[Una manifestazione dello scorso marzo a Milano contro i tagli ai caregivers lombardi. Immagine tratta da qui.]La Regione Lombardia taglia i fondi all’assistenza dei disabili gravi e gravissimi – il cosiddetto caregiving: vengono tolti circa 10 milioni, meno di quanto la stessa Regione Lombardia ha stanziato, ad esempio, per uno dei tanti assurdi progetti di nuovi impianti sciistici o di innevamento artificiale in luoghi dove è già oggi problematico sciare e domani sarà impossibile.
Un paio di seggiovie o un tot di cannoni sparaneve al posto dell’aiuto a circa 7.000 famiglie lombarde con persone disabili.
Lombardia: «la Regione del fare» (schifo).
P.S.: qualcuno ritiene che questa mia affermazione sia “populista”? Be’, se lo sia oppure no vada a chiederlo ai familiari delle persone disabili.
[Foto di steve fehlberg da Pixabay.]Sono assolutamente consapevole del fatto che esista un problema relativo alla convivenza tra uomini e lupi e che sia complesso, per certi versi inevitabilmente problematico e in parte culturalmente irrisolvibile, anche a prescindere dalle cause che al momento lo generano. D’altro canto, sono convinto che per favorire la miglior gestione della presenza della fauna selvatica in genere e dei grandi carnivori in primis nei territori antropizzati sia necessario un approccio culturale e politico (sempre e comunque supportato dalla scienza zoologica) per molti aspetti diverso di quello attuale, più oculato e meno strumentalizzato sotto tutti i punti di vista, anche riguardo le azioni da mettere in atto a salvaguardia di tutte le specie e i soggetti coinvolti, che ne gioverebbero globalmente in una dimensione ecosistemica decisamente più equilibrata.
Detto ciò, non posso non constatare come la parte di opinione pubblica e di “società civile” che si proclama avversa alla presenza del lupo, in diversi modifaccia anche più paura dei lupi stessi. L’atteggiamento spesso ricorda quello – se posso usare tale celebre metafora cinematografica – dei nazisti dell’Illinois: sguardo truce, ideologia reazionaria, analfabetismo funzionale a gogò, fucili da caccia con il colpo in canna e la convinzione (non espressa ma palese) che l’unico modo per risolvere il problema sia lo sterminio della specie “demoniaca”, come secoli fa. Un atteggiamento che in certi casi genera anche opinioni che paiono più deliri irrazionali che riflessioni legittime, col solo risultato di rendere ancor più critica la realtà del problema, anche a discapito stesso degli anti-lupisti: al riguardo qui sotto trovate un buon motivo per rabbrividire – oppure ridere a crepapelle, se preferite.
D’altro canto pure nella parte animalista sodale al lupo non mancano posizioni fin troppo radicali dietro le quali si intravede una certa strumentalizzazione ideologica uguale e opposta a quella della parte avversa, col risultato che tutta la questione viene ridotta più o meno malamente e ritorna al punto sul quale si era fermata secoli fa: lo scontro tra civiltà umana e natura selvaggia, il quesito su chi sia più buono e dunque degno di (sopravvivere) nei territori di convivenza, l’uomo o il lupo.
Ecco, sostanzialmente siamo ancora fermi a questo punto, e al momento mi pare che il suddetto quesito resti aperto, con le due parti che cozzano l’una contro l’altra e nel mezzo la politica al solito incapace di fare politica – nel senso originario e virtuoso del termine.
Nell’attesa (vana?) che si diffonda una maggiore presa di coscienza generale sul tema e sulla sua complessità la quale faccia sì che le cose evolvano in meglio eliminando fanatismi, radicalismi e strumentalizzazioni varie e assortite, ho trovato tempo fa una locandina “didattica” diffusa dal Parco Nazionale dello Stelvio (la vedete lì sopra) che indica i comportamenti principali da tenersi nel caso che un uomo incontri un lupo. Utile o meno che possa essere tale locandina, per par condicio ecologica ho elaborato la versione uguale e opposta della locandina che vedete qui sotto. La quale forse qualche utilità “didattica” a sua volta la possiede e non in riferimento ai lupi… che ne dite?
Riflessione finale: la Natura è un ambito semplice da vivere tanto quanto complesso da comprendere, solo che se la si vuol vivere al meglio bisogna altrettanto comprenderla, avendo cognizione dei codici e degli strumenti giusti per farlo (siamo esseri intelligenti, quei codici e strumenti in età adulta dovremmo averli di default). Altrimenti è come avere davanti un bel libro con immagini e testo essendo incapaci di leggere: delle prime si può comunque godere, del secondo non si capirà nulla. Leggere la Natura significa conoscerla, e conoscerla impone di elaborare un’armonia con il suo ambiente: il che sarebbe una cosa naturale (appunto) visto che siamo animali anche noi, ma diventa complessa se non si è in grado di comprendere questa realtà. Dovremmo essere tutti capaci, più o meno compiutamente, di leggere la Natura, proprio perché ne facciamo parte: quando invece ci dimostriamo analfabeti, più o meno profondamente, non ci sarà modo di risolvere alcun problema, questione, conflitto o che altro. Né tra uomini e lupi e nemmeno tra uomini e uomini, ecco.
Qualche giorno fa Alberto Marzocchiha pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” un bell’articolo dedicato a Piazzatorre e al progetto di rinnovo e ripristino del locale comprensorio sciistico, un altro di quei casi di finanziamento pubblico di infrastrutture per lo sci che appare a tutti gli effetti scriteriato perché dedicato a un territorio che non presenta più le condizioni climatico-ambientali adatte allo sci alpino.
Me n’ero occupato anch’io (qui) di questo ennesimo caso di potenziale sperpero di denaro pubblico a favore dello sci in una zona che d’altro canto abbisognerebbe di molti altri servizi primari a favore della comunità locale (e peraltro di recente ho scritto di Piazzatorre anche riguardo la devastante presenza di seconde case, ben duemilacinquecento a fronte di duecento abitazioni per i 380 abitanti “veri”); Marzocchi traccia succintamente ma con grande chiarezza espositiva la storia della località sciistica, che rende ancora più scriteriato l’investimento pubblico lombardo, e lo fa con cognizione di causa tripla: perché da giornalista si occupa principalmente di tematiche ambientali (e qui non c’è solo un problema di spreco di risorse pubbliche ma pure di salvaguardia di un territorio montano da una infrastrutturazione decontestuale e potenzialmente inutile), perché è maestro di sci, dunque coinvolto anche professionalmente in questo tema, e perché è originario proprio di Piazzatorre, quindi sa perfettamente di cosa parla.
Vi invito a leggere il suo articolo cliccando sull’immagine lì sopra, è veramente interessante e alquanto significativo. Riflessione finale: quante Piazzatorre ci sono sulle montagne italiane? Ovvero: quanti soldi pubblici vengono buttati sulle Alpi e sugli Appennini in progetti sciistici totalmente privi di senso e di futuro?
In un servizio dell’edizione di martedì 13 marzo scorso del telegiornale di “Bergamo TV” (cliccate sull’immagine qui sopra per vederlo, dal minuto 31:10), si è parlato della mancata destinazione dei fondi IMU relativi alle seconde case nelle casse dei piccoli comuni i quali, più di altri, ne avrebbero bisogno. Intervistato al riguardo, il sindaco di Piazzatorre, in alta Val Brembana, si è lamentato che, a fronte della presenza in paese di duecento prime case e di duemilacinquecento seconde case, al comune del milione e trecentomila Euro circa di gettito IMU giungano solo 420mila Euro.
Io, a udire tali parole, confesso di essere rimasto piuttosto basito, ma non per quei soldi mancanti. Voglio dire: la cosa anormale è che a Piazzatorre manchino 800mila e rotti Euro di entrate fiscali, o è che a Piazzatorre vi siano duemilacinquecento seconde case – 2.500! – a fronte di sole duecento prime case?
Cioè che più del 90% degli stabili che formano il comune e che ne occupano il suolo sono “letti freddi”, alloggi turistici abitati solo per pochi giorni all’anno e forse nemmeno per quelli, quando come spesso accade presentano sulla porta il cartello «VENDESI» o «AFFITTASI»?
[Seconde case a Piazzatorre. Foto di Ago76, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Sinceramente, a me questa pare una follia. Quantunque sappia benissimo che sia una follia estremamente diffusa nelle località turistiche delle montagne italiane. Ma ci rendiamo conto di come per un tempo troppo lungo abbiamo trattato, edificato, cementificato, rovinato i nostri territori montani e i loro paesi?
[Veduta panoramica di una parte del nucleo di Piazzatorre.]In verità, i numerosi problemi di natura economica, demografica, sociologica che presentano i paesi della montagna italiana nascono in primis proprio da queste evidenze, cioè dalla imperdonabile trascuratezza alla quale i territori montani sono stati sottoposti a lungo da amministratori locali drammaticamente profittatori e alienati. Solo che questa è una cosa che non si può dire, nell’ambito politico-amministrativo, forse anche perché non si ha la competenza e la sensibilità per comprenderla al meglio. Piuttosto di pensare pur legittimamente a come incassare i gettiti fiscali derivanti dalla loro presenza, bisognerebbe capire come innumerevoli quegli edifici, case, casette, villette, condomini, chalet potrebbero essere eliminati dai paesi che ancora li ospitano.
Eliminati, già. Ma temo che sia un’ipotesi del tutto fantascientifica, questa mia, e non solo per mere ragioni tecniche.
P.S.: Piazzatorre è la località che si è vista destinare di recente ben 14 milioni di Euro da parte di Regione Lombardia per rinnovare e ripristinare il proprio comprensorio sciistico, la cui quota massima sfiora appena i 1800 metri, in una zona peraltro ampiamente carente di servizi di base a sostegno della popolazione residente. Ne ho scritto al riguardo qui.
(Articolo pubblicato su “L’AltraMontagna” il 14 marzo 2024.)
Nelle dichiarazioni rilasciate al quotidiano “La Stampa” lo scorso dicembre dall’amministratore delegato di Monterosa Ski Giorgio Munari – proferite allora ma “valide” da tempo, e che vedete riassunte nell’immagine qui sopra – si intuisce bene il pensiero alla base di molta dell’industria dello sci contemporanea: non bisognare praticare un’attività sportiva montana per elaborare e sviluppare la relazione con le montagne e i loro territori, con tutto il portato educativo e culturale conseguente, ma perché da grandi si possa diventare i clienti di quell’industria sciistica. E se alcuni diventeranno clienti, ovviamente altri troveranno lavoro per servire quei clienti, così entrambi favoriranno gli interessi dei gestori dei comprensori sciistici.
Una logica che non fa una piega, anche perché perfettamente mutuata dalle dinamiche industriali che governano il mercato, le grandi realtà commerciali, i meccanismi del consumismo globale: tanti vengono pagati per produrre qualcosa, tanti altri pagano per consumare quella cosa, pochi incassano e ci guadagnano. Peccato che qui si stia parlando di montagne, non di centri commerciali. Ma, con tutta evidenza, l’industria dello sci contemporanea considera le montagne esattamente come dei centri commerciali in altura, i cui frequentatori sono clienti o dipendenti, non altro, con i secondi che producono per i primi che consumano e con i territori montani che fanno da mero involucro funzionale al business. Nessuna promozione culturale dell’andare in montagna, nessun accento sui molteplici valori che dona la sua frequentazione, anche solo nel contatto con l’ambiente naturale – seppur “meccanizzato” spesso eccessivamente. Niente di tutto ciò: l’importante è vendere e/o acquistare uno skipass. La montagna è tutta dentro questo assunto.
Ma non è finita qui. Nello stesso contesto, il presidente dell’Avif – Associazione Valdostana Impianti a Fune Ferruccio Fournier ha se possibile rincarato ancor di più la dose, affermando: «Che siamo un paese di montagna non c’è dubbio. Sul fatto che siamo dei montanari ho qualche dubbio». Ciò in quanto i sistemi informatici dei comprensori sciistici permettono di conoscere la provenienza di chi utilizza gli impianti e, in tal modo, si rileva che in media solo il 10% dei valdostani scia, in alcuni comuni non si va oltre il 6-7%. «Frequentare la montagna vuol dire anche conoscere il territorio, vuol dire essere una autentica comunità di montagna» – ha precisato Fournier. Dunque, in soldoni: ci si può considerare “montanari” non perché si è abitanti delle montagne e parte variamente attiva delle loro comunità ma se si acquistano skipass e si utilizzano impianti e piste da sci – cioè se si diventa clienti delle aziende che gestiscono i comprensori, vedi sopra – altrimenti sorgono dubbi che ci si possa definire tali.
[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Visit Monterosa“.]Obiettivamente, al netto delle posizioni di parte, dichiarazioni del genere, e la visione di fondo che vi si intuisce, appaiono quanto mai sconcertanti. Non appaiono giustificabili nemmeno sotto l’aspetto meramente imprenditoriale: perché in questo caso le aziende e gli “imprenditori” in questione non gestiscono un mero impianto industriale con dentro dei macchinari e i dipendenti che ci lavorano al fine di produrre beni per i clienti che poi li acquistano, ma hanno tra le mani – indebitamente, per molti aspetti – le montagne e le loro comunità con tutto quello le caratterizza dal punto di vista storico, economico, sociale, culturale, antropologico, ecologico, ambientale. Montagne che una congiuntura socioeconomica di lungo periodo ha reso nel bene e nel male dipendenti dal comparto turistico dello sci. Circostanza peraltro palesata e vantata dalle parole di Munari e di Fournier: l’intera dimensione montana, anche quella non infrastrutturata per lo sci, diventa funzionale agli interessi dell’industria sciistica che si auto elegge predominante al punto da esigere che nei suoi riguardi non si possa essere che produttori oppure consumatori, e da tacciare di non montanità quelli che non si assoggettano a tale “regola”…