Il Sottosegretario ai Mali Culturali

Ora, tutti a polemizzare contro il neoeletto Sottosegretario ai Beni Culturali perché, nonostante la carica acquisita è da tre anni che non legge un libro – per sua stessa ammissione, vedi qui.

Be’, io invece non ci trovo nulla di sbagliato o di incongruo in ciò – peraltro a dimostrazione del fato che non voglia dare dell’accaduto alcuna lettura politica (ovvero partitica) di parte, anzi, l’esatto opposto (il principio infatti è valido per tutti, come la cronaca insegna). Insomma, voglio dire: una persona che ammette candidamente di non leggere libri, evidentemente non ritenendoli così importanti per la propria formazione culturale e intellettuale*, che altro può andare a fare, in Italia, se non il politico? Eh, mica penserete che per governare al meglio un paese – ovvero una società civile – possa servire la cultura umanistica! Vorrete mica che un politico meriti di fare una brillante carriera parlamentare fino alle massime cariche istituzionali leggendo i libri! Suvvia, dove vivete? Nel 2500 su Saturno?

Ecco.

Benvenuti in ItaGlia, culla mondiale della cultur… no, pardon, mi sbagliavo.

*: e quando chi dichiari ciò sostenga pure di non aver tempo di leggere per svago dacché “legge solo cose di lavoro” in verità aggrava la sua posizione e palesa un atteggiamento snobistico e spocchioso (avete presente quelli che «Non mi rompere, IO lavoro, mica come te che hai tempo da perdere a leggere libri!»), come se la letteratura “di svago” non possa essere, coi grandi capolavori letterari del passato e del presente, formativa anche per la vita professionale oltre che, appunto, per l’intelletto e lo spirito. Per carità!

La cultura deve essere gratuita o a pagamento? Col “caso Pantheon” si riapre la diatriba

La recente decisione del MiBACT di attivare l’ingresso a pagamento (con biglietto di 2 Euro) al Pantheon, uno dei beni artistico-culturali più visitati di Roma, riapre la vecchia e mai risolta questione alla base della fruizione turistica dei luoghi d’arte e cultura. Da un lato, la tesi per la quale la cultura, essendo un elemento dal valore universale, fondamentale e irrinunciabile per qualsiasi società civile (per di più quando il suo patrimonio sia composto di beni di proprietà statale), non può essere sottoposta al pagamento di un biglietto; dall’altro la posizione per la quale proprio perché la cultura è di tutti e va a vantaggio di tutti, chiunque debba partecipare concretamente alla sua salvaguardia (oltre al gettito fiscale ordinario, dunque), soprattutto in presenza di beni che la loro vetustà, oltre all’importanza storico-artistica, rende particolarmente delicati.

È una questione che, credo, difficilmente potrà trovare soluzione, anche a fronte di esperienze estere di natura opposta ed effetti molteplici, non di rado discordanti. Difficile anche stabilire una sorta di graduatoria “istituzionale” di monumenti più bisognosi di altri d’un sostentamento pubblico volontario, tramite biglietto d’ingresso, alla loro tutela: i contrasti tra i vari gestori si scatenerebbero rapidamente. D’altronde, l’imposizione generale dell’accesso a pagamento a tutti i luoghi artistici e culturali di proprietà del demanio potrebbe dare l’impressione d’una nuova tassa statale sull’arte e la cultura – senza contare poi le ulteriori polemiche (lo sapete, l’Italia è il paese della polemica quale sport nazionale, oltre ai soliti altri) che infurierebbero riguardo l’uso di tali introiti.

Dunque, che fare? Be’, considerando la cronica arretratezza italica in tema di finanziamenti privati alla cultura, ovvero di partnership finanziarie tra pubblico e privato a supporto delle attività delle istituzioni culturali, viene da ritenere che quello messo in atto per il Pantheon possa rappresentare non il migliore sistema ma uno dei rari praticabili, a patto di mantenerne l’entità a carico dei visitatori sui livelli attuali, la cui equità è garantita proprio anche dall’ammontare “popolare” dell’importo richiesto. Non un biglietto d’ingresso, ma una volontaria compartecipazione alla salvaguardia della grande bellezza del luogo in questione (qualsiasi esso sia) e del suo valore artistico-culturale, soprattutto a fronte di un’eventuale malaugurata mancanza di fondi che in un futuro ipotetico (si spera) possa invece mettere in pericolo quel valore e la sua salvaguardia.

Tutto ciò, d’altro canto, non può e non deve esimere lo stato italiano dal mettere finalmente in atto tutti gli strumenti giuridico-fiscali al fine di assicurare al grande patrimonio culturale nazionale il più ampio e condiviso sostegno, economico e non solo. Perché una cosa è assolutamente indiscutibile: quel patrimonio è nostro, è di tutti noi, e dunque tutti dobbiamo esserne consapevoli sia in senso immateriale che materiale, ed essere coscienti che un suo eventuale degrado porterebbe a un danno generale – economico, culturale, identitario, d’immagine, eccetera – che mai nessun gettito fiscale posteriore, pur accresciuto all’uopo, potrebbe alleviare. Meglio dunque prevenire da subito, con poco e ben speso – nelle modalità migliori che si potranno/dovranno determinare e il meno direttamente imputate ai singoli cittadini – che ritrovarsi a dover mettere in atto pure qui le solite emergenze all’italiana con caotici stanziamenti di denaro pubblico sostanzialmente privi di controllo. Stanziamenti di cui peraltro in generale, ovvero al di là di possibili “emergenze”, già il comparto culturale nazionale ben poco ha usufruito negli ultimi tempi: lo sapete bene che l’Italia non ama affatto spendere soldi nella cultura, preferendo altre cose ben più “politiche” tanto quanto ben meno utili al paese e alla società civile, ovvero senza capire ancora che i soldi affidati alla cultura non sono una “spesa” ma un investimento – forse il più importante e fruttuoso che uno stato possa fare. Sarebbe bello, insomma, che tale verità essenziale stavolta la capisse la gente comune: il vero (e unico) “stato”, in fondo. Il resto sono quasi sempre chiacchiere e polemiche, come sempre.

P.S.: articolo pubblicato su Cultora, qui.

A proposito di “paesaggio”: quando a Milano le montagne si potevano ammirare “per legge” (reloaded)

Devo ringraziare Pina Bertoli, per avermi ricordato con un suo commento l’articolo qui sotto riprodotto (“reloaded”, appunto, dacché in origine pubblicato qui!) che con la Giornata Nazionale del Paesaggio celebrata giusto l’altro ieri, 14 marzo, (e con quello che scrivevo al riguardo) ci sta a pennello, nonostante sia di più di due anni e mezzo fa. Perché il “paesaggio” è molto più di quanto siamo stati abituare a credere, e molto più imprescindibile per la nostra vita di ciò che potremmo pensare – nonché, più di quanto la politica (intesa qui come concreta gestione della cosa pubblica, dunque anche, o soprattutto, del territorio) dimostra sovente di considerare.

Non amo affatto il passatismo, e non penso proprio – come fanno tanti per mera convenzione e moda – che “si stava meglio quando si stava peggio”. Tuttavia resto a volte stupito – in senso negativo – per come nel passato vi fossero (e rappresentassero la norma, nella forma e nella sostanza) esempi sublimi di cultura e di senso civico-estetico che oggi abbiamo totalmente dimenticato, e non sempre per inevitabile forzatura generata dall’avanzare del tempo.
Ne ho scoperto di recente uno di questi esempi, che mi ha colpito particolarmente in quanto riferito a zone e paesaggi che conosco molto bene: a Milano, nel XIX secolo, c’era una saggia disposizione edilizia denominata Servitù del Resegone. In sostanza era un vincolo normativo comunale che imponeva agli edifici a nord dei bastioni di Porta Venezia di non superare l’altezza di 2-3 piani, in modo da permettere di ammirare il suggestivo panorama offerto dalle Prealpi lombarde.
Sui bastioni e in corso Buenos Aires, allora chiamato Stradone di Loreto, c’era un notevole passaggio di carrozze: i signori venivano a fare la passeggiata per respirare aria fresca e, nelle giornate terse, per ammirare lo spettacolo delle Grigne e del Resegone (tra le più note montagne delle Prealpi in questione), con la particolare geomorfologia a denti di sega di quest’ultimo – immortalata da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi – che finì per dare il nome a quella norma edilizia.
Praticamente nella Milano di 150 anni fa e più già era riconosciuto, e sancito per legge, il valore estetico (in senso filosofico) e sociologico del paesaggio: un qualcosa del quale ai giorni nostri si è ottenuto un analogo riconoscimento solo con la legge 9 gennaio 2006 n. 14, che ha ratificato la Convenzione Europea del Paesaggio e che, dopo decenni d’incertezza, ha affermato in modo chiaro che il paesaggio è costituito essenzialmente dalla percezione del territorio che ha chi ci vive o lo frequenta a vario titolo e viene altresì detto che le persone hanno il diritto di vivere in un paesaggio che risulti loro gradevole. E la meravigliosa veduta delle Prealpi Lombarde – soprattutto d’inverno, luccicanti di neve – dal centro di una metropoli come Milano era senza alcun dubbio (e sarebbe ancora oggi, assolutamente) qualcosa di più che gradevole!

Milano_1840(Milano intorno al 1840. Sullo sfondo le vette delle Grigne e del Resegone.)

Per la cronaca, il primo palazzo che infranse questo vincolo fu Palazzo Luraschi, così chiamato dal nome del suo costruttore. Era un imponente palazzo di 8 piani, costruito nel 1887 sull’area dell’ex Lazzaretto, tuttora presente in corso Buenos Aires e per la cui costruzione, novità quasi assoluta per l’Italia, fu utilizzato il cemento armato. Ma bisogna anche ricordare che l’ingegner Luraschi, quasi a scusarsi con i milanesi di aver nascosto il Resegone, una montagna molto cara ai suoi concittadini perché legata indissolubilmente alle celeberrime vicende letterarie manzoniane, nel cortile interno sopra le colonne recuperate dal vecchio Lazzaretto fece mettere 12 busti che ricordano i più famosi personaggi de I Promessi Sposi.
Inutile dire che oggi la skyline di Milano ormai s’è fatta un gran baffo di quella Servitù del Resegone. Inevitabilmente, come detto, per certi aspetti; e tuttavia è altrettanto inutile rimarcare che ormai da tempo abbiamo perso – o, se preferite, ci hanno fatto perdere – un buon legame con il paesaggio che abbiamo intorno e nel quale viviamo. Paesaggio che è primario elemento culturale, sia chiaro, per come formi il nostro sguardo, la nostra percezione dello spazio vissuto, per come ne determini il valore estetico e dunque, per tutto ciò, per come partecipi a generare la nostra stessa identità di individui in interazione con esso. E il risultato dello smarrimento del suddetto legame tra di noi e il nostro paesaggio è sotto i nostri stessi occhi, in forma di sfregi, disastri, dissesti ambientali, ma è pure dentro di noi – anzi, non lo è, ovvero lo è in forma di assenza del suo fondamentale valore estetico e sociologico/antropologico, appunto – noi privati della sua bellezza, del poterlo ammirare, e di quanto bene potrebbe fare al nostro animo tale ammirazione.
Dunque ben vengano i grattacieli e le opere d’arte architettonica delle archistar, ma la grande, infinita nostalgia per quella vecchia Servitù del Resegone – e per tutte le situazioni analoghe, ovunque siano – da nulla potrà essere dissolta.

Piccolo elogio imprescindibile del Paesaggio – nella sua Giornata nazionale, oggi!

Ogni volta che ne ho occasione, qui nel blog, ci tengo a ricordare come, a mio parere, il libro sia l’oggetto culturale per eccellenza, in termini di accessibilità, diffusione potenziale ed efficacia culturale.

C’è forse solo una cosa che, a tal riguardo, può superare il libro: il Paesaggio. Il più accessibile (ovviamente) e potente elemento culturale a nostra disposizione, anche dal punto di vista identitario, del quale oggi viene celebrata la relativa giornata nazionale. Già, perché al di là di qualsivoglia bieca devianza di matrice reazionaria – purtroppo “posizioni”, queste, ancora troppo diffuse e ascoltate, oggi – fin dalla notte dei tempi il legame tra l’uomo e il paesaggio è quello antropologicamente più importante e irrinunciabile. Noi siamo rispetto allo spazio in cui siamo – la dualità etimo-antropologica del verbo “essere” – e il paesaggio è, per definizione geografica nonché per percezione emotiva, la forma dello spazio vissuto, del territorio in cui stiamo più o meno a lungo, temporaneamente o stanzialmente: dunque, nemmeno troppo metaforicamente, è la “forma” di ciò che noi siamo e di cosa noi facciamo nello spazio, ovvero come lo abitiamo, usiamo, sfruttiamo, curiamo o, malauguratamente, distruggiamo.

Per questo conoscere il paesaggio, comprenderlo, armonizzarsi ad esso, correlarsi con esso e i suoi elementi peculiari, saperne percepire la bellezza in modo consapevole, salvaguardarlo, difenderlo, identificarsi in esso (anche solo per pochi momenti, ribadisco) facendo che il paesaggio identifichi chi lo vive e abita, è un esercizio assolutamente fondamentale per l’uomo, da sempre e oggi ancora di più. Non solo: è una segno indubitabile del rapporto tra l’uomo e il paesaggio, del livello di cultura diffuso nella sua società e del relativo senso civico-ecologico – “eco-logia”, dal greco οἶκος, oikos, “casa” o anche “ambiente”, e λόγος, logos, “discorso” o “studio”: a dimostrazione che, parlando di “paesaggio” in senso lato – spazio vissuto, territorio, luogo, ambiente, Natura – stiamo sempre e comunque parlando della nostra comune casa. Dunque di qualcosa di realmente fondamentale – ribadisco.

Poi, come al solito, personalmente a queste giornate “spot” a favore o a sostegno di qualcosa non credo granché, anzi, anche meno. Ma che senza la cura (nel senso più ampio e profondo del termine) del paesaggio noi si sia una civiltà sostanzialmente prossima alla fine… a questo sì, io ci credo fermamente.

Legge Levi: le “formiche”, nel loro piccolo, provano a farsi sentire!

maxresdefaultDa parecchio tempo a questa parte ho dedicato numerosi articoli (questo, ad esempio) alla questione “Legge Levi” – o, più istituzionalmente, “Legge n. 128 del 2011 sul prezzo dei libri” (qui trovate il suo testo completo) – il famigerato (nel bene e nel male) provvedimento legislativo che ha tentato di sottoporre a una pur minima regolata l’assai anarchico mercato del libro nazionale: legge che, in perfetto stile italiota, è stata fin da subito ed è tutt’ora oggetto di frequentissime violazioni, soprattutto da parte dei “pezzi grossi” dell’editoria nazionale ovvero da quella parte di filiera editoriale da essi controllata. In quegli articoli ho invocato spesso che nel loro piccolo le “formiche”, cioè gli editori piccoli e medi nonché i librai e tutti gli altri attori indipendenti del mercato, cominciassero seriamente a “incazzarsi” di fronte a quelle violazioni e allo spadroneggiare sempre più prepotente – e sempre più danneggiante la lettura in Italia – dei grandi editori, e piuttosto di subire continuamente le loro pretese sul mercato passassero al contrattacco, in forza del classico motto “l’unione fa la forza” e al fine di riequilibrare in modo finalmente adeguato e realmente libero il mercato stesso.

(Cliccateci sopra per vedere il video.)
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Bene: pare che le formiche si stiano organizzando in tal senso, e comincino a comprendere l’importanza di essere attive più che reattive. Così infatti si può interpretare la partecipazione dei rappresentanti della filiera editoriale indipendente al convegno organizzato dalla Commissione Cultura, Scienza ed Istruzione della Camera, “La legge Levi per la promozione della lettura – A cinque anni dall’applicazione della legge n. 128 del 2011 sul prezzo dei libri: analisi, sviluppi e prospettive per favorire la lettura in Italia”, svoltosi lo scorso 6 ottobre a Palazzo Montecitorio, nel quale sono intervenuti Ricardo Franco Levi, primo firmatario della suddetta Legge 128, Alberto Galla, presidente Associazione librai italiani (ALI), Cristina Giussani, presidente Sindacato Italiano Librai (SIL), Federico Motta, presidente Associazione italiana editori (AIE), Rossana Rummo, direttrice generale Biblioteche e istituti culturali Mibact, oltre alla Presidente della Commissione Cultura, Flavia Piccoli Nardelli, e allo stesso Ministro dei Beni e delle Attività culturali, Dario Franceschini.
Sembra – siamo in Italia dunque bisogna sempre restare sul vago, fino a che non si abbiano in mano risultati concreti! – sembra, dicevo, che l’incontro abbia sortito effetti positivi, e messo le basi per una più efficace attuazione della Legge Levi.  A tale riguardo Giussani, presidente SIL, rimarca che «si registra tra le librerie indipendenti e quelle appartenenti a grandi gruppi una decisa convergenza sul tema degli sconti e della regolamentazione dei prezzi dei libri. Un fatto nuovo e decisamente positivo, che gratifica l’impegno del nostro Sindacato volto ad allargare al maggior numero possibile di soggetti la discussione sugli aspetti normativi attuali e sulle eventuali modifiche da apportare». Più avanti aggiunge, con un ottimismo che si spera non sia disilluso da future iniziative reiteranti diffusissimi atteggiamenti attuali: «Sembrano essersi accorti tutti, infatti, che l’eccesso di sconti sui libri fa perdere valore alla lettura e chiudere le librerie, non solo piccole ma anche grandi. Ci sono dunque le condizioni per arrivare quanto prima ad una modifica delle norme che sia condivisa da tutti.»
In buona sostanza, la proposta messa sul tavolo dalle associazioni dei librai (SIL e ALI), da tutti i retailers anche di catena, dai gruppi Feltrinelli e Giunti e dai piccoli editori (mentre l’AIE si è dimostrata meno “collaborativa” anche se possibilista sul tetto massimo di sconto), è una modifica alla francese (qui la legge sul prezzo del libro in vigore in Francia) che determini “paletti” quali il 5% di sconto massimo sul prezzo di vendita, lo stop ai cross-merchandising (ovvero quell’insieme di attività grazie alle quali si riesce ad aumentare lo scontrino del cliente, spingendo quest’ultimo ad accostare al prodotto iniziale d’acquisto un altro prodotto: tecnica assai diffusa negli ipermercati – i classici scaffali di prodotti posizionati ove si formano le code alle casse, ad esempio – e sempre più anche nelle librerie di catena), la stretta sulle promozioni selvagge e altre mozioni del genere. Il tutto, da inserirsi tramite emendamenti ad hoc nella proposta di legge Giordano n.1504 “Disposizioni per la diffusione del libro su qualsiasi supporto e per la promozione della lettura”, da due anni e mezzo in discussione alla Commissione Cultura ma forse (forse!) ormai prossima alla meta attuativa.
Questo è quanto, al momento. Ribadisco: siamo ancora sul piano delle proposte e del relativo dibattito, ma non si può non sostenere con favore questo nuovo atteggiamento propositivo della filiera editoriale indipendente nazionale, sempre più fondamentale non solo per l’equità del mercato dei libri ma, a ben vedere, per la mera sopravvivenza dello stesso. Il dominio sovente bieco dei grandi editori (che d’altro canto continua in molti casi ad essere ancora tale, vedi la riprovevole questione del Salone del Libro conteso tra Torino e Milano) non mi pare che sia in grado di risollevare le sorti del mercato ovvero, in generale, della lettura in Italia. Credo sia il caso, dunque, di cambiare del tutto punto di vista riguardo la gestione del mercato nazionale, anche seguendo esempi virtuosi di altri paesi europei assimilabili al nostro. In fondo i libri e la lettura sono da sempre un’attività sinonimo di libertà consapevole: lasciarla in balìa di una pseudo-libertà – o pseudo-liberismo – tanto sregolata quanto tendente all’oligarchia, dunque a negare sé stessa, è cosa francamente stolta e deleteria per l’intera cultura del nostro paese.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.