Buona esta(r)te #2

P.S. – Pre Scriptum: agosto, tempo di ferie, di vacanze: anch’io per qualche giorno mi ci adeguerò, mi tocca (0) ma, visto che per tal motivo non potrei essere così assiduo come al solito con gli aggiornamenti del blog, mi sono chiesto: cos’è che proprio non dovrebbe mai andare “in vacanza”, cioè diventare letteralmente vacante? La bellezza, ad esempio. Perché di bellezza il mostro mondo ne ha bisogno sempre, per contrastare adeguatamente le tante, troppe cose brutte che ahinoi ci “offre”. Quindi mi sono detto pure: ok, e bellezza sia, in questi giorni d’agosto qui sul blog. E cosa c’è che sappia offrire bellezza in modo molteplice e assoluto, più dell’arte?
Ecco.
Dunque: buona esta(r)te a tutti!

René Magritte, L’Empire des Lumières, olio su tela, 1953-1954, Peggy Guggenheim Collection, Venezia.

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René Magritte, MASI, Lugano

Maneggiare un pilastro assoluto e irrinunciabile dell’arte moderna come René Magritte, per qualsiasi centro espositivo, può essere tanto bello quanto pericoloso. Bello perché Magritte ha concepito opere tra le più affascinanti e popolari del Novecento, pericoloso perché, proprio per tale evidenza, cadere nel luogocomunismo delle solite mostre “block buster” è facilissimo.

Il MASI – Museo d’Arte della Svizzera Italiana di Lugano riesce nell’intento non semplice di offrire una mostra intrigante ma poco o nulla “solita”: vuoi per la sua stessa struttura museale e la relativa mission culturale, vuoi perché in questi anni l’istituzione svizzera si è contraddistinta per l’offerta di esposizioni mai banali e sempre basate su riflessioni “alternative” circa gli artisti proposti (si veda qui, ad esempio). Per Magritte il punto di partenza è una conferenza del 1938 che dà anche il titolo alla mostra luganese, La Ligne de vie, una delle poche occasioni pubbliche nella quale l’artista parlò di sé stesso e della propria ricerca artistica: da qui viene generato un percorso espositivo non basato sui capolavori “nazional-popolari” di Magritte (qualche lavoro dei più celebri è comunque presente) ma sull’intero sviluppo del suo lavoro artistico e della produzione conseguente, con le prime opere influenzate dal futurismo e dalla metafisica, quelle dei periodi fauvista e vache, alcuni bozzetti delle opere surrealiste più note (immancabile quello, in due versioni, per La Trahison des images, ovvero la celeberrima pipa con la scritta “Ceci n’est pas une pipe”) nonché – ed è forse la parte più insolita e interessante – molti lavori grafici che Magritte produsse per la pubblicità, il cinema, l’editoria. Lavori che lo stesso artista quasi rinnegò, in seguito, ma che oggi risultano estremamente interessanti per quanto riguarda la connessione e il dialogo del pensiero surrealista formulato da Magritte (messo in luce nei suoi punti cardine da alcune frasi/citazioni scritte lungo i muri dello spazio espositivo) con ambiti assai più reali o realisti, apparentemente assai meno nobili dell’arte, come appunto quelli legato al commercio e alla pubblicità. Una produzione “alternativa” e tuttavia ben in grado, similmente alle opere più famose, di comprovare la grandezza di uno dei più grandi e geniali artisti della storia recente.

Esposizione originale, insomma, ben corredata da un’ottima audioguida e capace nel complesso di soddisfare sia i fan più sfegatati di Magritte che gli appassionati di arte in cerca di cose meno ovvie e più “ragionate”. Plauso ennesimo al MASI, che si conferma luogo per l’arte tra i migliori a Sud delle Alpi ed ennesima eccellenza svizzera assolutamente fruibile dal pubblico italiano.

Dove comincia la poesia (René Magritte dixit)

Uno studioso al microscopio vede molto più di noi. Ma c’è un momento, un punto, in cui anch’egli deve fermarsi. Ebbene, è a quel punto che per me comincia la poesia.

(René Magritte, intervista a cura di Maurice Bots, 2 luglio 1951)

bill_brandt_rene_magritte_with_his_picture_the_great_war_1966Anche attraverso il proprio surrealismo pittorico, Magritte seppe indagare e spingersi ben oltre i limiti dell’arte visuale, fino a cogliere il senso stesso della poesia, appunto. Qualcosa, nella sua più preziosa autenticità, di sfuggente, quasi, eppure di immensamente grande e, sotto molti aspetti, rivoluzionario.
E viene da ironizzare sul fatto che, se Magritte cita il microscopio oltre la cui visione può cominciare la poesia, molti presunti “poeti” nemmeno col più potente cannocchiale riescono a trovarla e vederla…