Tutti a sciare a Matterhornia!

Comunque, a mio parere, se a Cervinia volessero effettuare un cambio di toponimo veramente furbo, innanzi tutto dal punto di vista del branding, dovrebbero ridenominarsi Matterornia (su Google, per “Matterhorn” si ottengono circa 20.300.000 risultati, per “Cervino” 6.990.000) o, in alternativa, Zermatt Sud (Zermatt 42.500.000 risultati, “Cervinia” 5.950.000).

[Foto di Dimitris Kiriakakis su Unsplash.]
D’altro canto, al riguardo, è bene pure denotare alla pittoresca Ministra del Turismo italiana in carica, la quale sulla vicenda s’è messa a dissertare di «destination» e «brand reputation», che nella sua sublime campagna di promozione turistica delle bellezze italicheOpen to Meravigliala Valtournenche, nel cui territorio si trova Cervinia, è stata presentata con un’immagine di Zermatt, lato svizzero del Cervino (si veda l’immagine qui sotto). Evidentemente la Ministra ha voluto nuovamente dimostrare di maneggiare la materia di cui dovrebbe essere massimamente competente proprio come i filtri su Instagram: in maniera ridicola.

Ecco.

P.S.: per la cronaca, di toponomastica della zona in questione qualcosina ne so.

Sciare è roba da ricchi (finché si potrà)

[Foto di Brigitte Werner da Pixabay.]
Una delle cose più palesi che emergono nell’analizzare l’industria turistica dello sci contemporanea, è che sia un comparto che in moltissimi casi si sta scavando la fossa da sé sotto i propri piedi e ciò pure al netto degli effetti del cambiamento climatico in corso. Una chiara prova di questa realtà è la lettura degli articoli sui media (come quello qui sotto, che ho intercettato grazie a “Gogna Blog”, il blog di Alessandro Gogna, che ne ha parlato; cliccate sull’immagine per leggerlo) i quali riferiscono dei continui aumenti che anno dopo anno subiscono i prezzi degli skipass, ben maggiori dell’aumento medio del costo della vita. Ma sono aumenti inevitabili, viste le spese crescenti che lo sci deve sostenere per sopravvivere (che siano ordinarie, come l’innevamento artificiale, o straordinarie come il rinnovo degli impianti di risalita), le quali possono essere coperte in due soli modi: da contributi pubblici – soluzione del tutto opinabile, peraltro – e dal ricavo della vendita degli skipass appunto.

Fino a qualche tempo fa si diceva ironicamente che una famiglia media con due o più figli, per passare una domenica con gli sci e calcolando tutto ciò che comporta – benzina, skipass, pranzi, magari il noleggio dell’attrezzatura o il maestro di sci, eccetera – avrebbe quasi fatto fuori uno stipendio mensile. Oggi quel tono ironico lo si può tranquillamente trasformare in un lamento sconfortato, visti i costi della stagione sciistica imminente. Tutto sta rincarando, lo sappiamo bene, ma in un comparto come quello dello sci questa circostanza genera effetti e ripercussioni ben più profonde che altrove.

Insomma, lo sci sta sempre più diventando un’attività ricreativa per ricchi: i gestori dei comprensori se ne rendono certamente conto – a meno che non siano totalmente alienati dalla realtà delle cose – ma, salvo pochissimi che hanno il coraggio di ammetterlo, tirano dritto verso l’implosione finale. Non possono fare altrimenti, d’altro canto, volendo mantenere il modello turistico del quale sono manifestazione: un modello nato mezzo secolo fa, in un altro mondo (soprattutto ben più regolarmente innevato di quello odierno), ormai obsoleto, distorto, insostenibile, sovente già fallito, in altri casi prossimo a fallire e comunque quasi ovunque tirato come un elastico sempre più fine e ormai prossimo al punto di rottura. Perché, inutile rimarcarlo, il pubblico di sciatori in grado di sostenere i prezzi attuali degli skipass non solo non è ampio ma si sta pure restringendo, posto il costo della vita che cresce per chiunque e screma di continuo quel pubblico, dunque non è affatto in grado di sostenere l’industria sciistica nella sua interezza. La quale non è nemmeno più in grado di garantire un rapporto qualità (del comprensorio di piste e impianti offerto al cliente)/prezzo equilibrato, il che inesorabilmente avvantaggerà i pochi comprensori capaci di farlo accentuando la scrematura del comparto. Un cane che si morde la coda e a breve finirà per divorarsela del tutto, in buona sostanza.

Chissà se i proclami riguardo l’offerta turistica variegata extra-sciistica e la destagionalizzazione potrà salvare le stazioni dalla sorte palesemente segnata: posto che spesso sembrano solo belle parole alle quali fanno seguito ben pochi fatti, e che quando questi fatti si palesino appaiono basati sullo stesso modello turistico in autodistruzione, forse è ormai già troppo tardi per salvarsi. Senza contare che il «forse» verrà definitivamente eliminato dal divenire della realtà climatica: per molte stazioni sciistiche stanno per partire i titoli di cosa, nei quali alcun ringraziamento sarà dovuto a chi le ha gestite negli ultimi anni. Severo ma giusto, come si dice in questi casi – ma lo scrivo senza alcuna ironia, anzi.

Neve artificiale e bambole gonfiabili

Per quanto riguarda gli interventi che mirano al potenziamento delle funzionalità della skiarea, un progetto in via di completamento è il nuovo bacino di circa 60mila m3 che garantirà per la stagione invernale entrante l’innevamento artificiale delle piste. Si tratta di un ulteriore tassello in un piano di interventi che permette ad ora la copertura con cannoni ed aste del 95% del comprensorio sciistico.

Ogni qual volta leggo notizie del genere (il brano lì sopra fa riferimento a una nota località sciistica lombarda), che parlano di impianti di innevamento artificiale e di percentuali delle piste coperte dalla neve prodotta dai cannoni, inesorabilmente – ma sul serio, cioè non per una forma di sarcasmo consapevole ma proprio per il prodotto della più spontanea inventiva – mi si formula in mente l’immagine della hall di una casa d’appuntamenti con 100 “operatrici” a disposizione dei clienti, delle quali 5 sono floride ragazze in carne e ossa e 95 sono bambole di plastica, apparentemente carine ma in verità nemmeno troppo fedeli alle originali umane, e mentre un tempo i clienti avrebbero aborrito queste seconde – nel caso fossero state disponibili – pretendendo assolutamente le prime, oggi che delle operatrici in carne e ossa non se ne trovano quasi più i clienti che entrano nel postribolo mostrano di gradire anche le riproduzioni in plastica, ormai immemori di come andavano le cose con le donne “vere” e insensibili a quel piacere in estinzione ma meramente smaniosi di godere del servizio per il quale hanno pagato nonostante offra ben poco di realmente eccitante. Il tutto sotto gli occhi del tenutario del postribolo, che guarda la scena con quello sguardo un po’ torvo di chi sa che per il momento se la può cavare ancora, grazie a clienti così malleabili e noncuranti, ma che per il futuro si dovrà inventare qualche nuovo escamotage per far soldi dato che quello in corso non durerà ancora tanto perché la plastica si usura, si rompe, l’uso reiterato annoia, rimpiazzare quelle danneggiate costa sempre di più…

Ecco, mi viene in mente un’immagine del genere, a leggere quelle notizie.

Chissà come mai.

P.S.: a dire il vero questa mia immagine non è poi così fantasiosa, visto che esistono già dei bordelli di bambole gonfiabili che, a quanto pare, hanno anche un certo successo. Proprio come accade con la neve finta, già!