«Mamma li tu…risti (sui monti)!»

[Immagine tratta da questo articolo de “il Dolomiti“.]

Luigi Casanova è presidente onorario di Mountain Wilderness, associazione ambientalista che si è distinta nella difesa degli spazi selvaggi dall’antropizzazione indiscriminata. Casanova di professione è custode forestale in Val di Fassa e Val di Fiemme. Il suo è un punto di vista radicale e combattivo. Nel 2017 ha partecipato al convegno Unesco in Val Pusteria, in cui si lanciò un allarme: i flussi del turismo, entro il 2030, sarebbero aumentati del 30% a livello globale. Attualmente, mi ricorda, l’Alto Adige è visitato da 9 milioni di turisti l’anno, il Trentino da 5 milioni. «Di tutte le proposte nate in quel convegno non è rimasto nulla, nessuna traccia nella riflessione dei politici o del mondo dei partiti che governano le Dolomiti. Poi è avvenuto ciò che è avvenuto l’anno scorso, e tutto si è complicato». Faccio notare a Casanova che ai territori investiti dal flusso di turisti e denaro corrispondono intere vallate spopolate, tra il bellunese e la Carnia. «È vero, da una parte le terre abbandonate, dall’altra le terre “obese” del Trentino, Alto Adige e Cortina, abitate da personaggi pieni di sé: non sanno più dove buttare i soldi, non ne hanno mai abbastanza». Criticare i turisti, mi spiega, non aiuta a mettere a fuoco i veri problemi della montagna. «Quando le strade di penetrazione ai rifugi vengono raddoppiate in ampiezza, quando accanto agli impianti di sci si allestiscono centri con parchi avventure, questa è una scelta e una responsabilità degli imprenditori che vogliono aumentare i profitti continuamente, non del cittadino che poi usufruisce di queste strutture. Hanno addomesticato la gente delle valli, che la pensa come loro e, al massimo, li invidia: siamo noi montanari ad avere perso la cultura del nostro territorio, delle nostre tradizioni. E insieme rischiamo di perdere la montagna. Manca la gestione del territorio, perché si fa fatica a togliere i sassi, tagliare gli arbusti, l’erba. Avere cura della montagna significa tutto questo. Tra dieci anni, quando non ci sarà più nessuno che va a pulire il bosco, le canaline delle strade forestali per mantenere i drenaggi, nessuno che tiene aperti i sentieri, che turismo potranno proporre? La situazione è sfuggita di mano e la trasformazione a cui stiamo assistendo è violenta e veloce, proprio sotto i nostri occhi».

Questo è un brano tratto da un bell’articolo di Nicola De Cilia pubblicato il 1 luglio scorso sull’altrettanto notevole rivista “Gli Asini”, intitolato Una montagna di gente. L’impatto del turismo nelle località alpine; cliccate qui per leggerlo nella sua interezza. Posto tale titolo “programmatico”, l’articolo offre, pur nella necessaria stringatezza, un chiaro panorama della particolare e per certi versi bizzarra realtà turistica alpina divenuta palese a seguito dell’emergenza Covid ma invero già in maturazione da qualche tempo.

È un tema che ho trattato più volte anch’io, qui sul blog e altrove: in particolare in questo articolo, quasi un anno fa, interrogavo me e i miei lettori su come, quanto e perché una tale inopinata invasione turistica dei monti, e delle località alpine in particolare, potesse essere considerata un’opportunità o di contro una calamità. Perché è sicuramente bello che molta gente comune, non avvezza alle alte quote, “scopra” la montagna, la sua bellezza, le sue prerogative, il suo valore; è molto meno bello che lo faccia in maniera assai superficiale, sull’onda di “mode” del momento ovvero di mere e spesso bieche strategie turistico-commerciali, ed è ancor meno bello che da un’esperienza così potenzialmente didattica, illuminante, ravvivante la mente e l’animo, se ne torni a casa senza nemmeno aver capito dove si trovasse, cosa abbia visto e magari con un paio di “originali” gadget «Made in China» in valigia. Come spiega Luigi Casanova in un passaggio del brano sopra citato, spesso c’è di mezzo «una responsabilità degli imprenditori che vogliono aumentare i profitti continuamente», i quali «hanno addomesticato la gente delle valli, che la pensa come loro e, al massimo, li invidia». Invece, i primi custodi della montagna, non solo dal punto di vista politico, amministrativo, economico e quant’altro ma, soprattutto, dal punto di vista culturale, sono i montanari. Sembra un’ovvietà, questa, e invece non lo è. D’altro canto chi per primo ha il dovere e il diritto di far comprendere la bellezza e il valore delle montagne se non chi le abita, magari da secoli? Le montagne non vivono con il turismo, come la politica vuole far credere per basare su ciò un gran giro di denari e di interessi particolari: vivono grazie a chi le vive, e solo se qualcuno le vive e lo fa a fondo e consapevolmente possono vivere anche di turismo, un turismo che le aiuterà a costruirsi un buon futuro e che in questo modo non diventerà il sipario che inevitabilmente e definitivamente calerà sul loro paesaggio, come in molti luoghi sta accadendo.

Come ribadisco, è un momento di potenziale opportunità o di possibile disastro e il limite tra questi due futuri prossimi è sempre più sottile e fragile: dobbiamo agire per ampliarlo e rinforzarlo il più possibile, prima che sia troppo tardi.

La “perversa” passerella panoramica dei Piani Resinelli

[Immagine © Foto Menegazzo, tratta da qui.]

Il paesaggio rappresenta uno «spazio di vita» in cui riconoscersi, un «luogo antropologico» antidoto allo spaesamento generato da non-luoghi senza identità, relazione e storia. La perdita più grande, sia per i residenti nella montagna alpina che per i suoi frequentatori più sensibili, rischia di essere quella di trovarsi al cospetto di un paesaggio muto, fatto di cose anonime, museificate ed alienanti.

(Annibale Salsa, I paesaggi delle AlpiUn viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli Editore, 2019, pagg.6-7.)

Immaginatevi una bellissima spiaggia, di sabbia dorata e fine, che dà su un mare altrettanto bello con acque cristalline – un luogo da cartolina insomma, come si dice in questi casi.
Bene, ora fate conto che su cotanta meravigliosa spiaggia bagnata da tale magnifico mare ci piazzino una piscina. Bella, confortevole, ben fatta. Avrebbe senso, secondo voi? Con quel mare a vostra disposizione, il bagno lo fareste nella piscina? O la trovereste decisamente fuori luogo, in ogni senso?

Ecco: è nel principio – pur se geograficamente “ribaltato” – quanto è stato fatto sul Monte Coltignone, montagna sopra i Piani Resinelli al cospetto delle celeberrime Grigne (provincia di Lecco) che dal suo versante Sud Ovest, il quale cala quasi a picco per 1000 e più metri sul ramo di Lecco del Lago di Como, offre uno dei più bei e ampi panorami delle Alpi Centrali, con vista sull’intero arco occidentale alpino e prealpino, su Lecco e la Brianza, Milano, la pianura lombarda e emiliana e gli Appennini all’orizzonte. Oltre al lago e alle montagne che circondano Lecco, appunto: il tutto visibile tramite un comodo sentiero, agibile a tutti, che percorre la parte più panoramica del monte e il suo punto migliore in tal senso, denominato non a caso Belvedere. E proprio qui, al “Belvedere”, è stata piazzata una piattaforma in acciaio a sbalzo – variamente denominata anche “terrazza”, “passerella” oppure proprio “belvedere” – per ammirare il panorama.

Già.

[Immagine tratta da qui.]
Come dite? «E allora prima della passerella cos’è che si vedeva, se non ancora il panorama?» Appunto, essendo la montagna in questione, ribadisco, una delle più panoramiche che ci siano! Ora capirete ancora meglio l’esempio iniziale della piscina in riva al mare, ecco.
Ovviamente, c’è (al solito) anche la motivazione del “rilancio” e della “valorizzazione turistica della zona”. Con una struttura artificiale totalmente inutile e decontestuale dal luogo in cui è stata installata, ribadisco. Un po’ come valorizzare un diamante di purezza cristallina colorandolo di giallo fosforescente, insomma!

Due cose, in particolare, rivelano benissimo l’essenza dell’opera. Innanzi tutto, la motivazione addotta dai fautori della struttura: «Spiace che si parli male di un terrazzo belvedere realizzato secondo i precisi criteri utilizzati sia in Austria che in Trentino secondo un modello tipico delle Alpi.» Modello tipico? Da quando in qua «una piattaforma di cemento nel mezzo della Natura con ringhiere di metallo, che esce a sbalzo per 12 metri» (cit.) è un modello tipico delle Alpi? Be’, allora ancora prima lo sono i grandi parcheggi che coprono di asfalto i fondivalle montani in prossimità degli impianti sciistici o delle attrazioni turistiche, no? Dunque possiamo piazzare megaparcheggi ovunque, sui monti?

[Immagine tratta da qui.]
Inoltre: «un terrazzo belvedere realizzato secondo i precisi criteri utilizzati sia in Austria che in Trentino». Vedi sopra anche per questo. Forse è bene mettere di nuovo in evidenza che in territori di grande pregio paesaggistico e di altrettanta delicatezza ambientale ogni intervento deve essere contestuale al luogo stesso e armonizzato alle peculiarità locali. Ogni opera fa da sé, insomma, non può e non deve fare da modello per altre, anche se le circostanze realizzative appaiono similari – ma ciò banalizza l’evidenza che, di contro, ogni luogo possiede una propria anima, un proprio Genius Loci: fare una cosa convincendosi che sia quella giusta solo perché l’hanno fatta anche altri e altrove è una motivazione a dir poco insipiente e parecchio puerile, peraltro del tutto slegata da qualsiasi autentico e sensato intento di valorizzazione turistica locale (che dice di perseguire ma che in verità sostanzialmente nemmeno considera).

Ora la seconda cosa, che si ricollega alla indispensabile contestualizzazione di tali interventi con i luoghi di installazione: «Rende la visuale sulle nostre montagne qualcosa di surreale… sembra di camminare sulle nuvole…!» (cit.) Ecco, la spettacolarizzazione dell’esperienza alpestre che ribalta il soggetto della stessa e devia qualsiasi potenziale ricaduta virtuosa in senso culturale – “concetto” presente in ognuna di queste installazioni-giostra che pretendono di valorizzare il territorio che hanno intorno e invece lo privano di senso e di valore. Ovvero, per dirla con terminologie proprie della sociologia (del turismo, ma non solo), la solita customer experience contrapposta ad una necessaria ma puntualmente ignorata place experience. Spiego meglio: se su una montagna che già di suo offre un panorama meraviglioso, e dunque la possibilità di una percezione del paesaggio locale assolutamente genuina, e lo offre attraverso una fruizione del tutto naturale e legata al suo contesto (il sentiero che percorre il monte), viene piazzata un’opera antropica, decontestuale al luogo, che si riserva la prerogativa di offrire “il” panorama per eccellenza ai fruitori, legandolo a emotività prettamente ludiche («sembra di camminare sulle nuvole!») e togliendolo alla loro personale (ovvero singolare) sensibilità culturale, quest’opera finisce per focalizzare il senso dell’esperienza non sul territorio e sul suo paesaggio ma sulla quantità di emozione e divertimento che sa regalare al fruitore. Il quale non guadagnerà nulla di più a favore della propria conoscenza e considerazione del luogo (aveva tutto quanto di necessario già prima, ribadisco) e di contro formalizzerà in se stesso un’esperienza deculturale di pura matrice ricreativa che utilizza il luogo come “contenitore”, non come “contenuto”. Esperienza che, una volta vissuta, verrà rapidamente dimenticata e probabilmente non porterà di nuovo il fruitore lassù ma gli farà cercare ulteriori emozioni altrove – magari dove c’è il ponte tibetano più alto e più lungo o la funivia più spettacolare o un posto ancora più adatto per farsi un selfie da millemila like.

Santi numi, ma non lo capiscono, gli amministratori pubblici che si rendono fautori di tali iniziative, che queste cose non rilanciano e non valorizzano nulla, anzi, banalizzano i luoghi dove vengono piazzate? Non capiscono ancora – visto che è da decenni ormai che lo si rileva – che non è con la lunaparkizzazione dei suoi luoghi più belli ed emblematici, dunque parimenti identitari, che si valorizza la montagna e si contribuisce alla costruzione di un buon e solido futuro per i suoi territori e per chi li abita?

[Immagine tratta da qui.]
Infine, last but non least, con i 130.000 (centotrentamila) Euro che è costata la passerella, quante opere e iniziative veramente utili per il luogo in questione si potevano realizzare, previa un’attenta analisi del territorio, delle sue peculiarità e con le relative virtuose e competenti progettualità? (Ad esempio, la Casa-Museo Villa Gerosa, a pochi minuti di cammino dalla deprecabile passerella, un luogo di grande potenzialità ma di concezione antiquata e per nulla valorizzato come dovrebbe: perché non fare di più per esso e per farne un piccolo polo di attrazione culturale per la zona?)

E pensare che a pochi km dai Piani Resinelli, sempre sulle montagne di Lecco ovvero nel piccolo borgo di Morterone, quasi in contemporanea alla perversa passerella si è inaugurato un progetto veramente e potentemente virtuoso per il territorio e il suo paesaggio: il MACAM – Museo d’Arte Contemporanea all’Aperto che, con le sue opere d’arte diffuse e la Casa dell’Arte, è in grado di intessere quella relazione consapevole tra il territorio e i suoi visitatori, fondendola di spessore culturale e consentendole di diventare patrimonio e retaggio esperienziale in grado di acquisire forza nel tempo, parimenti valorizzando sempre di più il paesaggio montano di Morterone senza alcuna artificiosa forzatura materiale e immateriale. Per tali motivi, già ora molti organi di informazione nazionale e internazionale ne stanno parlando, attirando attenzione e considerazione verso il minuscolo paese al cospetto del Resegone e verso le sue bellezze paesaggistiche, cosa che ovviamente ai Piani Resinelli non avviene e non avverrà – è assai facile prevederlo (ma del MACAM, un progetto peraltro basato in gran parte sull’iniziativa privata, non a caso, vi parlerò presto più diffusamente).

Per “concludere” (dacché si potrebbe ancora dire molto, al riguardo): quella passerella di acciaio e cemento ai Piani Resinelli temo purtroppo che alla fine risulti, più di ogni altra cosa, un inutile e costoso rottame-in-nuce imposto in modo assai discutibile ad un luogo meraviglioso del quale è stata così guastata la bellezza e il valore culturale del paesaggio e che nulla porta a favore della conoscenza e della comprensione delle sue preziose peculiarità – anzi, appunto, che banalizza e inevitabilmente degrada.

Magari sbaglierò, anzi, io per primo mi auguro di sbagliare: ma le cronache di ormai qualche lustro a questa parte e le esperienze rilevate lasciano ben poche speranze al riguardo. Già.

(Ri)diamo voce ai sentieri!

A proposito di (nuove) strade di montagna, in senso generale: dall’inizio dell’anno in corso su Facebook è attiva la pagina “Diamo voce al sentiero, che si propone lo scopo di (come si legge nelle informazioni della pagina stessa) «sensibilizzare e discutere sul tema della costruzione di viabilità montana a discapito della sentieristica preesistenteUn tema fondamentale eppure troppo spesso sottovalutato, trascurato ovvero fuorviato per adattarlo a fini strumentali che rispetto allo sviluppo e alla salvaguardia della montagna appaiono del tutto antitetici, i quali poi consentono di perpetrare al territorio montano danni sconcertanti e sovente perenni con il conseguente detrimento del valore estetico, culturale, antropologico nonché economico dello stesso.

Diamo voce al sentiero” cerca di sostenere e perseguire una così necessaria sensibilizzazione sia attraverso contenuti che pongono in evidenza i concetti primari alla base del tema suddetto (un esempio lo vedete qui sopra), sia con focus veloci e sagaci su certe situazioni particolarmente emblematiche al riguardo – proprio come quella in corso nella splendida e ora profanata Val di Mello, sulla quale ho dissertato a mio modo nel post precedente, qui sul blog.

Seguitela, la pagina “Diamo voce al sentiero”: se da un lato vi darà modo di irritarvi parecchio (come a me succede) verso certi terribili e vergognosi interventi nei territori montani, dall’altro vi darà coscienza di come la bellezza dei monti non abbisogni affatto di quelle opere e che, come peraltro sosteneva il grande Walter Bonatti, «La montagna insegna a non barare, a essere onesti con se stessi e con quello che facciamo»: e a volte ciò che l’uomo decide di imporre, alla montagna, è quanto di più disonesto vi sia nei suoi confronti e di chiunque la voglia vivere liberamente e consapevolmente.

La nuova autostrada della Val di Mello (ovvero, dalla tragedia alla farsa!)

Con grandisssssimo rammarico nei giorni scorsi ci è toccato leggere sugli organi di informazione che i lavori della nuova, meravigliosa autostrada della Val di Mello sono stati interrotti, per colpa di qualche nevrotico “ambientalista” che, vedendo le possenti ruspe in azione, espressione del più nobile e giusto e affascinante e conveniente e necessario progresso alpestre, si è messo a frignare come un moccioso. Ok, ammettiamo che giustificare la costruzione della grande autostrada mellata con la realizzazione di un sentiero per i disabili rappresenta una certa forzatura, più che altro perché far transitare le joelette dei disabili lungo una strada che sarà senza dubbio assai trafficata potrebbe essere pericoloso, e in tal senso la presenza delle ruspe dà un po’ nell’occhio, ecco. D’altro canto mica siamo ancora all’età della pietra, quando le strade si costruivano con gli schiavi e le asce in rame come quella di Ötzi! Vogliamo dare un futuro alle nostre (nostre, non vostre, eh!) montagne, o preferiamo lasciare ancorate a realtà di secoli fa? Eh? Vergogna, voi che volete lasciare le cose come stanno, in Val di Mello, solo perché è una “riserva naturale”! E allora non è naturale arrivarci in auto, nel 2021, su una strada consona ai tempi? Volete arrivarci ancora a piedi o a dorso di mulo?

Purtroppo Ersaf, responsabile dei lavori, per quanto sopra si è dovuta scusare, per aver commesso un grossolano e imprevedibile sbaglio, sì, e dovuto gioco forza interrompere i lavori: «ha ammesso che c’è stato un errore da parte della direzione dei lavori», così si legge sulla stampa. In effetti Ersaf doveva e deve lavorare in modo più discreto, magari camuffando le grandi ruspe in modo che si notino meno vistosamente nel paesaggio della valle. Ma può capitare che, sull’onda dell’entusiasmo per un progetto così virtuoso, si parta a fare le cose a spron battuto non curando al meglio certi pur insignificanti dettagli. È da capire e perdonare, Ersaf: basta che riprenda al più presto i lavori!

Ecco, a proposito di ciò: è ovvio e condiviso da tutti che la sicurezza e la tutela devono restare sempre valori fondamentali e di base per l’intero progetto e i lavori in corso. Infatti ci auguriamo che la nuova grande arteria verrà protetta al meglio e resa sicura da tutto quanto di pericoloso avrà intorno – piante, rocce, animali, escursionisti, alpinisti e ogni altra cosa che potrebbe intralciare il transito dei veicoli. I lavori o si fanno bene o non si fanno proprio, inutile rimarcarlo!

Solo un dubbio, riguardo questo bellissimo progetto, resta in sospeso: a quanto ammonteranno le tariffe per il posteggio dei nostri autoveicoli nel grande parcheggio da n-mila posti che verrà realizzato a Rasica, al termine dell’autostrada? Perché, be’, non vorremmo godere liberamente d’una tale meraviglia viabilistica e poi dover pagare delle tariffe eccessive, una volta giunti alla meta!
Ci auguriamo che qualcuno possa dirimere questo dubbio, dato che nel progetto non vi sono cenni al riguardo: perché se un’opera così nobile e valorizzante subisse certe esagerate imposizioni, che buon futuro ci potrebbe essere per la Val di Mello?

(Cliccate sulle immagini per leggere gli articoli dai quali sono tratte.)

L’invasione turistica dei monti, tra calamità e opportunità

[Invasione di turisti come in città al Sass Pordoi, 2900 m, nelle Dolomiti. Immagine tratta dalla pagina facebook del CNSAS – Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, qui.]
In queste settimane leggo frequentemente articoli e opinioni sull’invasione delle Alpi italiane da parte di turisti, gitanti e vacanzieri quale “inopinato” effetto collaterale del Covid, con osservazioni e riflessioni assolutamente condivisibili – questo è uno dei più recenti, dal sito di Mountain Wilderness; anche questo, da “Il Dolomiti” contiene testimonianze e osservazioni interessanti.

D’altro canto a me, da “operatore culturale” che lavora in (ovvero per la) montagna, per molti versi fa piacere vedere così tanta gente sui monti, seppur i problemi notevolissimi dovuti a tale afflusso risultino parecchio preoccupanti. Al di là dell’impatto ambientale, la cui considerazione lascio a chi ne abbia competenza e voce autorevole – e la citata MW è tra gli attori migliori in tal senso – ora qui voglio considerare la questione dal punto di vista culturale, riflettendo, più che sulla quantità, sulla qualità della presenza turistica. E mi viene di farlo in senso critico, anzi, autocritico, perché ho l’impressione che noi (io per primo) operatori culturali che lavoriamo in montagna, non abbiamo saputo prevedere questa pur insolita e forse temporanea evoluzione della frequentazione turistica popolare, ovvero l’abbiamo sottovalutata quando ha preso a manifestarsi e per questo abbiamo di conseguenza perso (o stiamo perdendo, tutt’ora) l’occasione per attivare una “riabilitazione” culturale dei territori alpini capace di distogliere almeno qualche visitatore (nuovo, magari) dai soliti meccanismi di fruizione meramente e bassamente turistici, dunque degradanti, delle montagne, quelli che sovente le trasformano in meri divertimentifici alpini come fossero bizzarri luna park che deturpano monti trasformati in periferie d’altura delle città, privati di qualsiasi valore culturale e di contro dotati di una “valenza estetica” (oltre che ludico-ricreativa e commerciale, come detto) totalmente inventata e decontestuale.

Insomma, rimarco in primis a me stesso: dovevamo (dovremmo) approfittare di quest’occasione per rimettere in evidenza a tutta questa folla l’importanza culturale autentica della montagna, che non è certo quella delle funivie, dei solarium (cose che, per carità, ci stanno anche ma con buon senso), degli slogan promozionali sovente stupidi e degli stilemi cittadini riprodotti in quota per non far sentire troppo “spaesati” i vacanzieri (i quali così finiscono per comportarsi sui monti come in città, come fossero nel parcheggio sotto casa o sulla metro, vittime e al contempo artefici del degrado alpino), e che non è nemmeno quella della montagna contrapposta e antitetica alla città o della presunta “wilderness” che in verità sulle Alpi non esiste da secoli, ma che è quella di un macro luogo dotato di identità e valenze uniche che vanno intese e comprese – almeno un poco, e con un minimo sforzo intellettuale – nel loro senso più autentico e importante, il quale presuppone una fruizione diversa e dedicata al fine di goderne al meglio i pregi e le bellezze. E se una predisposizione intellettuale, culturale e spirituale del genere non c’è (ovvero pare non esserci) in molti dei frequentatori della montagna nel corso di quest’estate, be’, va adeguatamente attivata e coltivata: chissà quanti ostaggi del suddetto bieco turismo di massa sarebbero invece pronti a osservare con occhi diversi e capire con mente più attenta il valore autentico delle montagne, diventandone dei rispettosi e consapevoli visitatori! Ribadisco: non perché la montagna sia “meglio” della città, semmai perché la montagna è altro rispetto alla città, ed andare a visitarla come se si visitasse una città – o, peggio, un centro commerciale, viste certe situazioni – è un po’ come assistere ad un concerto musicale di gran pregio con le cuffiette nelle orecchie che trasmettono tutt’altra musica, e ben più banale, solo perché si è abituati a farlo quotidianamente, a casa, per mero e disimpegnato intrattentimento. Essendo altro, la montagna, ha ugualmente bisogno d’altro per essere goduta appieno, e ciò vale in ogni senso: altri ritmi, altri tempi, altri modi per muoversi in e su di essa, altre modalità di relazionarsi con il territorio e il paesaggio, altre sensibilità, altre percezioni, altri moti d’animo, altre libertà di pensiero e d’azione. Ha bisogno di “altre” persone, mi verrebbe da dire, pur rimanendo, ciascuno, le stesse persone di sempre: la montagna sa attivarci anche questa dote, in effetti, ampliando e acuendo le nostre possibilità cognitive così da poterci sentire non più meri turisti o “clienti” dei monti ma parte essenziale dei monti stessi, viaggiatori delle terre alte nel senso più compiuto del termine, elementi armonici con l’ambiente montano capaci di dialogare fluentemente con i loro Genius Loci, ecco.

Abbiamo mancato l’occasione, al momento, ma possiamo recuperare, io credo. Possiamo cercare di ridare dignità culturale alla gran massa di visitatori che salgono sui monti salvandola dai “recinti” (le strade trafficate come in città, i parcheggi, le code alle funivie, le cabine delle funivie, i resort-non luoghi, l’immaginario finto e deviante, eccetera) nei quali la più bieca industria turistica la rinchiude al fine di ricavarci più tornaconti possibili infischiandosene del paesaggio montano, della sua cultura, della sua gente e del suo futuro. Dovrebbe diventare, questo “recupero culturale salvifico” dei monti, uno degli scopi fondamentali di noi che operiamo sulle e per le montagne, nei prossimi mesi, fosse solo per non lasciare che da questa “invasione turistica” post lock down ne possano derivare solo danni e degrado, da qualche stolto creduti come “scoperta” o “guadagno” ma in verità ennesime sofferenze inflitte ad un mondo, quello delle terre alte, già troppo soggiogato, offeso, maltrattato, torturato da numerosi elementi ad esso avversi ma sodali a certi meccanismi politico-economici di potere.

Riuscissimo, nello scopo suddetto, potremmo realmente contribuire alla costruzione di una bella fetta di buon futuro per le nostre montagne, a vantaggio non solo loro ma di tutti quanti.