Il problema della vita non era in che modo “satanizzare”, come l’avrebbe definito Huysmans; era, semplicemente, fuggire gli oppressori e godersi il mondo senza interferenza alcuna da parte di una qualunque sorta di vita spirituale. I miei momenti più felici sono stati quelli in cui ero solo sulle montagne; ma non v’è prova che tale piacere sia in qualche modo derivato da misticismo. La bellezza delle forme e dei colori, la gioia fisica del moto e lo stimolo mentale di riuscire a trovare la strada su per difficili sentieri campestri sono stati gli unici e soli elementi di quello stato di rapimento.
Aleister Crowley fu uno dei personaggi più controversi tanto quanto carismatici e influenti del Novecento, soprannominato dalla stampa britannica «la persona più malvagia del mondo» ma suo malgrado e per motivi assolutamente superficiali e futili. Tuttavia, oltre che mago, occultista, mistico (ovvero un ciarlatano e millantatore, per i suoi detrattori), fu un notevole alpinista che per anni svolse un’intensa attività arrampicatoria in patria, sulle Alpi, in Sudamerica e in Himalaya, dove partecipò ad alcuni dei primi tentativi di conquista degli Ottomila: spedizioni di inizio Novecento a dir poco visionarie ma che furono fondamentali per quelle successive che le vette himalayane le conquistarono veramente. Anche la spedizione italiana che nel 1954 riuscì a conquistare la vetta del K2 dovette essere grata alla “Bestia”, visto che Bonatti, Compagnoni, Lacedelli e gli altri salirono lungo una via, il poi denominato “Sperone Abruzzi”, che fu proprio Crowley a intuire e indicare come la migliore da percorrere nella propria spedizione del 1902.
[I membri della spedizione al K2 del 1902; Crowley è il quarto da sinistra, quello con i capelli arruffati.]Fatto sta che è proprio la montagna, con tutta probabilità, a “indicare” la reale natura di Crowley e a fornire una buona spiegazione alla sua vicenda umana così controversa e “maledetta” per molti: la citazione sopra riportata, che Wilson ha ripreso nel proprio testo dedicato al mago inglese, viene dalle Confessions di Crowley, la sua autobiografia, dimostra quanto fosse profondo il legame intessuto con le montagne e quale fosse, in fin dei conti, il vero e forse unico obiettivo perseguito nel corso della sua vita: la libertà. Dalla quale scaturiva la felicità, la gioia, lo «stimolo mentale», uno stato di grazia che sicuramente ogni autentico appassionato di montagna conosce e condivide, e che proprio lo stare in montagna (ci) rende percepibile come non mai, vera e propria energia inestimabile per la nostra esistenza.
[Campo base della spedizione al K2, 1902; Crowley è quello con il cappello bianco.]Poi Crowley la propria libertà la inseguì in modi che qualcuno può considerare discutibili, certamente, ma l’idea (o l’istinto) di fondo, il fuoco acceso alla base e la luce che ne deriva è quanto di più illuminante ci sia. Probabilmente per questo Crowley è ancora oggi una delle figure del passato culturalmente più influenti in senso assoluto, controversa quanto si vuole eppure a suo modo necessaria.
P.S.: circa quell’accenno al “satanizzare” di Huysmans, lo potete comprendere meglio leggendo qui e poi qui.
Aleister Crowley. Basta la parola anzi il nome – parafrasando un vecchio e celebre slogan della pubblicità – per identificare, secondo molti, una delle figure più geniali dell’Otto-Novecento e, secondo molti altri, una di quelle più maledette.
Ma chi fu realmente Edward Alexander Crowley (vero e completo nome di Aleister)? O, forse sarebbe meglio dire, cosa fu realmente? Un genio oppure un pazzo. Uno dei personaggi più carismatici e rivoluzionari del secolo scorso, o uno dei più esecrabili, da cancellare dalla storia del tempo. Un grande occultista, un mistico, un mago – rosso o nero – oppure un bugiardo, cialtrone, millantatore. Un anticonformista antisistema anticlericale o proprio per questo, secondo alcuni, un conformista radicale che ha fatto di tutto per far credere di non esserlo affatto. Un erotomane che con la bella scusa della magia sessuale tantrica s’è portato a letto innumerevoli donne (e non pochi uomini) oppure un idealista fermamente convinto dei prodigi scaturenti da quelle pratiche di antica origine induista. Un acerrimo nemico di qualsiasi religione, che tuttavia ne ha fondata una propria, Thelema. Uno spiritista che parlava con angeli, demoni e altri esseri soprannaturali oppure un ciarlatano la cui unica dote è stata quella di saper ingannare chiunque gli capitasse a tiro… e potrei continuare ancora a lungo.
Insomma, fu moltissime cose, Aleister Crowley, buona parte delle quali tutt’oggi alquanto divisive nella considerazione del pubblico, che al suo cospetto puntualmente si schiera con nettezza o da una parte o dall’altra, quasi mai a metà. Di sicuro certe cose le fu senza che vi sia possibilità di confutazione: ad esempio – cosa che pochi sanno – Crowley si distinse come un notevole alpinista, autore di grandi arrampicate componente di spedizioni “futuristiche” negli obiettivi e nelle modalità agli ottomila himalayani per come ne tentarono l’ascesa mezzo secolo prima di quelle che poi ne conquistarono effettivamente le vette, al punto che la spedizione italiana del 1954 al K2 riuscì a conquistare la montagna salendo una via, il poi denominato “Sperone Abruzzi”, che fu proprio Crowley a intuire e indicare come la migliore nella propria spedizione del 1902. Fu una persona di riconosciuta grandissima intelligenza e perspicacia, doti usate sia in bene che in male ma che lo cavarono d’impiccio innumerevoli volte nel corso della propria avventurosa vita. Fu uno dei più grandi contestatori del tempo e del mondo nel quale viveva, nemico di qualsiasi conformismo, perbenismo, moralismo diffuso, soprattutto se di matrice religiosa; di contro non fu affatto un satanista, come molti lo hanno accusato di essere, tant’è che negò più volte l’esistenza di Satana al pario di quella di Dio; al riguardo, il soprannome di “Bestia 666” che si diede non fu che una mera provocazione – peraltro in ciò assolutamente efficace, per l’appunto. E fu una persona dotata pure d’una irrefrenabile libertà, vitalità, creatività, energia, voglia di fare e di lasciare un segno importante del proprio transito terreno, nonostante la tossicodipendenza da eroina e cocaina che non riuscì mai a debellare – ma che al suo organismo, molti hanno testimoniato, cagionava conseguenze limitate pur con l’assunzione di dosi che avrebbero abbattuto all’istante qualsiasi altro essere umano.
Ecco, anche riguardo ciò che fu, Crowley fu ed è ancora oggi una figura estremamente controversa agli occhi e al discernimento pubblici. Colin Wilson, rinomato scrittore e romanziere britannico, in Aleister Crowley: la natura della Bestia (Edizioni Ghibli, 2015) traccia del personaggio una biografia tanto attenta quanto laica […]
[Aleister Crowley nel 1925.]
(Potete leggere la recensione completa di Aleister Crowley: la natura della Bestia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Walter Bonatti lasciava questo nostro mondo esattamente 13 anni fa, il 13 settembre del 2011.
Chiunque l’abbia conosciuto, di persona o per sola fama, poca o tanta che fosse la sua conoscenza, credo abbia compreso da subito che una persona eccezionale come Walter sarebbe stata ben difficilmente dimenticata: ma penso che nessuno avrebbe potuto immaginare quanto Walter resti ancora vividamente presente nella mente di così tante persone, come sia costantemente ricordato e citato, quanto ancora si scriva di lui e della sua vita, come rappresenti un punto di riferimento irrinunciabile non solo per qualsiasi appassionato di montagna ma pure per tanta gente comune che di vette e scalate ne sa poco o nulla ma che si sente ispirata dalla vita, dalle avventure e dalle parole di Bonatti. Quasi come fosse ancora tra di noi – e per certi versi è veramente così.
È un privilegio, questo, riservato a pochi grandi personaggi del nostro tempo, figure che definiamo per questo “leggendarie” ma il cui portato – storico, culturale, umano – è stato e resta un indelebile elemento della nostra più concreta realtà col quale ci viene spontaneo, naturale ispirare almeno una parte del nostro modo di viverla e di comprenderne la quotidianità. D’altro canto Bonatti disse – citato da Angelo Ponta, uno dei curatori dell’Archivio del grande alpinista conservato al Museo della Montagna di Torino (dal quale proviene l’immagine in testa al post), nel bell’articolo pubblicato su “Vogue Italia” nell’ottobre 2020 – a dimostrazione di come anche la cultura mainstream conservi nitida la memoria nei suoi riguardi – che «Fa paura ciò che non si conosce. Quindi io faccio del mio meglio per conoscere, e conoscendo riduco la mia paura.» Un obiettivo, quello della conoscenza, che è – dovrebbe essere – parte di ogni essere umano in quanto creatura intelligente e senziente (cosa peraltro eternata da Dante nella Divina Commedia con quel celeberrimo passaggio del Canto XXVI dell’Inferno) e forse anche per questo motivo Bonatti resta così presente e conosciuto da tante persone: perché tenercelo bene a mente ci aiuta a conoscere meglio il mondo in cui viviamo nonché, probabilmente, un po’ anche noi stessi.
Non dovremmo godere passivamente della “natura” (o per meglio dire delle immagini del paesaggio), limitandoci ad acuire i sensi e indirizzando il nostro spirito verso l’osservazione. Uno sguardo mirato, come appunto quello del turista, nota molte cose ma ne vede poche, perché quello del guardare è principalmente un processo spirituale. In primo luogo, è importante che la lastra fotografica destinata ad accogliere l’immagine sia preparata nella maniera giusta, e poi conviene che l’immagine si rispecchi inaspettatamente, senza assecondare i nostri desideri e la nostra volontà.
Già più di 120 anni fa Carl Spitteler aveva compreso uno dei maggiori equivoci indotti nel “turista”, rispetto al più autentico viaggiatore: quello di visitare i luoghi senza farlo veramente, senza realmente viaggiare, senza la percezione dello spazio in cui ci si trova e della sua essenza storica, geografica, sociale, spirituale, senza che si crei un’autentica relazione (reciproca) con i luoghi visitati e i loro paesaggi. Proprio quello che in molti casi è il turismo, oggi: un’esperienza meramente ludico-consumistica che non insegna nulla a chi la compie, che si risolve in qualche selfie postato sui social e, dunque, che risulta francamente inutile sia al visitatore e sia al luogo visitato (salvo qualche fugace e illusorio tornaconto per il commercio locale).
Al larice la gente di montagna riserva da sempre un affetto particolare. Una leggenda racconta che il larice apparve sulle Dolomiti quando Rèi de Rajes (il “Re dei raggi”), sovrano di un regno che si stendeva dietro il monte Antelao, sposò un’ondina, una delle bellissime creature femminili che abitano i torrenti. Si narra che la sposa ricevette in dono così tante piante e fiori da indurre due nani a inventare un albero fatto con tutte quelle specie: nacque così il larice, una pianta con l’aspetto di una conifera, la bellezza di tutta la vegetazione alpina e le foglie aghiformi caduche come le latifoglie. Per difenderlo dal freddo, Merisana, così si chiamava la bella ondina, lo ricoprì con il suo lungo velo trasparente che subito cominciò a germogliare, trasformandosi in quei ciuffi di muschio ben visibili sui rami d’inverno.
Fin qui la leggenda. Tutto il resto è botanica? Forse no, forse il sapere sui boschi può soltanto scaturire dalla bellezza, dai sentimenti e dalla fantasia che ogni camminatore può rivolgere alla natura durante una passeggiata. È questa la cosa migliore delle leggende, il motivo per cui sono spesso preferibili alla scienza nella comprensione della natura: ci coinvolgono emotivamente, ci consentono di recare la natura entro il nostro orizzonte interiore e perciò non finiscono mai, godono dell’infinità dei nostri sentimenti e ci permettono di proseguirne la scrittura “di pari passo” con il nostro cammino.
È proprio come scrive Cenacchi: senza togliere nulla agli altri membri delle comunità silvestri alpine, se c’è un albero che incarna – anzi, inlegna – la bellezza, il fascino perenne, l’anima, lo spirito alpestre, la ruvida saggezza, l’aura misteriosa e leggendaria, la delicatezza, la preziosità, l’emozione ancestrale, il richiamo delle Alpi, è il larice.
Riconosceteglielo, quando lo avrete accanto durante una delle vostre passeggiate montane.