«Un progetto impattante che sperpera risorse pubbliche». Il CAI Lombardia sulla questione Colere-Lizzola (e sugli altri “assalti” alle Alpi lombarde)

Il report “Neve Diversa” 2025, curato da Legambiente e presentato lo scorso 13 marzo a Milano, propone come caso emblematico in un capitolo significativamente intitolato “Quando la montagna non guarda oltre: brutti progetti e cattive idee” il paventato collegamento sciistico tra i comprensori di Colere e Lizzola, sulle Prealpi Bergamasche, che da qualche tempo sta alimentando un vivacissimo dibattito in forza dell’enorme costo previsto (quasi 80 milioni di Euro, la gran parte pubblici) per un comprensorio piccolo, quasi interamente a quote inferiori ai 2000 metri, privo di capacità concorrenziale con altri e notevolmente impattante sul territorio coinvolto.

Al dibattito ha partecipato anche il Club Alpino Italiano di Bergamo con le proprie sezioni e sottosezioni, che hanno assunto con sollecita e ammirevole determinazione una presa di posizione sostanzialmente contraria ma aperta al dialogo sul tema delle alternative possibili per il territorio in questione e ben più consone del modello monoculturale sciistico proposto.

Da subito a fianco dei Cai bergamaschi si è posto il Gruppo Regionale del Cai Lombardia il quale, sotto la guida dell’attuale presidente Emilio Aldeghi, ha messo in atto una ben determinata attività a supporto di istanze per la salvaguardia di luoghi della montagna lombarda minacciati da progetti di turistificazione invernale e estiva particolarmente impattanti dal punto di vista ambientale.

Di questi temi e dell’emblematico caso di Colere-Lizzola ne ho parlato proprio con il presidente Aldeghi per “L’AltraMontagna” (cliccate sull’immagine per leggere l’intervista):

Svincolo della Sassella, si va avanti. Già, avanti verso il disastro.

È parecchio desolante leggere le parole del Sindaco di Sondrio, riferite dalla stampa, circa il “no” della Soprintendenza del Ministero della Cultura alla realizzazione dello svincolo in località Sassella, alle porte della città – un grande viadotto stradale di cemento armato a pochi metri da un bene storico-architettonico medievale identitario per i sondriesi, peraltro opera olimpica per Milano-Cortina 2026 ma ennesima in grandissimo ritardo – perché, scrive la Soprintendenza,

L’intervento è tale da incidere negativamente, in misura che rimane molto sensibile, sui valori paesaggistici espressi dalle presenze antropiche e naturali.

«La rotonda della Sassella si farà e sarà costruita secondo il progetto che ha concluso il lunghissimo iter procedurale» dice il Sindaco di Sondrio: lo chiedono i cittadini e il parere della Soprintendenza non è vincolante, sostiene. Una giustificazione, la prima, spesso addotta dalla politica che appare a vario titolo dissociata dal territorio che amministra: ce lo chiede la gente! Ma ciò può giustificare anche il voler realizzare a tutti i costi dei progetti palesemente sbagliati, pur di poter dire di averli fatti?

Non conta più, evidentemente, il fare le cose per bene, che dovrebbe essere uno degli obiettivi fondamentali e indiscutibili di chi amministra i territori: conta il «far su» (cito Giuseppe “Popi” Miotti, decano delle guide alpine valtellinesi, uno che la zona la conosce come pochi altri), tanto per fare qualcosa di spendibile elettoralmente senza curarsi di ciò che possa comportare. Non è certo questa la politica attenta ai bisogni e alle istanze dei territori, semmai è quella disattenta al buon senso e alla visione del futuro, ecco.

Il nodo stradale della Sassella, tra i più trafficati della Valtellina, va sistemato, nessuno lo nega: tuttavia, ripeto, questo non può giustificare che lo si faccia così malamente per di più degradando un luogo certamente già antropizzato ma non nei modi insostenibili che il progetto imporrebbe.

D’altro canto – l’altra giustificazione addotta dal Sindaco sondriese per andare avanti con il progetto – il parere della Soprintendenza non è vincolante. Cosa tanto vera quanto assurda e, ahinoi, molto italiana: si dà incarico a un organo tecnico pubblico di sovraintendere (appunto) alla salvaguardia del paesaggio e alle opere in esso previste – un soggetto quanto mai fondamentale, in un paese come l’Italia così ricco di beni culturali e paesaggistici – ma si stabilisce che i pareri emessi non sono vincolanti.

Che senso ha?

[La zona che sarebbe interessata dal nuovo viadotto per come la si vede in Google Maps. Il santuario della Sassella chiaramente è quello che si vede appena sopra la strada.]
D’altro canto l’Italia è questo: il paese dei pareri tecnici non vincolanti, delle deroghe ai regolamenti, delle tutele che non tutelano (ricordate il Lago Bianco al Gavia?), dei condoni e delle scappatoie, del fare le leggi per trovare gli inganni, delle eccezioni e delle emergenze eccetera. Poi ci sorprendiamo ancora se un po’ ovunque ci troviamo davanti agli occhi innumerevoli scempi e disastri ambientali e paesaggistici per giunta senza che a nessuno si possano imputare colpe e responsabilità?

Una situazione veramente desolante, lo ribadisco.

N.B.#1: ribadisco di nuovo che le mie considerazioni non hanno nulla di riferibile a qualsivoglia parte politica – ambito dal quale sono lontanissimo come Plutone dal Sole – ma nascono da riflessioni puramente culturali legate al mio studio del paesaggio alpino. Purtroppo tanto il buon senso quanto il far su non sono esclusiva di questa o quella parte politica, in Italia.

N.B.#2: sarebbe una gran bella cosa se gli amministratori pubblici, quelli della Valtellina e con loro tutti gli altri, rileggessero e studiassero a fondo ciò che sul paesaggio e la sua salvaguardia scrisse decenni fa un grandissimo valtellinese, Antonio Cederna:

Docce fredde olimpiche, in Valtellina

[Immagine tratta da www.komoot.com.]
Gli amministratori pubblici valtellinesi dicono sia «inspiegabile» e ritengono «una doccia fredda e inaspettata» il “no” della Soprintendenza del Ministero della cultura alla realizzazione dello svincolo in località Sassella, alle porte di Sondrio, per motivi di «compatibilità paesaggistica».

Lo svincolo era una delle opere “olimpiche” previste per i Giochi di Milano-Cortina 2026 ed è in capo a Simico, il soggetto che presiede a tali opere, ma le lungaggini dell’iter progettuale hanno reso indeterminabile la data di realizzazione dello svincolo, i cui lavori non sono mai iniziati [1].

Ma, cari amici… «Inspiegabile»? «Inaspettata»? Cioè, veramente pensavate che alla costruzione di un imponente viadotto stradale di cemento armato a pochi metri dal Santuario della Sassella, un monumento artistico e religioso del Cinquecento (ma di probabile origine del X secolo, lo vedete lì sopra), luogo iconico e identitario per Sondrio e i sondriesi, la Soprintendenza vi avrebbe detto «Ma sì, dai, fate pure!»? Sul serio?

Insomma: ci siete o ci fate?

Lo chiedo con tutto il rispetto del caso, sia chiaro, ma con altrettanta inevitabile obiettività.

[Un rendering dello svincolo per come apparirebbe dalla zona del Santuario. Immagine tratta da primalavaltellina.it.]
Dunque ora come se ne esce da questo pasticcio?

Oh, non c’è problema, in Italia c’è una soluzione facile e immediata per tali questioni: il “Metodo Me-ne-frego”! «Probabilmente tutto procederà comunque come previsto. Si potrebbe infatti decidere di “superare” il parere sfavorevole della Sovrintendenza e proseguire con il progetto e l’aggiudicazione dell’appalto integrato» dicono gli amministratori valtellinesi (fonte qui).

Capito?

In poche parole: incompetenza tecnica e amministrativa, insensibilità verso il territorio e il paesaggio, negligenza verso i luoghi e la comunità.

Lo svincolo in questione andrebbe fatto, lo snodo stradale a cui fa riferimento è tra quelli che genera più traffico e code di tutta la Valtellina. Ma un conto è fare qualcosa per bene, un altro è «far su» tanto per fare. Per la Sassella è stato presentato il progetto peggiore che si poteva elaborare ma, evidentemente, ai suddetti amministratori pubblici valtellinesi la cosa non interessa, come non importa il parere della Soprintendenza.

Ma infatti, a cosa servirà mai la Soprintendenza? Che c’importa di salvaguardare i beni storici, artistici e architettonici oppure il territorio e il paesaggio!

«It’s your Vibe» recita il motto delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026: “È la tua vibrazione”. Be’, visto l’andamento dell’organizzazione dei Giochi, credo che tale motto ormai vada aggiornato e modificato in It’s your problem!”, ecco. Formula che peraltro in inglese suona come quella italiana più “colorita”. Non credo serva dire quale sia.

[1] «Ritengo che il cantiere possa essere aperto entro la fine del 2023 e quindi la nuova strada sarà ultimata nei primi mesi del 2025» diceva il Responsabile Anas per la Lombardia a luglio 2022. Eh, proprio!

Come si possono trovare valide alternative allo sci nelle località che ancora perseguono quel modello turistico?

Un commento ricevuto lo scorso 2 marzo al mio articolo sul progetto “Winter & Summer Alta Valsassina”, che prevede la realizzazione di impianti sciistici e opere accessorie sotto i 1800 metri di quota con soldi pubblici – progetto che personalmente trovo inammissibile, come sostengo da tempo – mi consente di puntualizzare alcune cose importanti e specifiche riguardo queste iniziative, dunque non solo quella valsassinese ma anche le altre simili sparse per le nostre montagne. Cose che puntualmente emergono, in tali casi, e dunque che è bene mettere in chiaro.

Ringrazio di cuore Antonio che mi permette di farlo a seguito del suo commento qui sotto riprodotto:

Buongiorno, l’articolo critica (probabilmente a ragione) una risposta troppo facile a problemi complessi, ma non leggo la risposta alternativa per l’utilizzo dei fondi.
Sarebbe interessante se potesse condividere suo pensiero in merito.

Nel mio articolo metto in evidenza che progetti come quello proposto per l’Alta Valsassina si manifestano come risposte troppo facili e semplicistiche ai numerosi complessi problemi che la zona in questione e i territori montani in generale presentano, i quali non possono essere risolti con dei copia-incolla di iniziative e modelli, in tal caso quello sciistico peraltro in obiettiva difficoltà sotto diversi aspetti, ritenendo che possano andare bene sempre e dovunque, senza appunto considerare le specificità dei territori nei quali si agisce e sostanzialmente ignorando le criticità ambientali localmente riscontrabili – e con ciò non intendo solo quelle climatiche.

In risposta a queste considerazioni, l’obiezione che classicamente viene mossa, come sostanzialmente fa Antonio con il suo commento, è che non vengano presentate alternative al modello sciistico proposto, il che indirettamente (ma nemmeno tanto) sottintende spesso che chi obietta ciò ritiene che non ci siano proprio alternative a quel modello.

Dico subito due cose basilari: la prima, che non vi può essere alternativa al modello sciistico, nel caso dell’Alta Valsassina, semplicemente perché non è un modello. Come potrebbe esserlo, se si pensa di avviare un’attività sciistica in un luogo nel quale risulta insostenibile sia dal punto di vista climatico che di conseguenza da quello economico? È un “non modello” quanto meno obsoleto in partenza se non già fallimentare: la questione non è dunque il proporvi un’alternativa ma il considerarlo per ciò che è: una impossibilità. Che alternativa ci può essere all’impossibile?

La seconda cosa da dire, al netto di quanto appena precisato: che proporre alternative così, su due piedi, rappresenterebbe una condotta ugualmente troppo facile e superficiale a quello del «Abbiamo soldi da spendere? Realizziamo impianti e piste!». Come ho scritto chiaramente nell’articolo, e qui lo ribadisco per ulteriore chiarezza, territori come l’Alta Valsassina – peculiare in sé ma simile nelle criticità a molti altri sparsi per le montagne italiane, hanno bisogno di un progetto territoriale organico e integrato, come prima accennato, che possa realmente sviluppare il territorio in questione sul lungo periodo e con vantaggi diffusi a tutta la comunità, nel quale certamente ci può essere il turismo ma non in forme scriteriate come quelle proposte, semmai studiato per sfruttare al meglio le peculiarità, le reali potenzialità e le unicità della zona e organicamente correlato alle altre economie presenti così da creare un volano forte che sostenga il territorio e la comunità residente nella loro interezza, a tutto vantaggio pure della qualità della frequentazione turistica.

Un progetto del genere va studiato e elaborato in loco con un percorso analitico e approfondito di studio del territorio, delle sue problematiche, dei suoi bisogni, delle sue specificità, coinvolgendo nel processo elaborativo tutti i soggetti e i portatori di interesse che fanno il territorio, abitandolo, lavorandoci o frequentandolo saltuariamente. Dire «facciamo questo o quest’altro» riferendosi ad altri casi e esperienze apparentemente assimilabili equivale a fornire di nuovo una risposta forse più sensata nella forma ma comunque superficiale nella sostanza, se non generata da quel fondamentale percorso progettuale di cui ho appena detto. Una progettualità per la quale occorrono tempo, volontà, impegno, conoscenze, competenze, esperienze, visione, dialogo, responsabilità, mentre di contro non occorrono fretta e dunque superficialità solo perché bisogna giungere a risultati da poter spendere propagandisticamente – non solo in chiave politica – o perché i soldi a disposizione vanno spesi prima possibile altrimenti vengono persi. Un modus operandi del genere rappresenta solo una corsa al massacro socioeconomico delle comunità e al disastro paesaggistico e ambientale del territorio.

In un territorio come l’Alta Valsassina si possono fare innumerevoli cose “alternative” all’insostenibile modello sciistico, ottenendo da esse benefici e vantaggi anche rapidi senza il rischio di svantaggi, danni e debiti congeniti allo sci in zone come quella in oggetto. Ma quale ostacolo a ciò vi è una enorme carenza di attenzione, di visione e di volontà della politica, non tanto quella locale ma degli enti superiori cioè dalle provincie in su, rispetto ai progetti di sviluppo territoriale strutturati e articolati. La politica odierna pone l’orizzonte temporale delle proprie azioni alla prossima tornata elettorale, vuole risultati immediati da spendere propagandisticamente, alimenta per ciò dinamiche di spesa pubblica pressoché prive di progettualità, di visione e di relazione con i territori. Sostiene di voler supportare e sviluppare le montagne ma in realtà ne alimenta la decadenza e i processi di disgregazione sociale, economica e culturale dei quali le terre alte soffrono già da decenni e sarebbe bene che non continuassero a soffrirne.

Ecco, le centinaia di milioni di Euro di soldi pubblici sprecati in progetti sciistici totalmente insensati, disarticolati e buttati sui monti “un tanto al chilo”, come si dice, andrebbero invece spesi, oltre che per i bisogni sistemici basilari delle comunità di montagna – vogliano nuovamente considerare lo stato delle scuole, delle strade, dei trasporti pubblici, della sanità, dell’efficienza amministrativa, della manutenzione idrogeologica…? Quante cose si potrebbe sistemare e migliorare con tutti quei soldi che, peraltro sottolineo, sono il frutto delle nostre tasse? – per istituire, a livello regionale, un soggetto (ente, commissione, cabina di regia, task forse… chiamiamola come vogliamo) composto da esperti di varie discipline e supportata da enti scientifici, di studio, università, che agiscono sul campo, vanno nei territori, ne studiano a fondo specificità, potenzialità e criticità oggettive, parlano con tutti i portatori d’interesse locali, pubblici e privati, e così elaborano progetti di sviluppo territoriale con effetti immediati e visioni a medio-lungo termine per ciascun territorio analizzato, dunque progetti peculiari e speciali per ogni territorio perché ciascuno di essi è una realtà a se stante che ha bisogno di interventi altrettanto specifici e mirati.

Questo è ciò che a mio parere va fatto sulle nostre montagne, così vanno spesi i soldi pubblici per generare un autentico sviluppo territoriale locale che generi benefici per tutta la comunità e per qualsiasi soggetto che la frequenta, anche per il turista occasionale.

In un contesto del genere, così ben concepito e strutturato nonché solidamente finanziato (i soldi ci sono, come si vede), si possono realmente proporre e fare innumerevoli cose, con ottime possibilità che ciascuna di esse avrà successo e apporterà vantaggi autentici e diffusi a tutto il territorio interessato e alla sua comunità. E di conseguenza risulterà anche un territorio ben più speciale, bello, attrattivo e accogliente per il turista, così che l’economia turistica in loco, finalmente congrua al territorio e alle sue potenzialità, possa diventare un elemento a sua volta veramente benefico per lo stesso oltre che organico alla comunità residente e strutturale nel tempo.

Questa non è una “alternativa”, è un vero modello di sviluppo territoriale dalle grandi potenzialità. Un progetto come “Winter & Summer Alta Valsassina”, ben lungi dal rappresentare un “modello” al quale opporre alternative, è invece una garanzia pressoché certa di fallimento e, ribadisco, di degrado territoriale.

Questo è il mio pensiero, e ringrazio di nuovo Antonio per avermi dato l’occasione di esprimerlo, spero con sufficiente chiarezza.

N.B.: tutte le immagini che corredano l’articolo, e che presentano vedute dell’Alpe di Paglio e del Pian delle Betulle, luoghi oggetto del progetto “Winter & Summer Alta Valsassina”, sono tratte da www.trekkinglecco.com.

Risposte troppo facili ai problemi complessi dei territori montani: il caso “Winter & Summer Alta Valsassina”

(Articolo pubblicato in origine su “ValsassinaNews” il 26 febbraio 2025.)

[Veduta panoramica del Pian delle Betulle, sopra Casargo (Lecco) dall’attuale seggiovia.]
Risposte (troppo) facili a problemi complessi.

È di questo che la montagna soffre da molto tempo, cioè fin da quando la si è marginalizzata, ritenendola poco importante per la politica, a vantaggio delle più ricche (e elettoralmente appetibili) aree urbanizzate e industriali del paese. Alle comunità di montagna si è tolto peso politico, diritto di interlocuzione, cultura e identità così da fare spazio ai modelli economici, culturali e imprenditoriali funzionali soprattutto a soggetti esterni alla realtà montana. Ai montanari, trattati alla stregua di bambini ingenui e un po’ tonti a cui si sono promessi giocattoli bellissimi in cambio dell’ubbidienza pressoché assoluta, non è rimasto che accettare quei modelli nella speranza di ricavarci qualcosa di buono – e non ci voleva tanto per ottenerla quell’ubbidienza, vista la situazione di povertà nella quale versava la gran parte della montagna italiana fino al dopoguerra. Così il turismo di massa si è facilmente imposto come modello economico imperante per i territori montani, in origine agevolato da condizioni climatiche favorevoli e dal boom economico che dagli anni Sessanta in poi ha concesso a molti italiani la possibilità di fare vacanze prima impossibili.

Ma stiamo parlando di un mondo che non esiste più, purtroppo. Nel pieno di una crisi climatica in costante peggioramento, che sta rendendo la neve al di sotto dei 2000 metri di quota sempre più aleatoria, di una situazione economica generale complicata, a sua volta legata a molte variabili geopolitiche un tempo assenti, e di un’evoluzione dei costumi che ha reso da anni il turismo sciistico un “mercato maturo” non più in grado di crescere se non nei più grandi e attrezzati comprensori a quote elevate, continuare a proporre in molte località il modello turistico dello sci su pista, promuovendo la realizzazione di nuovi impianti, piste e opere annesse – innanzi tutto gli impianti di innevamento artificiale – non vuol dire altro che reiterare quella pessima pratica del fornire risposte facili a problematiche complesse come quelle che la realtà montana contemporanea presenta. Una pratica di nuovo funzionale a fini e interessi che poco hanno a che fare con tale realtà, biecamente alimentata da meccanismi politici fatti apposta per trasformarla in propaganda e consenso elettorale con lo sguardo fisso alle prossime votazioni, mai al di là.

[Le piste del Pian delle Betulle nel pieno di uno degli ultimi “inverni”, il 15 gennaio 2022.]
Meccanismi che ormai tutti conosciamo (a parte chi fa finta di no): a livello regionale si mettono a disposizione dei soldi pubblici per scopi di “rilancio economico, sociale e territoriale” delle zone montane; lo stanziamento di questi soldi abbisogna di proposte e progetti rapidi, altrimenti c’è il rischio di perderli; le zone montane avrebbero la necessità di vedere elaborati piani strategici territoriali generali e integrati, sviluppati sul medio-lungo termine, che tengano conto di tutte le specificità presenti nei territori e delle loro necessità concrete, così da predisporne uno sviluppo organico e equilibrato a favore dell’intera comunità residente nonché di qualsiasi altro soggetto interagente nel territorio (inclusi i turisti), ma per elaborare piani del genere ci vuole tempo, volontà, impegno, visione, responsabilità… No, troppo difficile, troppo lungo! Dunque? Risposta molto più facile e immediata: spendiamo quei soldi in impianti sciistici e/o turistici! Basta sostenere che così si “sviluppa” l’economia locale, si “rilancia” il territorio, si sostiene la comunità locale, ovviamente si aggiunge che il tutto è “sostenibile” e il gioco è fatto. Un bel copia-incolla di un modello obsoleto, già da tempo fallito in molti luoghi, appiccicato alla zona in questione come se ogni territorio montano fosse uguale agli altri e ugualmente sviluppabile, col “vantaggio” che tutto questo è facile e semplice da proporre nonché funzionale a spendere i soldi disponibili così far credere che si stia veramente operando a favore del territorio.

Un “buon” esempio al riguardo? Il progetto “Winter & Summer Alta Valsassina”, nel comune di Casargo (Lecco) per il quale si vorrebbero spendere (in base a un accordo di programma recentemente definito in ambito regionale) più di 4.220.000 Euro, la gran parte pubblici, per realizzare delle infrastrutture sciistiche a quote inferiori ai 1800 metri, dove ormai la neve appare sporadicamente e il clima non ne consente la permanenza a lungo al suolo (e dove da più di vent’anni i vecchi impianti sono stati chiusi, chissà come mai!), invece di impiegarli nell’elaborazione di un progetto territoriale organico e integrato, come prima accennato, che possa realmente sviluppare il territorio in questione sul lungo periodo e con vantaggi diffusi a tutta la comunità, nel quale certamente ci può essere il turismo ma non in forme scriteriate come quelle proposte, semmai studiato per sfruttare al meglio le peculiarità, le reali potenzialità e le unicità della zona e organicamente correlato alle altre economie presenti così da creare un volano forte che sostenga il territorio e la comunità residente nella loro interezza, a tutto vantaggio pure della qualità della frequentazione turistica.

Invece no. Troppo difficile una cosa del genere, troppo elaborata. Purtroppo la politica oggi “ragiona” per slogan, per cose semplici e immediate, ha lo sguardo che non va oltre la prossima tornata elettorale, evita di affrontare i problemi reali (non a caso si dice spesso che sia lontana dalla realtà) e fornisce risposte facili a domande prive di senso che in fondo si pone da sola, anche per evitare quelle più sensate e complesse. Il buon senso viene del tutto ignorato (quello che ad esempio sconsiglierebbe chiunque dal realizzare impianti sciistici dove sciare è già ora e sarà sempre più improbabile, per di più spendendo soldi pubblici); alla comunità locale non resta altro che fare su e giù con la testa e dire di sì, senza alcuna forma reale di interlocuzione, di dialogo e confronto, di partecipazione democratica ai processi decisionali politici. Come bambini sprovveduti che non saprebbero dire cose intelligenti o decidere da soli cosa fare, appunto.

[Il parcheggio in fondo alla ex pista da sci dell’Alpe di Paglio.]
Ma, a proposito di buon senso e di risposte altrettanto buone e valide da dare a domande importanti: gli abitanti dell’alta Valsassina sono veramente sicuri che spendere più di 4 milioni di Euro per un progetto come quello presentato sia proprio il modo migliore per il territorio di impiegare tutti quei soldi? Sono sicuri che così si valorizzerà veramente il loro territorio? Che si rilancerà la sua economia e la vitalità sociale? Che le specificità e le unicità delle loro montagne verranno valorizzate come meritano? Secondo loro, è di seggiovie, impianti di innevamento artificiale e altre attrazioni turistiche ciò di cui il territorio locale ha innanzi tutto bisogno? O ci sarebbero altre priorità, altri bisogni, altre necessità da soddisfare perché più correlate alla quotidianità della comunità residente per le quali spendere al meglio quella grossa cifra di denaro in gran parte pubblico?

Inoltre: se i report climatici che prevedono nevicate in diminuzione e temperature in aumento nei prossimi anni dovessero aver ragione come finora l’hanno avuta e gli investimenti di “Winter & Summer Alta Valsassina” dovessero risultare insostenibili non solo ambientalmente ma soprattutto economicamente, oppure perché i prezzi di mercato imporranno spese di gestione più alte di quanto prevedibile, chi ripagherà i debiti conseguenti? Ancora il pubblico, dunque comunque i residenti della zona insieme a tutti gli altri contribuenti? Perché, come vengono presentati progetti dettagliati (apparentemente) su tali opere turistiche, non vengono mai presentati piani di gestione economica altrettanto dettagliati sul medio-lungo termine per le stesse?

[Una vecchia cartolina che mostra i condomini ormai vuoti che “adornano” l’Alta Valsassina tra Margno e Casargo, e che con il progetto in questione si vorrebbero riempire nuovamente di villeggianti investendo sullo sci come si fosse negli anni Settanta del Novecento.]
Infine: veramente gli abitanti dell’alta Valsassina pensano e credono che le loro montagne diventeranno più belle, attrattive e vitali grazie alle opere previste e ai soldi spesi per esse? E che saranno un buon posto da vivere per i loro figli e i loro nipoti, che ci saranno buone prospettive per essi nel futuro prossimo?

Ovviamente, ognuno è libero di rispondere come meglio crede ma a una condizione ineludibile: che qualsiasi risposta sia responsabile, assennata, basata su motivazioni valide e sul buon senso. Al diritto di pensare liberamente e formulare un proprio giudizio – su questa e su ogni altra questione – deve corrispondere il dovere civico e di responsabilità verso il proprio territorio e la comunità della quale si è parte. Anche per questo vivere in montagna rappresenta un privilegio del quale gli abitanti delle città non possono godere. Un privilegio che bisogna manifestare e preservare, non sprecare e gettare al vento troppo facilmente, troppo superficialmente.