E se certe idee per contrastare l’iperturismo al posto di mitigarne gli effetti rischiassero di espanderli?

Di iperturismo/overtourism ormai dissertano e scrivono in tanti, a volte banalmente o copiaincollando cose altrui, altre volte offrendo punti di vista interessanti e significativi – come fa questo recente articolo pubblicato sul sito di ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile.

Molti di questi articoli propongono numerosi modi di contrastare la deriva iperturistica, il conseguente degrado dei luoghi che ne sono soggetti oltre che per scegliere vacanze veramente sostenibili e così sfuggire ai subdoli modelli turistici massificati.

Da parte mia vorrei “mettere le mani avanti” e invitare a una riflessione sul rischio – potenziale e in certi posti già concretizzatosi – che i tanti e assolutamente benintenzionati consigli per contrastare e/o evitare l’iperturismo, se messi in atto senza un’adeguata gestione strategica e organica ai territori (proprio come è successo con i modelli del turismo di massa), finiscano solo per spostare il problema oppure, peggio, per moltiplicarlo anche nei luoghi che non ne sono ancora soggiogati.

Ad esempio, il consiglio di recarsi nelle località meno frequentate (che però per tale motivo sono pure meno attrezzate ad accogliere i turisti) oppure di dedicarsi al turismo sostenibile nella convinzione che possa bastare tale definizione, anche quando genuina e non utilizzata in modi menzogneri, espone al rischio che effettivamente molti si spostino dalle grandi località turistiche, quelle da milioni di presenze all’anno che tuttavia, in quanto tali, registreranno ancora flussi intensi, per recarsi in località molto più piccole e, appunto, meno attrezzate, per le quali potrebbe bastare qualche migliaio di visitatori per andare in crisi e generare disagio e problemi vari alla comunità residente.

Credo che la prima lezione da imparare da quanto è accaduto fino a oggi in forza della sostanziale non gestione del turismo di massa – si è sempre guardati alle quantità e ai guadagni da esse derivanti e quasi mai alle conseguenze di ciò – sia proprio di elaborare un progetto il più possibile articolato di gestione dei flussi turistici, tanto a livello di macro-aree (regionali, ad esempio) quanto, soprattutto, a livello locale ma senza mai dimenticare che ogni territorio e ogni luogo turistico ne hanno accanto altri simili oppure per nulla turistici, dunque che la gestione dei flussi anche su scala locale deve essere organica e condivisa con più soggetti possibili, pubblici e privati, prima fra tutti la comunità residente.

Inoltre, potrebbe essere utile se le persone, invece di scegliere le mete turistiche da visitare in base a quanto visto sui social o alle pubblicità sui media nazionali, le scegliessero in totale libertà e autonomia ovvero in base alle proprie curiosità, percezioni, interessi, desideri di conoscenza. Quante volte il marketing turistico mainstream offre “esperienze di vacanza” che devono essere vissute – e dunque acquistate – perché (essi vogliono far credere) sono «il top del momento»? Come se il viaggio, anche quello più banalmente vacanziero, fosse un bene di consumo, un oggetto che si acquista solo perché è di moda in quel momento e bisogna averlo altrimenti ci si sente fuori dal mondo. Sia chiaro: le agenzie di marketing fanno il loro mestiere, e riesce loro particolarmente bene soprattutto quando il pubblico al quale si rivolgono si lascia convincere rapidamente e senza porsi troppe domande. Ecco, mi viene da pensare che, forse, se quei pochi o tanti giorni di vacanza che ci si può permettere diventassero, almeno quelli, una manifestazione di libertà e di personalità invece che un ennesimo assoggettamento a certe convenzioni dettate dal mainstream turistico, appunto, magari di overtourism ne registreremmo già molto meno.

(Nelle immagini, un significativo confronto tra due angoli del territorio di Livigno distanti solo pochi chilometri: il centro del paese, ormai costantemente sottoposto all’iperturismo, e la Vallaccia, zona alpestre priva di punti di appoggio e per questo generalmente poco frequentata.)

Snowland, a oltre 2200 metri di quota un festival musicale oltre i limiti

Snowland è un’esperienza immersiva a tutti gli effetti, un weekend in cui musica, sci, divertimento e neve si fondono in un contesto spettacolare come quello di Livigno […] Sarà uno spettacolo vero e proprio, attendiamo migliaia di persone […] Lo scorso anno furono 15mila gli spettatori che ballarono al Passo Eira […] E la notte c’è l’after party. Da mezzanotte fino all’alba ci sarà musica e divertimento per tutti.

Oggi comincia Snowland, festival di musica elettronica e hip hop che si svolgerà per tre giorni, fino a sabato 26, al Passo d’Eira, sopra Livigno. Le citazioni al riguardo che avete letto lì sopra sono tratte da qui.

Il Passo d’Eira è a 2.208 metri di quota.

Di principio non ho nulla contro questi eventi, se ben fatti e altrettanto ben gestiti, e la zona in questione è già ampiamente antropizzata e contaminata, stante il passaggio della trafficatissima strada che dalla Valtellina porta a Livigno.

Tuttavia, ogni volta che leggo di questi eventi, l’impressione vivida è che ci si spinga sempre un po’ oltre i limiti. Quei limiti che un luogo a oltre 2.200 metri di quota dovrebbe imporre a prescindere: limiti ambientali, ecologici, di decenza, di rispetto nei confronti dell’ambiente montano circostante, di presenza umana e impronta antropica.

Certo, meglio lì che sulla cima di una vetta immacolata o in mezzo a un bosco incontaminato, maun gran bel «ma» sorge spontaneo, comunque. E in generale, mi viene da pensare, certi limiti di legge a eventi del genere quando si svolgano negli ambienti naturali andrebbero messi, quanto meno per evitare che ogni circostanza simile si trasformi in un precedente pericoloso per ulteriori iniziative ancora più impattanti.

In ogni caso, il senso del limite fondamentale, come sempre, è innanzi tutto quello che la nostra coscienza, l’intelligenza e il buon senso dovrebbero saper elaborare e concretizzare, in montagna più che mai: ed è un’elaborazione culturale, prima che altro. Che in base a ciò ci sia da rallegrarsi oppure da preoccuparsi lo lascio stabilire a voi.

Una vecchia casa da “leggere”

La vecchia casa se ne sta lì, un po’ appartata, tranquilla, silente – se mai possa essere tale una casa, certo. Gli altri edifici intorno, più moderni, appariscenti, scintillanti, sembrano indifferenti alla sua presenza e invitano a esserlo i passanti che gli transitano accanto per andare dove le luci trionfano, attratti dalla loro vitalità. Così la vecchia casa sembra quasi fuori luogo, lì dov’è, anche se dovrebbe essere il contrario rispetto alle altre circostanti: ma c’è quello che si vede e si vede ciò che si crede, e ignorata com’è la casa in fondo è come se non ci fosse. Appare silente per questo, non per altro. Attende qualcosa di indefinibile, osserva il tempo scorrere insieme a tutti quei passanti, forse non si dispiace nemmeno dell’indifferenza subita, potrebbe pure essere una forma di tutela della sua essenza, della storia che tra le mura si conserva, delle narrazioni che nessuno o quasi vuole ascoltare ma non per mero disinteresse o insolenza: semplicemente perché c’è altro da ascoltare, evidentemente più intrigante. Come avere di fronte due volumi da poter leggere, l’uno con la copertina priva di fronzoli e il titolo poco appariscente e l’altro con un’immagine colorata e vivace e un titolo pop: quasi sicuramente verrà da aprire e leggere questo secondo, non il primo anche se fosse un capolavoro narrativo. Ignorato, fino a che non si manifesti la volontà di considerarlo e leggerlo. E magari ciò potrà avvenire quando ci si stancherà della vivacità del secondo, chissà. Anche solo per cambiare un po’, ogni tanto.

La vecchia casa è un po’ come il libro senza fronzoli, seppur già le sue “pagine” murarie leggibili lungo la via lungo la quale i passanti transitano e vanno altrove rivelano una narrazione intensa, articolata, intrigante: basta riservarvi una minima considerazione per suscitare la curiosità di leggerne altre ancora, di conoscere qualcosa di più della sua storia, di sapere che ci faceva lì e che ci farà ancora, in quel luogo così apparentemente diverso nel quale quasi ogni altra cosa – ogni altra casa – sembra darle le spalle con sussiego quando invece, forse, è proprio il contrario. Perché sa che la storia del luogo le passa attraverso donandole il retaggio del tempo realmente vissuto, la narrazione che descrive e determina l’anima imperitura del paesaggio umano di cui è manifestazione e che a differenza di altre più evanescenti resterà, in un modo o nell’altro, inscritta sul vecchio, ignorato ma referenziale e imprescindibile volume di pietra a beneficio di chiunque vorrà leggerla dedicandole un pizzico di attenzione e di curiosità.