SONDAGGIO! La neve artificiale in Svizzera e in Italia

Cari amici, vi propongo di seguito un bel SONDAGGIO(NE)!

Leggete la domanda di seguito formulata e scegliete la risposta che ritenete più corretta:

Secondo voi, perché in Svizzera gli enti governativi disincentivano la realizzazione e il finanziamento di impianti di innevamento artificiale dei comprensori sciistici soprattutto al di sotto dei 2000 m di quota mentre in Italia la politica locale continua a stanziare centinaia di milioni di soldi pubblici per realizzare tali impianti soprattutto in comprensori sciistici al di sotto dei 2000 m di quota?

 

  1. Perché notoriamente gli svizzeri non capiscono nulla di montagne mentre gli italiani capiscono molto di più.
  2. Perché notoriamente gli svizzeri capiscono molto di montagne mentre gli italiani da tempo non capiscono più nulla.
  3. Perché c’è un equivoco di fondo: in Italia si è convinti di dover aver bisogno di sempre più «neve», solo che non si tratta della “neve” che è «acqua ghiacciata cristallina».
  4. Perché è tutto un magna-magna.

Forza, manifestate la vostra opinione!

Tra chi risponderà verrà estratto a sorte uno stagionale per la stagione 2024/2025 valido nel comprensorio sciistico dei Piani Resinelli (Lecco) oppure, in alternativa, una bottiglia di ottima birra artigianale! 😄

Quest’anno in montagna ci sono più turisti rispetto al 2023 o ce ne sono di meno?

Ogni anno a febbraio l’Osservatorio Turismo di Confcommercio, in collaborazione con la società di ricerche di mercato SWG, elabora e rende pubblica un’indagine sulle tendenze del turismo montano, focalizzata al primo trimestre dell’anno analizzato cioè al periodo tradizionalmente sciistico.

Dal confronto dei risultati di quest’anno con quelli del 2023 balza subito all’occhio la differenza notevole di quello che è il dato principale della ricerca, il numero di italiani che hanno scelto come destinazione per la propria vacanza la montagna: nel 2024 8,3 milioni, nel 2023 12 milioni (vedi le immagini sopra e sotto, cliccateci sopra per leggere i rispettivi comunicati). Una differenza di ben 3,7 milioni sull’anno in corso rispetto al precedente, pari a oltre il 30% in meno.

A meno che il dato del 2024 non comprenda le presenze giornaliere (cosa tuttavia non segnalata nei comunicati ufficiali di Confcommercio), una riduzione così ingente risulterebbe del tutto contradditoria ai tanti comunicati dei gestori dei comprensori sciistici che invece segnalano “record” di presenze sulle piste e nei propri hotel: basta fare una rapida ricerca sul web e di comunicati del genere se ne trovano numerosi. Com’è possibile?

Non essendo il caso di trarre conclusioni in merito, ho provveduto a chiedere direttamente a Confcommercio delucidazioni al riguardo. Nel frattempo segnalo un altro dato assai significativo che emerge dall’indagine dell’associazione, in tal caso indipendente dalla quantità di presenze, ed è quello della spesa media pro capite: 540 Euro nel 2023, 350 nel 2024. Un ulteriore dato in consistente riduzione, pari al 35% in meno, a sua volta formalmente in contraddizione rispetto alla tendenza all’aumento dei prezzi che nelle ultime stagioni ha caratterizzato l’offerta delle località montane, in particolar modo quelle sciistiche. Ovvero, per osservare la questione dal punto di vista opposto, un dato assolutamente legato a quegli aumenti, che pare costringano i turisti italiani a ridurre di conseguenza i propri budget per la spesa vacanziera. E se si rileva un ulteriore risultato dell’indagine di quest’anno, cioè che solo un italiano su tre praticherà sport e dunque, in molti casi, acquisterà uno skipass per sciare, la contraddizione tra quanto rilevato da Confcommercio e quanto dichiarato dagli esercenti turistici appare ancora più evidente.

Insomma, è il caso di capirci qualcosa di più e di meglio su questo tema: non tanto per dare ragione o torto all’uno o all’altro ma perché, in qualsiasi modo e qualsivoglia numero rilevino, questi dati risultano importanti e significativi rispetto alla direzione che deve e dovrà prendere il turismo montano nei prossimi anni e le conseguenti politiche di gestione delle sue dinamiche commerciali e socioculturali, al fine di generare sempre il maggior beneficio possibile per tutta la montagna e innanzi tutto per le comunità che la abitano e lassù restano, quando i turisti se ne sono tornati alle proprie case.

Conto dunque di tornare presto su questo tema, con ulteriori rilievi, dettagli e considerazioni.

La stagione è salva!

Ciò che si afferma nel titolo di questo articolo, quale compendio dei suoi contenuti, trovo che sia veramente interessante e altrettanto significativo (ne trovate un riassunto qui).

«La neve artificiale salva la stagione».

Passatemi il paragone “forte” (chiedo venia), ma è un po’ come dire che praticando nove rapporti sessuali su dieci con bambole gonfiabili la razza umana sia salva.

E se «La situazione sulle Alpi è ottima» (cosa detta prima delle nevicate di queste ore, la cui entità peraltro è tutta da verificare), di sicuro ci sarà qualcuno che trova la “situazione” con le bambole suddette similmente “ottima”. Basta crederci, ecco.

Per la cronaca, e stando alle ultime stime disponibili, l’Italia è tra i paesi alpini più dipendenti dalla neve artificiale con il 90% di piste innevate artificialmente, seguita da Austria (70%), Svizzera (50%), Francia (39%). La percentuale più bassa è in Germania, con il 25%. (Fonte qui.) Di contro, secondo i dati dell’ultimo bollettino di Arpa Lombardia sulle riserve idriche, pubblicato il 28 dicembre, sulle montagne mancano 426 milioni di metri cubi di acqua del manto nevoso, il 34,6% in meno della media (fonte qui).

La stagione è “salva”, già. E lo sono anche i produttori di bambole gonfiabili, bontà loro.

Ma le montagne intorno? Sono salve?

P.S.: sul tema ne ho scritto anche qui.

«Il posto migliore d’Europa per sciare»?

Premetto che non ho letto la notizia sul FT ma dal titolo che riporta Sky credo ci sia una sorta di narrazione inversa. Sul fatto che Bardonecchia possa diventare una delle migliori località per vivere e fare turismo in montagna ci possiamo lavorare, ma per sciare francamente senza neve al suolo la vedo durissima e questi giorni lo stanno ampiamente dimostrando. Questo, come altri titoli di cui leggo in questi giorni, non fanno bene alla montagna perché servono ad alimentare una visione nostalgica e ormai incompatibile con la realtà dei fatti. È evidente ormai che non si sta andando tutti nella stessa direzione e questo sta generando disorientamento all’interno delle comunità locali che invece avrebbero bisogno proprio di un indirizzo forte come richiede una transizione dal modello neve a modelli altri, complessi e integrati. Le soluzioni potrebbero esserci (ci sono casi che lo dimostrano ampiamente) ma bisogna voler perseguire la strada a tutti i livelli. Non si posso lasciare le comunità che sperimentano sole in questa direzione come se fossero “eccentricità” del sistema, la transizione deve avvenire in un quadro d’azione complessivo.

[Federica Corrado, docente di Urbanistica al Politecnico di Torino, past-presidente di CIPRA-Italia e autrice di alcuni libri fondamentali sulle politiche di gestione dei territori montani; fonte qui. L’articolo del “Financial Times” invece lo potete leggere qui.]

Di nuovo mi trovo assolutamente d’accordo con quanto sostiene Federica Corrado – al netto che quelle pseudo-classifiche sovente proposte dai media siano sempre da prendere con mille pinze: ma il punto non è questo, è il messaggio che ne deriva.

Il disorientamento delle comunità di montagna di fronte all’evoluzione delle politiche di gestione dei loro territori, soprattutto di quelli vocati più o meno forzatamente al turismo, è di fatto la prosecuzione di quei fenomeni di spaesamento e alienazione novecenteschi ben raccontati da Annibale Salsa nel suo libro Il tramonto delle identità tradizionali ormai più di quindici anni fa. Nel depauperamento socioculturale dei territori di montagna avviatosi nel secolo scorso e continuato in maniera crescente fino a oggi, quasi ogni elemento delle geografie economiche e antropiche locali è stato spazzato via lasciando da una parte, solitaria e regnante, l’industria (termine non casuale) turistica, in primis dello sci, e dall’altra la comunità altrettanto sola dacché ormai deprivata di strumenti culturali atti a mantenere il controllo della propria identità locale e della coscienza del luogo. Ecco perché una certa comunicazione mediatica asservita al sistema economico dominante, in forza del sostegno politico ma di contro sempre più decontestuale e alieno ai territori, produce danni psicosociali ben più gravi di quanto si potrebbe pensare e allontana sempre più la possibilità di attuare quelle soluzioni potenziali che da un lato ridarebbero vigore autentico alle comunità locali e dall’altro consentirebbero lo sviluppo di una frequentazione turistica ben più armonica ad esse e ai luoghi. Invece, si continuano a narrare suggestive tanto quanto false favolette funzionali allo status quo politico-economico, senza elaborare alcuna analisi sul loro portato – per mancanza assoluta di interesse al riguardo, ovviamente.

D’altro canto, come anche denota Corrado, ecco come si presenta oggi, 3 gennaio 2024, «il posto migliore d’Europa per sciare»:

[Fonte: https://www.bardonecchiaski.com/it/webcam. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Ogni commento al riguardo mi pare superfluo.

Le “montagne” dello sci alpino, oggi

Lungo le piste da sci di una nota località delle Alpi Italiane, lunedì 18 dicembre 2023, 2050 m di quota.

Affollamento come in centro città all’ora di punta.
Musica a palla come in un disco bar della riviera romagnola.
Neve che si scioglie e gocciola dal tetto come fosse aprile.
Senza contare il costo dello skipass, quanto la paga di un’intera giornata di lavoro.

Questa è la realtà dello sci alpino contemporaneo. Che piaccia o meno.

«E le montagne?» vi chiederete. Non pervenute, almeno quelle vere.

P.S.: no, non è una critica, in senso generale, ma una mera constatazione di come stanno le cose. Si può essere d’accordo oppure no, ribadisco, ma di certo ritenere che questa sia “montagna” è quanto meno bizzarro, se non del tutto (o quasi) fuori luogo. Letteralmente, già.