Morire non val la pena, costa troppo caro (Arno Camenisch dixit)

Per ora la montagna è seduta da brava dietro il paese come una nonnina, ma non voglio sapere ancora per quanto. Tuona, lui prende l’ombrello dal sacchetto di plastica. Anche il Benedict era convinto di poter contare sul buon Dio e voleva solo finire di tagliar l’erba attorno alla sua baita, quel mucchio di assi che se ne stava in mezzo al prato come un pacco sorpresa, e invece è arrivata la montagna. Mh, la osserva. Alla vita non scampiamo, dice lui, ma neanche morire val la pena, costa troppo caro.

(Arno Camenisch, La cura, Keller Editore, 2017, traduzione di Roberta Gado, pagg.69-70.)

D’altro canto è risaputo, che se si conta troppo sul “buon Dio” si finisce per morire prima… dunque non ne vale la pena, di contarci troppo: meglio vivere la vita il più a lungo possibile e nel migliore dei modi, no?
Peraltro così avrete tutto il tempo per cliccare sull’immagine di Camenisch qui sopra e leggere la personale recensione de La cura, eh!

Che i giornalisti facciano ciò che vogliono, ma non i giornalisti! (Sergej Dovlatov dixit)

Nel giornalismo, ad ognuno è concesso fare una cosa, ma che sia una sola. In quella e solo in quella violare i principi della morale socialista. Per esempio a uno è concesso bere. Ad un altro fare il delinquente. Ad un terzo raccontare barzellette politiche. Ad un altro essere ebreo. Ad un altro non essere iscritto al partito o, per esempio, condurre una vita immorale. Eccetera. Ma ad ognuno, ripeto, è concessa una cosa sola. Non si può essere contemporaneamente ebreo e ubriacone, Delinquente e non iscritto al partito…

(Sergej DovlatovCompromessoSellerio Editore, Palermo, 1996, traduzione dal russo e cura di Laura Salmon, pag.140.)

Badate bene: Dovlatov fa riferimento alla sua esperienza di giornalista nella Tallinn sovietica di metà anni Settanta e lo fa con la sua celeberrima, pungente ironia. Ovvero, egli sottintende: ai giornalisti servitori (volenti o più spesso nolenti) dell’ideologia di regime era concessa una di quelle cose elencate, ma assolutamente non fare giornalismo, non raccontare la realtà dei fatti ai lettori dei giornali del tempo o agli spettatori dei canali TV di Stato, non ci provare nemmeno a fare autentica informazione. Allora sì, era concesso loro un qualche tipo di “sfogo” alla vita altrimenti rigidamente avviluppata nelle maglie del regime e ai suoi voleri asservita. Ma non fare i veri giornalisti, giammai.

Beh, almeno allora una “motivazione” – la bieca, coercitiva e opprimente morale socialista – per tale sorta di condizione professionale c’era. Oggi no, anzi. Eppure non mi pare che dalle nostre parti, nella sostanza, la situazione sia diversa dall’Estonia sovietica di allora – almeno non per quanto riguarda la qualità dell’”informazione” di tanta stampa e altrettanti media, se ancora tale termine sia corretto utilizzare.

P.S.: cliccate sull’immagine di Dovlatov per leggere la mia recensione a Compromesso.

Dieci cose che se vengono dette di un romanzo americano fanno figo, se vengono dette di un romanzo italiano fanno cadere le palle (Giulio Mozzi dixit)

1. Fa 800 pagine, circa.

2. E’ un western postmoderno.

3. L’autore per scriverlo è vissuto sei anni in una baracca di legno in alta montagna senza riscaldamento senza lavarsi nutrendosi esclusivamente di formaggio caprino, avendo come unica compagnia un cane muto. (In alternativa: è vissuto sei anni in un’isola tropicale di dodici per quattordici metri, no servizi, no posto ombra, pelata come il cranio d’un calvo, nutrendosi esclusivamente di molluschi ciucciati vivi, lì, sulla battigia, senza neanche una goccia di limone, avendo come unica compagnia i propri fantasmi). (In alternativa: è vissuto sei anni al centoventisettesimo piano d’una multinazionale del tofu, a Las Vegas, senza mai uscire dall’ufficio, seduto su una comoda per sopperire alle esigenze fisiologiche, seguendo i movimenti di borsa dei titoli della multinazionale stessa ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, nutrendosi esclusivamente di tofu tiepido fornitogli direttamente sulla scrivania via posta pneumatica, peraltro di una ditta concorrente perché costa meno, avendo come unica compagnia il tipo che alle sei di mattina passava a cambiargli il vaso sotto la comoda). (Ec.).

4. Non ci sono le virgolette sui dialoghi.

5. L’autore è uno che, dopo averci parlato solo qualche minuto, ti sembra appena sbarcato da una navicella spaziale.

(Le altre 5 cose le potete leggere qui, visitando l’articolo originale nel blog di Giulio Mozzi, Vibrisse. Al quale Giulio Mozzi, peraltro, questo mio articolo serva da necessario e giammai estemporaneo omaggio: da tempo lo è e resta una delle figure più brillanti e a suo modo illuminanti del panorama letterario italiano, con sguardo di notevole acume e voce di rara sagacia. Avercene, insomma!

Veri viaggiatori, e turisti novellini (Amé Gorret dixit)

Il vero viaggiatore si distingue per la sobrietà delle sue parole, dalle ridotte dimensioni dello zaino, dalla regolarità del passo e dal calcolo riflessivo e coraggioso dei rischi di un’escursione o di una scalata. Il turista novellino, invece, si fa notare per il numero e il volume dei suoi bauli, per il clamore dei suoi programmi, e dei preparativi per la partenza, per le osservazioni scientifiche fuori misura, per il panico o la vanitosa imprudenza davanti al pericolo.

(Lauro-Aimé Colliard (a cura di), Abbé Amé Gorret: autobiographie et écrits divers, Valtournenche 1987, pag.145; citato in Enrico Camanni, La nuova vita delle Alpi, Bollati Boringhieri, Torino, 2002, pag.37.)

Per la cronaca, Amé Gorret quelle impressioni sul turismo (alpino, ma nulla cambia se riferite ad altri contesti) le scrisse a fine Ottocento. Più di un secolo fa, proprio così.
O aveva già capito tutto, ai suoi tempi in cui il turismo era ancora qualcosa di assai raro ed elitario, oppure certe insensatezze nazionalpopolari che crediamo frutto della contemporaneità già allora erano ben diffuse e col tempo fino ad oggi sono soltanto peggiorate. Ovvero entrambe le cose, certo.

P.S.: per dire… qui sotto, “turisti novellini” di oggi, perfettamente equipaggiati (!), vagabondano tra i crepacci dei ghiacciai di Punta Helbronner, sul Monte Bianco (cliccate sull’immagine per visitarne la fonte):

Se dio non c’è, l’ironia ci salverà (Bohumil Hrabal dixit)

L’ironia come abolizione di una soggettività che è giunta fino in fondo è la più alta libertà possibile nel mondo senza dio.

(Bohumil Hrabal intervistato da Sergio Corduas, in appendice a Treni strettamente sorvegliati, Edizioni E/O, Roma, ed.2003, traduzione di Sergio Corduas.)

Ho scritto “salverà” – salvezza, sì, mentre Hrabal parla di libertà. Ma cos’era, la libertà, per un grande scrittore e intellettuale che nella natia Cecoslovacchia venne sottoposto a censura totale e i cui libri vennero sovente mandati al macero?