René Magritte, MASI, Lugano

Maneggiare un pilastro assoluto e irrinunciabile dell’arte moderna come René Magritte, per qualsiasi centro espositivo, può essere tanto bello quanto pericoloso. Bello perché Magritte ha concepito opere tra le più affascinanti e popolari del Novecento, pericoloso perché, proprio per tale evidenza, cadere nel luogocomunismo delle solite mostre “block buster” è facilissimo.

Il MASI – Museo d’Arte della Svizzera Italiana di Lugano riesce nell’intento non semplice di offrire una mostra intrigante ma poco o nulla “solita”: vuoi per la sua stessa struttura museale e la relativa mission culturale, vuoi perché in questi anni l’istituzione svizzera si è contraddistinta per l’offerta di esposizioni mai banali e sempre basate su riflessioni “alternative” circa gli artisti proposti (si veda qui, ad esempio). Per Magritte il punto di partenza è una conferenza del 1938 che dà anche il titolo alla mostra luganese, La Ligne de vie, una delle poche occasioni pubbliche nella quale l’artista parlò di sé stesso e della propria ricerca artistica: da qui viene generato un percorso espositivo non basato sui capolavori “nazional-popolari” di Magritte (qualche lavoro dei più celebri è comunque presente) ma sull’intero sviluppo del suo lavoro artistico e della produzione conseguente, con le prime opere influenzate dal futurismo e dalla metafisica, quelle dei periodi fauvista e vache, alcuni bozzetti delle opere surrealiste più note (immancabile quello, in due versioni, per La Trahison des images, ovvero la celeberrima pipa con la scritta “Ceci n’est pas une pipe”) nonché – ed è forse la parte più insolita e interessante – molti lavori grafici che Magritte produsse per la pubblicità, il cinema, l’editoria. Lavori che lo stesso artista quasi rinnegò, in seguito, ma che oggi risultano estremamente interessanti per quanto riguarda la connessione e il dialogo del pensiero surrealista formulato da Magritte (messo in luce nei suoi punti cardine da alcune frasi/citazioni scritte lungo i muri dello spazio espositivo) con ambiti assai più reali o realisti, apparentemente assai meno nobili dell’arte, come appunto quelli legato al commercio e alla pubblicità. Una produzione “alternativa” e tuttavia ben in grado, similmente alle opere più famose, di comprovare la grandezza di uno dei più grandi e geniali artisti della storia recente.

Esposizione originale, insomma, ben corredata da un’ottima audioguida e capace nel complesso di soddisfare sia i fan più sfegatati di Magritte che gli appassionati di arte in cerca di cose meno ovvie e più “ragionate”. Plauso ennesimo al MASI, che si conferma luogo per l’arte tra i migliori a Sud delle Alpi ed ennesima eccellenza svizzera assolutamente fruibile dal pubblico italiano.

Il “sogno di un colle” sul palcoscenico di Milano Montagna 2018

Un piccolo borgo delle Prealpi lombarde e il suo “sogno” di resilienza montana sul prestigioso palcoscenico di un grande evento dedicato alla montagna…

Sì, perché Colle di Sogno, meraviglioso luogo sospeso (in molte accezioni del termine) a 1.000 m di quota tra la pianura e le Alpi bergamasche, sui monti di Carenno (Lecco), non ha fatto solo da suggestiva quinta scenografica (vedi qui al riguardo) alla presentazione de L’Uomo del Moschel, l’ultimo libro di Davide Sapienza – uno dei più importanti autori italiani di narrativa di viaggio e del paesaggio – ma è anche stato protagonista e ha presentato al Milano Montagna Festival 2018, negli spazi di BASE Milano (con le parole e la narrazione dello scrivente ovvero con mio grande onore e piacere, nonché col fondamentale supporto di ALPES) la sua realtà, la storia, la bellezza, le peculiarità del suo territorio e, soprattutto, il proprio emblematico progetto di resilienza montana avente come motore trainante fondamentale la cultura e le pratiche culturali prima che le azioni politiche o economiche, attraverso cui conseguire poi risultati concreti anche sui lati politici e socio-economici.

Un progetto di rigenerazione del territorio che ha come principale protagonista il territorio stesso o, per dire ancora meglio, il suo Genius Loci, il dialogo e il legame tra questi e chiunque con il territorio interagisca, sia esso residente stanziale o turista/visitatore occasionale. È un legame (antropologico e sociologico) a dir poco fondamentale, questo, per dare nuova linfa alla presenza umana in loco e, grazie a ciò, giustificare e rendere sostenibile qualsiasi altra azione infrastrutturale, di fornitura di servizi e qualsivoglia attività imprenditoriale economica nonché – ultimo ma non ultimo elemento – il primario benessere esperienziale dello stare lassù, solo per poche ore o per una vita intera, appunto. Essere (consapevolmente) in un luogo – o neoluogo – in grado di produrre rinnovata identità culturale e parimenti di diventare parte sostanziale dell’identità personale di chiunque vi giunga. Perché la politica può fornire a un territorio tutte le infrastrutture e le agevolazioni possibili e immaginabili (e, per inciso, sia lode e gloria a quelle amministrazioni pubbliche che lo fanno, comprendendone l’importanza), ma se non c’è o non si genera  – e conseguentemente non si coltiva e potenzia – alcun legame tra quel territorio e le persone che lo vivono, esso sarà comunque e inevitabilmente destinato a essere abbandonato, prima o poi, e a morire.

Insomma: è un progetto tanto visionario quanto significativo, quello di Colle di Sogno: e chissà che grazie a tutto ciò non si riesca a far realmente fruttare il piccolo ma prezioso patrimonio umano di resilienza montana – i 9 abitanti attuali del borgo – per ridare piena vita (ovvero vitalità) non solo al borgo stesso ma all’intero territorio d’intorno, tanto bello da non meritare alcun possibile oblio, né ora e né in futuro.