[Immagine tratta da Facebook.]Un’altra band che mi sono trovato a riascoltare con gran godimento sonoro sono i Gogol Bordello, una delle creature musicali più originali del panorama contemporaneo con la sua miscela esplosiva di musica tradizionale tzigana e slava, punk, hard rock, folk, ska, dub, il tutto proposto con attitudine da cabaret e con un inopinato, quasi inspiegabile appeal commerciale, quantunque la proposta sonora della band risulti a molti troppo “deviata”, per non dire folle.
Un album come Gypsy Punks: Underdog World Strike, peraltro prodotto da un mostro sacro come Steve Albini e del quale vi propongo due brani, è perfetto per entrare nel mondo dei Gogol Bordello e comprenderne il pulsante “paciugo” sonoro, che in certi momenti sembra sul punto di deragliare verso il caos da osteria di quart’ordine per poi riorganizzarsi, placarsi e divenire melanconico, a tratti quasi struggente, e quindi ripartire ancora a far caciara etno-musicale, sempre e comunque orecchiabile seppur – ribadisco – molto poco ordinaria, in tutti i sensi. I “sovranisti” della musica li odiano, i “globalisti” li amano; io, che rifuggo da tali facili ergo vuote e bieche catalogazioni, trovo che la loro capacità di controllo, tecnica e artistica, di così tanti stili e influenze musical-culturali in così “poco spazio” – i tre/quattro minuti di un brano o anche meno, intendo dire – è veramente notevole e, appunto, tutta da godere.
[La mulattiera di origine medievale che sale al borgo di Savogno, nella Val Bregaglia italiana (Sondrio). Immagine tratta da qui.]
Questa bella Provincia[1] seminata da paesaggi in apriche giacenze, non vantava migliori comunicazioni delle nostre[2]. A volo d’uccello sorridenti e pittoreschi, questi paesaggi calcati col piede offrivano le medesime mostruosità. Viuzze serpeggianti, anguste, informi, che dall’imo dell’abitato ascendevano al sommo per intrecciarsi in un labirinto di andirivieni, senza uno sfogo riconoscibile. E come all’interno, così le comunicazioni dall’uno all’altro paese erano parimenti viziate. All’insù ed all’ingiù, ora a destra, ora a manca fin a che con fatica, strapazzi a perditempo vi si perveniva.
(Daniele Marchioli, Storia della Valle di Poschiavo, 1886, pag.201.)
Aaah, come cambiano i tempi, le visioni del mondo, la relazione coi luoghi che abitiamo, la percezione dei paesaggi! Nell’Ottocento si spregiavano le antiche vie rurali che percorrevano i monti – in tal caso della Valtellina o dei Grigioni, ma il discorso vale per ogni regione montana – desiderando nuove e più moderne vie di comunicazione; oggi, che abbiamo nastri d’asfalto tanto ampi e rapidi quanto perennemente intasati di traffico e di smog e così caotici da svilire l’esperienza più autentica del “viaggio”, torniamo a considerare e ad amare le “mostruose” viuzze serpeggianti, anguste, informi sui monti lungo le quali non vediamo l’ora di provare fatica e strapazzi a perditempo ovvero il piacere della lentezza, della quiete, dell’avere il tempo di guardarsi intorno, di cogliere le tante bellezze che ogni luogo offre, di sentirci accolti nel loro paesaggio. Ma non è una mera e banale questione del tipo “si stava meglio quando si stava peggio”, no: è un generare in sé l’adeguata consapevolezza della relazione che dobbiamo intessere con il mondo che abbiamo intorno e, soprattutto, con la nostra presenza ed essenza in esso. Certamente serve la strada veloce che ci permetta di svolgere proficuamente gli impegni quotidiani (quando non sia ingolfata dai troppi automezzi in circolazione, appunto) ma in senso assoluto – e assolutamente umano – non serve più di quanto ci è utile la tortuosa mulattiera che lentamente, e richiedendo fatica a volte intensa, sale il fianco della montagna portandoci in alto, sopra quel mondo sempre troppo inquinato da fumi e da insensatezze assortite, lassù dove abbiamo più tempo non solo per guardarci intorno ma pure per guardarci dentro. E magari scoprire che più il “dentro” e il “fuori” si assomigliano e risultano armonici, più ci sentiamo bene.
In fondo lo sosteneva Walter Bonatti, uno che in tema di “salite verso l’alto” nonché di “viaggi” nel senso più pieno del termine è stato tra i più grandi di sempre, che «Chi più alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna». Ecco, è ancora così e lo sarà sempre, già.
[1] Il riferimento è alla provincia di Sondrio, dunque alla Valtellina.
Vi sono gruppi musicali che non sono così sulla bocca di tutti, in quanto a notorietà, e i loro album non sono reputati capolavori celeberrimi come quelli di altre band, eppure li ascolti e ti rendi conto quanto invece siano (stati) influenti e seminali per la musica degli anni successivi. È il caso – secondo me – dei The Jam, autentica icona britannica del punk meno sovversivo e antisistema e più (consentitemi una tale mediocre contraddizione) “politically correct”, guidati dall’altrettanto monumento nazionale Paul Weller (sì, quello degli Style Council, sempre lui) e invero meno conosciuti all’estero ma, appunto, capaci di influenzare molta parte della musica rock di matrice punkeggiante almeno dei successivi tre decenni, al contempo recependo al meglio la lezione musicale e artistica del periodo precedente. Ascoltatevi un pezzo come News Of The World, ad esempio: da una parte vi ritrovate dentro i migliori The Who, Stooges o gli MC5, dall’altra riconoscerete le basi – per fare altri nomi al riguardo – del brit pop di Oasis e Blur così come di certo Scandinavian rock alla The Hives, ma pure di parecchia produzione pop “elettrica” degli anni ’80.
Poi, ribadisco, altre loro cose mi entusiasmano meno, ma quando si sono messi d’impegno Weller e soci hanno veramente impresso una traccia tutt’oggi evidentissima lungo il grande sentiero del rock, che merita altrettanta grande considerazione. Cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più sui The Jam e Paul Weller.
Di “casette dei libri” – o per il bookcrossing, altrimenti dette Little Free Library – ve ne sono ormai ovunque e tante sono posizionate in luoghi paesaggisticamente spettacolari, unendo così il piacere della lettura alla bellezza del paesaggio in un connubio di raro fascino.
Tra quelle poste in luoghi particolarmente affascinanti, e a me altrettanto particolarmente cari, vi è quella che vedete nelle immagini: semplicissima, spartana ma dotata d’una bella panca di lettura e, soprattutto, installata (nella bella stagione ovvero fino a che la meteo risulta clemente) nel mezzo di un paesaggio tra i più straordinari delle Alpi, quello di Avers nel Cantone dei Grigioni, in Svizzera.
Non so voi ma io, lì, con un bel libro da leggere, ci starei stabilmente da quando la neve si scioglie e il clima si fa mite fino a che la neve della nuova stagione fredda cominciasse a ricoprirmi le membra!
Sul tema del Giorno della Memoria, poco fa alla radio, ho sentito un interessante intervento nel quale veniva posta una domanda cruciale: quando non ci saranno più testimoni diretti atti a mantenere viva – perché direttamente vissuta – quella fondamentale storia della quale si chiede di salvaguardare la memoria, questa che fine farà? C’è il rischio che, nonostante il suo valore necessario e imperituro, svanisca come è già accaduto per altre pur importanti memorie?
Be’, risposta ovvia dacché immediata, ma forse non così banale: bisogna generare nuovi custodi della memoria, capaci anche di tenere pienamente vivo lo spirito delle testimonianze dirette, quando di esse non ve ne saranno più. Seguito altrettanto ovvio, ma affatto banale stavolta: sono le nuove generazioni a poter diventare quei custodi, e non solo perché “nuove” ma pure perché potenzialmente più sensibili di noi “grandi” (nonostante tutto ciò che si dice all’opposto: si veda la sensibilità verso la questione climatica) verso una tale basilare missione.
Posto ciò, ho la fortuna di conoscere (anche se non quanto vorrei) Marina Morpurgo, storica, giornalista, traduttrice e raffinata scrittrice che ha lavorato per quattro anni al Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, e che per la casa editrice Pearson (con la quale ha pubblicato un nuovo corso di storia per la Scuola secondaria di primo grado Luci sulla storia) ha scritto uno “speciale” per studenti intitolato Gli ebrei sotto il nazismo: “pecore al macello” o combattenti? Col quale mette in luce i tanti atti di resistenza morale e culturale che, oltre gli episodi di resistenza militare, gli ebrei seppero organizzare contro la barbarie nazista. Una resistenza disperata e proprio per questo straordinaria nei risultati che riuscì a conseguire.
Cliccate sull’immagine in testa al post per leggerlo – merita molto, inutile rimarcarlo.