avventura editoriale. Dopo il numero 0, che ci ha dato tante soddisfazioni, abbiamo preparato il terreno per ciò che verrà, d’ora in avanti.
Siamo felici e orgogliosi di annunciarvi che il numero 1 di Walden è in uscita: avrete prestissimo aggiornamenti e, d’ora in avanti, per chi lo vorrà, un appuntamento fisso semestrale. Due uscite l’anno che, se avremo il seguito sperato, ci auguriamo un giorno di moltiplicare. Se vi è piaciuto il nostro numero-pilota, il numero 0, aiutateci a far conoscere il magazine. Come molti di voi già sanno, questo progetto si basa solo sul riscontro dei lettori. Che speriamo siano ogni giorno di più.
Il numero 1 di Walden sarà un monografico, interamente dedicato al tema del vento. Restate sintonizzati sulle nostre frequenze, da qui all’imminente uscita vi daremo ulteriori dettagli. Intanto, una piccola anticipazione: è di questi giorni la notizia che il Cile ha istituito cinque nuovi parchi nazionali. L’articolo de Il Post potete leggerlo qui. All’interno del numero 1, parleremo anche di Douglas Tompkins, l’uomo cui dobbiamo buona parte di questa bellissima notizia.
Grazie a tutti coloro che hanno creduto nell’idea di Walden. Siamo tornati.

Lodi e glorie imperiture a Walden, dunque. E tenete sott’occhio, oltre che la pagina facebook, il sito del magazine, nel quale peraltro potete pure abbonarvi e/o acquistare il numero 0.

In effetti un nome così, “Walden”, tanto carico di senso, di storia, di fascino e di valore culturale, antropologico, filosofico nonché – last but non least – umano, non poteva trovare manifestazione editoriale più significativa.

Il Giorno del Ricordo

P.S. – Pre Scriptum: oggi, 10 febbraio si celebra il Giorno del Ricordo. Oltre a ribadire quanto ho già scritto in occasione del Giorno della Memoria sul tema della reminiscenza storica e della sua fondamentale importanza culturale e sociale, vorrei pure sottolineare il mio più totale disgusto  verso tutti quei discorsi di parte e quelle polemiche ideologiche e partitiche che, in questo miserrimo paese, con spaventosa ignoranza e spregevole volontà continuano a strumentalizzare tali commemorazioni, così trucidando una volta ancora chiunque ne fu vittima innocente e calpestando non solo il loro ricordo ma, appunto, l’intero valore storico che ne consegue. Sovente la storia è una maestra che ha cattivi allievi: qui, peggio, ne ha di irrimediabilmente analfabeti.

La morte in foiba : il racconto di un sopravvissuto
(Tratto dal sito dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Perugia; link all’articolo originario qui.)

Dalle esecuzioni nelle foibe qualcuno uscì miracolosamente vivo. Uno dei pochissimi casi conosciuti è quello del protagonista di questo racconto, che si riferisce a un episodio accaduto nei pressi di Albona nell’autunno del 1943.

Dopo giorni di dura prigionia, durante i quali fummo spesso selvaggiamente percossi e patimmo la fame, una mattina, prima dell’alba, sentì uno dei nostri aguzzini dire agli altri: “Facciamo presto, perché si parte subito”. Infatti poco dopo fummo condotti in sei, legati insieme con un unico fil di ferro, oltre quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo solo i pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze.

Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un fil di ferro, ci fu appeso alle mani legate un sasso di almeno venti chilogrammi. Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera.

Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, ci impose di seguirne l’esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il fil di ferro che teneva legata la pietra, cosicché quando mi gettai nella foiba, il sasso era rotolato lontano da me.

La cavità aveva una larghezza di circa 10 metri e una profondità di 15 fino alla superficie dell’acqua che stagnava sul fondo. Cadendo, non toccai fondo, e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole “Un’altra volta li butteremo di qua, è più comodo” pronunciate da uno degli assassini. Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott’acqua schiacciandomi con la pressione dell’aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e a guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutivi, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese per timore di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo.