Domani, giovedì 6 dicembre, dalle ore 18.30 presso la Libreria La Montagna di Torino, avrò di nuovo il grande onore e l’altrettanto piacere di presentare l’ultimo libro di Roberto Mantovani, Forse lassù è meglio. Cronache da un mondo sospeso (edito da Fusta Editore), dialogando con l’autore – tra i massimi esperti di cose di montagna in Italia – di monti, valli e genti che le abitano, di storie di vita vissuta e da vivere lassù, di passato, presente e ancor più di futuro delle montagne nonché di come poter raccontare tutto quanto.
E del libro, ovviamente: sedici novelle, sedici racconti che ci parlano di montagna. La montagna di ieri. Quella di oggi. Con i disegni di Gianni Audisio.
Roberto Mantovani, con una penna leggera, sembra dirci che vivere lassù sia una condizione mentale, uno stato preciso dello spirito: qualcosa che ha a che fare non solo con il corpo ma anche e prima di tutto con la mente. Come se quelle vette, i loro abitanti e gli animali che ne corrono i boschi fossero poi in grado di dare forma al nostro essere uomini e donne.
Ma quanto fascino c’è nell’ascoltare, nel leggere favole, forse anche vecchie, di fronte a un camino… e magari nell’immaginarsi di essere lassù, in montagna, a casa, una volta ancora…
Un ‘appuntamento imperdibile, insomma. Non mancate!
Giovedì prossimo 6 dicembre, dalle ore 18.30, presso la Libreria La Montagna di Torino, avrò di nuovo il grande onore e l’altrettanto gran piacere di presentare l’ultimo libro di Roberto Mantovani, Forse lassù è meglio. Cronache da un mondo sospeso (edito da Fusta Editore), dialogando con l’autore – tra i massimi esperti di cose di montagna in Italia – del libro, delle storie narrate, di monti, valli e genti che le abitano, di passato, presente e ancor più di futuro delle montagne nonché di come poter raccontare tutto quanto. Perché la montagna abbisogna quanto mai di una nuova narrazione, finalmente scevra dei devianti stereotipi che ne hanno condizionato il relativo immaginario e nuovamente capace di dare vera e forte voce alle sue realtà, oggi assolutamente emblematiche e illuminanti anche, se non soprattutto, per la città.
Mantovani lo rivela chiaramente (fin dal titolo) in Forse lassù è meglio: vivere in alto, sui monti, può ben essere una condizione mentale, uno stato preciso dello spirito, qualcosa che ha a che fare non solo con il corpo ma anche e prima di tutto con la mente. Come se quelle vette, i loro abitanti e gli animali che ne corrono i boschi siano poi in grado di dare forma al nostro essere uomini e donne in maniera compiuta e, appunto, ben più che altri ambiti di vita contemporanea possa consentire.
Ma non voglio rivelare nulla di più di quanto si disserterà giovedì, e di quanto sarà oltre modo interessante e intrigante essere presenti in libreria non solo per chiunque ami le montagne (ovunque si trovino) e le frequenti più o meno assiduamente, anche per chi i monti li ha finora ammirati soltanto dalle finestre di casa, in città, comodamente disteso sul proprio divano…
Appuntamento a giovedì, ore 18.30, Libreria La Montagna di Torino, con Roberto Mantovani, Forse lassù è meglio e il sottoscritto, sì, Che poi c’è anche l’aperitivo, dopo! Insomma: non mancate!
P.S.: cliccate sull’immagine in testa al post per saperne ancora di più oppure qui per l’evento su facebook, invece qui potete leggere la personale “recensione” a Forse lassù è meglio.
A volte bisogna avere la testa tra le nuvole. Perché è l’unico modo per passarvi attraverso, sbucarvi oltre e finalmente tornare a essere illuminati dal Sole e dalle stelle.
Altrimenti da quella coltre nuvolosa riguardo alla quale ci si convince (o si è convinti) che infilarci la testa sia inopportuno, sbagliato, azzardato, si finirà per essere costantemente limitati e, infine, per restarne oppressi, laggiù in basso, privi di luce e di energia.
Eh già. Quante volte si “glorificano” – giustamente e comprensibilmente, certo – quelli che vanno in montagna, che stanno all’aria aperta e non al chiuso dei centri commerciali, che apprezzano le bellezze naturali e paesaggistiche… Ma poi, andando per strade, mulattiere e sentieri in ambiente, è un frequente veder sul terreno carte, cartacce, fazzoletti, mozziconi di sigarette, rifiuti vari e assortiti…
In questo periodo, in mezzo a un tot indefinito (!) di altri lavori, sto compiendo una ricerca sui miti alpini, la cui personale elaborazione confluirà (se tutto va per il verso giusto) in un’innovativa opera editoriale dedicata alle Alpi. Tra la documentazione vagliata vi è un vecchio testo di Aurelio Garobbio, Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni (Editore Cappelli, 1969), nel quale ho trovato una leggenda relativa agli Uomini Selvatici (forse il più diffuso archetipo mitologico delle Alpi) dei monti del cantone Grigioni. Una storia che, in tutta la sua semplice e genuina suggestione, mi viene da interpretare come una metafora invero assai potente (oggi ancor di più, nel bel mezzo di inquietanti cambiamenti climatici) del rapporto tra l’uomo e la Natura, ovvero dell’armonia necessaria alla costruzione di una connessione tra la presenza umana e i territori naturali (da sempre il mito dell’Uomo Selvatico è rappresentazione delle forze della Natura e simbologia dei luoghi che l’uomo non ha antropizzato ma coi quali deve in qualche modo rapportarsi per la propria sussistenza: esempio classico i boschi) che sia la più virtuosa possibile o, dall’altra parte, la meno aberrante. Nella storia sembra essere inizialmente rappresentata l’armonia primigenia tra gli uomini e la Natura (nonostante certa “durezza” di essa), poi la rottura di questo legame a causa della prepotenza dell’uomo e della perdita della facoltà di comprendere l’importanza della cura di quel legame, quindi i danni e le calamità scaturenti da tutto ciò; infine, quasi a far da “morale” alla storia, l’evidenza della necessità di un approccio ben più sensibile e cosciente nei confronti della Natura e delle sue forze, al fine di ripristinare e riequilibrare l’iniziale e comunque imprescindibile armonia.
In fondo gli uomini, pure “ipertecnologici” che possano essere – come quelli contemporanei – nulla ancora possono (e potranno, nemmeno in futuro) contro le forze naturali: un’evidenza che, appunto, sta diventando via via sempre più palese, con il cambiamento del clima in corso e l’estremizzazione di certi fenomeni meteorologici e climatici.
Per la cronaca, la località di Stossavia citata nella storia è molto probabilmente Safien, villaggio della Surselva grigionese.
Buona lettura e, mi auguro, pure buone riflessioni!
Raffigurazione di un Uomo Selvatico nella chiesa di Ambierle, in Francia.
Un Uomo Selvatico sostava davanti ad una capanna di Camana, il vasto alpeggio di Stossavia, sopra i gorghi della Rabiusa. In cucina una donna faceva il formaggio. Vedendolo lo invitò: – Entra a ristorarti: ti darò da bere e da mangiare.
L’ometto rispose: – Non lo posso fare, perché se mi pongo sotto il tetto, comincia a piovere.
– Anche questa debbo sentire – sbottò la donna. – Non si è mai visto sereno più limpido. Dove la trovi una nube?
L’intera famiglia sui prati segava l’erba, la stendeva al sole ad essiccare, la rivoltava con le forche.
– Ti dico che se entro si mette a piovere.
Non essere scortese, entra!
La donna insisteva, l’Uomo Selvatico si rifiutava, fin che quella, spazientita, lo insolentì, lamentandosi perché offendeva l’ospitalità offerta.
– Se proprio lo vuoi – disse l’Uomo Selvatico, ma appena entrato sotto il tetto, grosse nubi salirono da ogni parte dietro i monti, sommersero l’azzurro fin che non ne rimase una sola chiazza, e piovve a secchi.
– Tu ci guasti il fieno! – cominciò ad inveire la donna. – Ci ricambi il bene col male.
Siccome l’Uomo Selvatico non parlava, quella si eccitava sempre più, e passando alle vie di fatto prese il manico di una falce e lo cacciò di casa.
L’ometto peloso corse un po’, si sedette su di un masso non lungi dalla capanna, lanciò una minaccia: – Aspetta: ora te ne pentirai. – E scomparve.
Immediatamente la pioggia cessò, il vento spazzò le nubi, il sole tornò a splendere cocente, tanto cocente, che una soffocante calura avvolse l’Alpe Camana. Pareva salisse dalla terra, il caldo, e piovesse dal cielo. In breve l’erba fu asciutta, e cominciò a rinsecchire.
Gli uomini rincasati commentavano la stranezza del tempo, e la donna raccontò la storia dell’Uomo Selvatico, invitato in casa e mandato via malamente.
I giorni passavano, la siccità perdurò. Ogni erba seccò, la terra sollevò polvere. Le mandrie non trovando da sfamarsi, strappavano le radici, muggendo da far pietà. Ogni fonte inaridì.
Scongiuri e minacce degli alpigiani arrabbiati e preoccupati caddero sulla povera donna: la si cacciò di casa, dovette cercare albergo nelle tane fra le gole e sarebbe morta di fame, se una figlia non le avesse pietosamente portato qualche cosa.
Perdurando il sereno, si nutrirono le mucche con il fieno, ma presto anche i fienili furono vuoti, e le povere bestie stecchite cominciarono a morire. Di pioggia, neanche a parlarne.
I pastori proibirono di portare il cibo alla donna nel rifugio di sasso: era causa del male e doveva perire, come le mandrie un tempo fiorenti.
La figlia rattristata uscì di casa, sedette sullo stesso masso dal quale l’Uomo Selvatico aveva scagliato la maledizione, sentì un groppo stringerle sempre più la gola, scoppiò in un pianto dirotto.
Tre lacrime caddero sul secco terreno, e l’Uomo Selvatico apparve.
– Guarda – le disse – piove.
Il cielo si era improvvisamente coperto, ed una pioggia calma, fresca, ristoratrice scendeva blanda sulle zolle inaridite. Pioveva a fili diritti, come nelle notti d’autunno, ed in breve l’erba tornò a spuntare, un verde intenso ricoperse i pascoli ed il bestiame fu salvo. Si andò allora a trarre dalla tana di roccia la donna causa di tanto male, e la si lasciò in pace.