Un uomo era andato a dormire che era credente, si era svegliato che era ateo.
Per fortuna, nella stanza di quest’uomo c’era una bilancia medica decimale, e quest’uomo era abituato a pesarsi tutti i giorni, mattino e sera. Così, andando a dormire il giorno prima, l’uomo si era pesato e aveva scoperto che pesava quattro pud e ventuno funt. E il giorno dopo al mattino, dopo essersi svegliato che era ateo, l’uomo si era pesato ancora e aveva scoperto che pesava in tutto quattro pud e tredici funt.
“Di conseguenza” aveva pensato l’uomo “la mia fede pesava intorno agli otto funt”.
[Daniil Charms, Disastri, traduzione e cura di Paolo Nori, Marcos y Marcos, 2011, pagg.34-35. Per la cronaca, il pud e il funt erano due unità di misura dei pesi in uso in Russia, abolite nei primi anni del Novecento. Il pud equivaleva a 16,4 chilogrammi, il funt a 409,5 grammi: dunque il protagonista di questo brano di Charms pesava circa 74,2 kg, la sua fede invece pesava poco meno di 3,3 kg.]
Noterella politicoide, dal basso (“alto” sarebbe troppo, non sono così sbruffone) della mie più assolute libertà e indipendenza di pensiero: a me pare che questi sovranisti, suprematisti e figuri affini che s’atteggiano a rappresentanti duri-e-puri della “destra” politica un po’ ovunque, non solo a Sud delle Alpi, spostandone apparentemente il baricentro verso l’estremo limite ideologico, in realtà assomiglino sempre di più ai comunisti del secondo Novecento, quelli totalmente, ciecamente votati alla (non)causa sovietica senza nemmeno conoscerla e che pendevano dalle labbra dei vari segretari del PCUS o degli alti dignitari analoghi, esprimendosi a meri slogan, rivendicando diritti e verità del tutto retoriche e basate sul nulla, credendosi portatori del verbo ideologico-politico perfetto e indiscutibile senza nemmeno lontanamente concepirne e comprenderne la nocività non solo verso il mondo ma, in primis, verso loro stessi. Non sono affatto “destra” come dicono, ovvero, sono molto più “sinistra” che destra – proprio quella sinistra che “aborriscono” e contro le cui istanze si mostrano paladini ma, non casualmente, raccogliendo consensi proprio in quella parte di società civile da cui scaturiscono quelle istanze e che dovrebbe essere loro avversa, e ciò non solo per il sostanziale fallimento ideologico e politico della sinistra – la quale, sempre non casualmente, per certi versi è oggi molto più simile ad una compagine borghese-capitalista di destra.
E d’altro canto è ugualmente vero che ogni potere di destra o sinistra che nel corso del Novecento abbia assunto fattezze autoritarie (e ai quali di frequente i “destri” e i “sinistri” di oggi si ispirano, i primi più apertamente e platealmente) sia giunto ad assomigliarsi reciprocamente. Gli opposti si attraggono, gli estremi si toccano: sono regole che valevano una volta e valgono ancora nella politica di oggi, ciò anche perché è la politica di oggi a non essere affatto contemporanea, ovvero a rappresentare, nella sua forma dualistica classica, un’espressione ideologica del tutto superata e sostanzialmente morta (Gaber docet!).
Proprio per questo io, sulla base di quelle mie scriteriate, sovversive e assolute libertà e indipendenza di pensiero, resto sconcertato da che ancora oggi si continui con quella pantomima politica: la quale, inesorabilmente, genererà sempre estremizzazioni, da una parte e dall’altra, e un altrettanto inevitabile degrado di qualsivoglia ideale più o meno nobile che fingono di portarsi ancora appresso, dilagando invece nel deserto post-ideologico più sterile e mortale. Per cui non (mi) resta che ridere addosso a tutti quelli, sovranisti o meno, con la speranza immortale di seppellirli tutti quanti e, finalmente, assicurare alla civiltà umana un futuro politicamente più virtuoso. E più serio, pure.
“Il declino del coraggio è la caratteristica più sorprendente che un osservatore può oggi riscontrare in Occidente. Il mondo occidentale ha perso il suo coraggio civile, sia nel suo insieme che separatamente, in ogni paese, in ogni governo, in ogni partito politico e, naturalmente, nell’ambito delle Nazioni Unite. Il declino del coraggio è particolarmente evidente tra le élites intellettuali, generando l’impressione di una perdita di coraggio dell’intera società. Vi sono ancora molte persone coraggiose, ma non hanno alcuna determinante influenza sulla vita pubblica. Funzionari politici e classi intellettuali presentano questa caratteristica, che si concretizza in passività e dubbi nelle loro azioni e nelle loro dichiarazioni, e ancor di più nel loro egoistico considerare razionalmente come realistico, ragionevole, intellettualmente e persino moralmente giustificato il poter basare le politiche dello Stato sulla debolezza e sulla vigliaccheria”
Nuovamente, il pensiero di un intellettuale grande anche perché capace di comprendere nel profondo il suo presente e vedere nel futuro, che dopo 40 anni dalla sua espressione risulta assolutamente valido e probabilmente oggi ancor più di allora. Segno drammatico dell’indugio del nostro mondo in una inerte, melmosa attualità che, con il tempo che invece corre inesorabile in avanti, verso il domani, diviene altrettanto inesorabile involuzione, cioè incapacità di progresso intellettuale, culturale, sociale, ovvero mancanza di visione e di progettazione di un buon futuro. Il futuro che si costruisce soprattutto grazie al coraggio civile citato da Solženicyn: chissà se lo si può ritrovare, nella nostra società e in ognuno di noi, o se ormai è andato perduto per sempre.
Io sono uno scrittore mistico. Mi servo di tinte cupe e mistiche per rappresentare le innumerevoli mostruosità della nostra vita quotidiana, il veleno di cui è intrisa la mia lingua, la trasfigurazione di alcune terribili caratteristiche del mio popolo.
La mistica in letteratura… Questa semplice citazione di Bulgakov invero apre prospettive inattese e virtualmente infinite, soprattutto se si constata l’etimo originario del termine “mistico” che viene dal latino mystĭcus, a sua volta derivato dal greco antico μυστικός (mystikós) che in quella lingua indica ciò che è relativo ai misteri propri dei culti iniziatici, facendo di conseguenza dello scrittore un mýstēs (μύστης), termine traducibile con “iniziato”.
Già dopo ciò risulterà evidente l’ampiezza di prospettive proposta indirettamente dal grande scrittore russo – autore di quello che a mio parere è uno dei romanzi più belli di sempre. Tuttavia, senza rendere troppo articolata la riflessione, chiedo: è opportuna, se non necessaria, un’accezione mistica all’esercizio della scrittura letteraria, quand’essa si proponga l’immane obiettivo di descrivere come la massima profondità possibile la realtà coeva, mettendone a nudo l’anima e lo spirito come forse nulla più della letteratura può fare?
Trasfigurare la realtà in una narrazione iniziatica che ponga il lettore di fronte alla verità, ma in modo che sia egli stesso a coglierla e concepirla, e non che ciò avvenga attraverso una diretta e (inevitabilmente) forzata interpretazione dell’autore.
Ciò, d’altro canto, impone all’autore stesso un intenso processo di cognizione e consapevolezza dell’esercizio della scrittura, prima ancora che del suo valore letterario, esattamente come in forza di una iniziazione. Ma cos’è, la scrittura di pregio, quella pienamente letteraria, quella capace di lasciare una traccia profonda e indelebile di sé nella mente e nell’animo del lettore, se non proprio una sorta di processo iniziatico?