Finzi, Fausta – matricola 49538

27 gennaio, Giorno della Memoria: quest’anno vi propongo la testimonianza di una donna delle mie parti, Fausta Finzi, tratta dalla video-intervista La storia di Fausta Finzi. Sopravvissuta del campo di concentramento di Ravensbrück, prodotta nel 2001 dal Comune di Verderio Superiore (Lecco). L’estratto qui proposto, del 2013, è a cura del MUST, il Museo del Territorio di Vimercate (qui invece ne trovate una versione più lunga.

Fausta Finzi Tortera nacque a Milano l’11 giugno 1920 da Edgardo Finzi e Giulia Robiati. Visse a Milano dove il padre lavorava come impiegato di banca. Quando quest’ultimo venne arrestato dalle SS nell’aprile del 1944 decise di seguirne la sorte. Venne portata nel carcere di San Vittore e separata dal genitore. Il 27 aprile 1944 venne trasferita nel campo di Fossoli dove poté riunirsi al padre. Rimase con lui sino alla divisione del campo in due aree distinte per uomini e donne. Durante questo periodo lavorò come infermiera. Nel luglio 1944 venne caricata con il padre su un convoglio ferroviario che fece sosta a Verona. Qui i due vennero separati: Fausta non rivide mai più il padre. Fu deportata nel campo di Ravensbrück con numero di matricola 49538. Qui fu costretta a lavori forzati di nessuna utilità pratica sino a che si offrì volontaria come operaia nella sartoria del campo. Nel gennaio 1945 arrivarono detenute provenienti da Auschwitz. L’organizzazione del lavoro iniziò ad essere meno costante a causa dei bombardamenti, nonostante la disciplina richiesta dai sorveglianti rimanesse ferrea. In questo periodo Fausta fu colpita da un’infezione ad un dito ma continuò a lavorare temendo le selezioni. Nel frattempo le razioni di cibo, già scarsissime,  cominciarono a diminuire progressivamente. Il 27 aprile 1945, dopo ben 265 giorni di detenzione, venne evacuata dal campo insieme ad altre prigioniere e costretta a marciare verso una destinazione sconosciuta sino all’8 maggio 1945, quando un contingente americano mise in fuga i soldati SS. Una volta libera fu costretta a rimanere nella zona controllata dall’esercito russo. Dopo avere assistito a violenze sessuali perpetrate dai soldati sovietici ai danni di alcune prigioniere, decise di fuggire insieme ad alcuni prigionieri italiani e raggiungere l’area di influenza americana. Venne alloggiata in un campo di smistamento ed in seguito trasferita a Lubecca in un campo inglese dove fu curata e nutrita. A metà agosto 1945 partì con una tradotta ufficiale per l’Italia. Rientrò a Milano il 31 ottobre 1945.

Dal ritorno a casa, Fausta Finzi rimase chiusa per sessant’anni in un silenzio ostinato, rotto soltanto dalle due video-interviste concesse nel 1996 al Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano e nel 1998 alla Shoah Foundation di Los Angeles. Due anni dopo, nel 2000 acconsentì ad una intervista per la Commissione Cultura del Comune di Verderio Superiore e, in occasione della Giornata della Memoria del 2002, affrontò per la prima volta il pubblico, a Vimercate e, poco dopo, a Lecco nell’ambito della mostra “La Memoria”. Proprio da quest’ultima esperienza nacque e prese corpo l’idea di pubblicare il diario della marcia.

Fausta Finzi aveva già pubblicato nel 2003 un libro di memorie dal titolo Varcare la soglia (ediz. ISMLEC, 2003), in seguito al quale fu chiamata a partecipare a numerosi incontri pubblici, inclusi quelli con gli studenti. Il diario della marcia è uscito invece nel 2006 con il titolo A riveder le stelle (Gaspari Editore, 2013). Con esso la Finzi ha consegnato alla nostra memoria una singolare testimonianza nella quale l’oggi – ovvero il resoconto tardivo della propria prigionia e le riflessioni sul significato più intimo di tale esperienza – si mescola con il passato con il “tempo di allora” fermato nel diario del 1945. Il diario è accompagnato da due saggi, uno di Federico Bario che si sofferma sulla difficoltà di essere “testimone”, l’altro di Marilinda Rocca dedicato alla scrittura, o meglio alle “scritture” di Fausta Finzi. A riveder le stelle in qualche modo ridona voce – e oggi ancora di più – a chi come Fausta Finzi ha saputo affrontare ogni momento della propria vita, anche il più tragico, con una straordinaria forza d’animo; è riuscita con tranquillità, lucidità, talvolta autoironia, a raccontare il senso di una vita che alla fine è riuscita a fare i conti anche con la propria memoria. Memoria che ora appartiene anche a tutti noi.

Fausta Finzi è scomparsa a Vimercate il 26 giugno 2013.

David Lynch basta a se stesso

L’opera d’arte deve bastare a se stessa. Quello che voglio dire è che sono stati scritti tantissimi capolavori della letteratura, gli autori sono ormai morti e sepolti e non puoi tirarli fuori dalla fossa. Hai il libro però, e un libro può farti sognare e riflettere.

(David Lynch, In acque profonde, traduzione di Michela Pistidda, Mondadori, Milano, 2006-2017. E questo post è perché proprio oggi Lynch, «Il regista più importante di quest’epoca», compie 75 anni. Viva!)

Il privilegio dell’arte

[Foto di Jan Ehnemark, pubblico dominio; fonte qui.]

L’arte non è, ai miei occhi, un appagamento solitario. È il mezzo per smuovere la maggior parte degli uomini offrendo loro un’immagine privilegiata dei dolori e delle gioie comuni.

(Albert Camus, dal discorso proferito in occasione della consegna del Premio Nobel per la Letteratura, 1957. Citato in Davide Vago, Sartre e il Giano bifronte del passe’ compose’, sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrionr.142, aprile 2020.)

Umanità degli animali? No, animalità degli umani!

Loki, il mio segretario personale a forma di cane, devo ammettere che a volte non si dimostra estremamente professionale nelle sue mansioni come io gradirei: come qualche giorno fa, quando gli ho dato l’incarico di addetto stampa personale consegnandoli uno smartphone per gestire i vari media e lui, per tutta risposta, ha subito cercato di capire se fosse qualcosa di commestibile, danneggiandolo. Accidenti!
Tuttavia, a parte tali malintesi professionali, devo pure ammettere che in altri ambiti non smette di dimostrarmi le sue notevolissime doti di animalità. Animalità, sì.

Ad esempio – per dirvi d’un fatto recente in fondo assai banale ma, per me, certamente significativo: qualche giorno fa vaghiamo per boschi montani all’imbrunire, la luce diurna svanisce lentamente ma inesorabilmente, le ombre si allungano velando il paesaggio ma la neve sul terreno agevola la visibilità. Ad un tratto, presso una baita, noto qualcosa che si muove: è una piccola capretta, rannicchiata e tremante nell’angolo tra l’edificio e un basso muro di pietre. È ferita alle zampe posteriori che infatti tiene piegate in modo innaturale, forse per il morso di qualche altro cane poco o per nulla “educato”. Loki non la vede subito ma, appena gliela faccio notare, si agita come se non sapesse più stare nel pelo (si può dire così, per gli animali?), le si avvicina ma stando attento a non urtarla con troppa foga, la annusa, lecca la ferita, le dà piccoli colpetti col naso come a invitarla a rialzarsi, mi guarda, piagnucola, abbaia, corre intorno al punto in cui è ferma, abbaia ancora, mi guarda, le si sdraia davanti osservandola fissamente per qualche secondo e poi ricomincia il tutto come sopra.
«Razza di teppista peloso che non sei altro! – gli dico – se non avessi addentato quello smartphone potevi chiamare tu qualcuno in soccorso!» Così le faccio io un paio di telefonate, poi restiamo ancora per un po’ lì accanto alla capretta per farle compagnia e tentare di rassicurarla, cercando di placare la sua evidente agitazione. Alla fine l’amica veterinaria alla quale si affida anche Loki mi assicura che ci penserà lei a recuperare entro breve la piccolina ferita, ma per convincere Loki che ce ne possiamo tornare a casa – ormai è tardi e il buio è calato del tutto – ci metto un bel po’: non se ne vuole andare, mugola, punta le zampe a terra come se volesse rimanere lì a vegliarla.

Insomma, la storia fortunatamente ha un lieto fine, con la capretta recuperata e ora in degenza presso l’ambulatorio dell’amica veterinaria (che ringraziamo di cuore, Loki e io, per il salvataggio):

Ecco.
Storiella banale, lo ribadisco, eppure nella sua insignificanza importante, per me.

Ora: noi umani, sempre così terribilmente (e spesso ingiustificatamente) antropocentrici, parliamo di “umanità degli animali” quando ci pare che si comportino con altruismi e magnanimità che pensiamo essere doti manifestate unicamente dagli uomini. Dimostrando con ciò la nostra irrefrenabile boria, appunto, e parimenti dimenticando la storia stessa del genere umano, i cui atti nobili – inutile rimarcarlo – sono ben offuscati da fin troppa millenaria ignobiltà e senza che tale realtà storica appaia in miglioramento, per giunta – anzi. Però gli “animali” sono loro, non noi, e quando usiamo il termine “animalità”, per lo stesso principio irrazionalmente antropocentrico appena citato, lo decliniamo in accezioni negative e spregiative, contrapponendolo spesso proprio al senso che diamo al termine e al concetto di “umanità”.
E se invece di parlare di “umanità degli animali” dovessimo imparare da essi e conseguire una nostra animalità umana? Insomma, siamo così certi di essere sempre noi quelli magnanimi, sensibili, altruisti, solidali, generosi, e di esserlo quando conta esserlo e non solo quando ci fa comodo manifestarlo, per poi diventare tutto l’opposto quando torniamo a barricarci nel nostro baluardo di antropocentrico egoismo per mere e a volte bieche ragioni di convenienza personale? In parole povere: e se noi uomini dovessimo tornare a essere “animali”, per diventare pienamente e autenticamente umani?

Be’, noterete che pure la “morale” della storiella è assai banale, in fondo. Eppure, di frequente, ci viene comodo pensare che certe cose siano banali e scontate sono per sentirci giustificati nel trascurarle e nell’evitare di meditarci sopra come dovremmo invece fare. Già.