Voglio esprimere la mia solidarietà all’amico Savio Peri di Livigno, che da tempo monitora e rimarca ciò che di discutibile è stato fatto in loco per le Olimpiadi di Milano Cortina, il quale ha ricevuto una notifica giudiziaria – una denuncia, in pratica – per aver offeso l’amministratore delegato di Simico – la Società Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026 S.p.A. – Fabio Massimo Saldini sui social.
Senza ovviamente entrare nel merito del provvedimento giudiziario e della sua legittimità, non posso non rimarcare che Savio Peri è stato tra le pochissime voci livignasche che ha avuto il coraggio di esprimere pubblicamente il proprio dissenso su quanto fatto al territorio di Livigno dai cantieri olimpici, il cui impatto ambientale, checché se ne pensi, è innegabilmente pesante. Lo avrà fatto in modi discutibili e fin troppo “passionali”, va bene, ma senza mai fare del male – materiale e immateriale – a nessuno e, di contro, manifestando con la sua opera di sensibilizzazione, peraltro sempre ben documentata con immagini eloquenti, il profondo attaccamento al proprio territorio montano, che da tempo tanti ritengono fin troppo turistificato e mercificato, e la conseguente inquietudine personale.
Francamente, che un soggetto così grande e potente come Simico, nella persona del proprio amministratore delegato, giunga a denunciare un singolo privato cittadino per un’offesa anche inammissibile mossa sui social (un ambito nel quale, a vedere gli illeciti di questo genere che molti haters e leoni da tastiera assortiti commettono di continuo, ci sarebbero da formulare milioni di denunce ogni giorno!) ma per ragioni di mera educazione più che per fondate motivazioni penali, mi sembra quanto mai spropositato e preoccupante, come se Simico non avesse altro a cui pensare e strumenti da utilizzare per ribattere al pur offensivo sarcasmo sui social di un comune cittadino. Un comune cittadino, mica un potente giornale, un personaggio pubblico di fama o altro del genere.
Mi auguro dunque che quella denuncia ora pendente su Savio Peri venga ritirata: Simico per prima ne trarrebbe senza dubbio un bel ritorno d’immagine.
[Escavatori a oltre 3000 metri di quota sul ghiacciaio Pitztaler, in Austria, per la costruzione di piste da sci. Immagine tratta da www.meteoweb.eu.]Mi pongo spesso la domanda su quanto possa essere giusto, conveniente, utile e necessario, oppure no, pubblicare spesso articoli che riferiscono di progetti e opere chiaramente impattanti sui territori montani che ne vengono coinvolti. Ce ne sono parecchie, in giro per le nostre montagne, e dunque quegli articoli diventano frequenti, anche grazie alle numerose segnalazioni che amici, conoscenti e contatti mi inviano (per le quali li ringrazio molto): in essi tento di proporre delle informazioni e relative considerazioni che innanzi tutto aiutino chi legge a capire meglio ciò che sta accadendo e a ricavarne una propria idea. Ovviamente io la mia ce l’ho e la rendo il più possibile chiara ma qualsiasi dibattito tra visioni differenti, quando civile, fondato e ben articolato è sempre importante e utile.
Però, ribadisco, di cose apparentemente (o palesemente) brutte e insensate sulle nostre montagne ve ne sono parecchie: i miei articoli ne segnalano solo una parte ma, nonostante ciò, il timore di mettere in evidenza solo cose irritanti e desolanti riguardo le montagne è costante.
D’altro canto, quando si viene a sapere di quelle cose brutte, come si può restare in silenzio? O quanto meno non domandarsi cosa stia succedendo e se sia giusto, o sbagliato, rispetto al luogo coinvolto? Posto per giunta che siamo una società che tende spesso al disinteresse, al fare spallucce e a non voler essere coinvolta oppure al lamentarsi, anche legittimamente, senza tuttavia andare oltre e rendere concreta la propria critica, a farne un atto realmente civico e dunque politico, all’osservare certe cose evidentemente errate ma concludendo che «tanto non si può fare nulla».
Be’, cinquant’anni fa, durante gli “anni di piombo”, in un pezzo per il “Corriere della Sera” con il quale collaborava Italo Calvino scrisse alcune cose che mi sono appuntato e, a mio parere, valgono molto riguardo a quanto ho scritto lì sopra.
Lo Stato, oggi, consiste soprattutto nei cittadini democratici che non si arrendono
scrisse, rimarcando poi l’importanza di prendere posizione soprattutto quando le istituzioni appaiono più inefficienti perché
è in questi momenti che si decide la sorte delle nazioni e degli ordinamenti sociali.
Ecco, fatte le debite proporzioni, ma pure considerando la frequente inefficienza delle istituzioni nella gestione amministrativa e politica dei territori montani, queste parole di Calvino mi danno una potenziale buona risposta alla domanda posta prima. Di fronte a molte brutture imposte attraverso metodi sovente ambigui e discutibili ai territori montani e a iniziative che sotto ogni punto di vista appaiono nocive per essi e dannosi per le comunità che li abitano ma per le quali vengono spesi un sacco di soldi pubblici, il che rende il danno doppio se non triplo al pari della beffa, non ci si può mostrare arrendevoli, o già arresi senza nemmeno batter ciglio, e non si può non prendere una posizione consapevole, articolata e motivata non tanto con la pretesa di imporre la propria “verità” ma per chiedere fermamente che quelle opere e quei progetti siano messi pienamente in chiaro, discussi, dibattuti. In altre parole, per non lasciare che la sorte di quei territori, di chi li abita e li frequenta con passione autentica sia decisa da altri e altrove in base a interessi avulsi dal contesto locale quanto non antitetici, per di più arrendendosi a tale condizione per mera mancanza di senso civico, di relazione culturale con il territorio coinvolto o perché, appunto, si pensa che «tanto non si può fare nulla».
[Immagine tratta da www.gasparilavori.it.]Molto spesso l’imposizione di progetti e opere fuori contesto, insensate e impattanti alle montagne rappresenta anche, se non soprattutto, proprio la manifestazione di un’inefficienza istituzionale che impedisce a chi la dimostra di comprendere la nocività di quei progetti oppure, viceversa, di imporli per fini contrapposti a quelli che promuovono il bene del territorio e della sua comunità. È un’inefficienza anche questa, in fondo, di decisori istituzionali che non sanno o non vogliono amministrare i propri territori in maniera efficiente. Come ci si può arrendere senza prendere posizione contro situazioni del genere?
[Sbancamenti sulle piste di Cortina, qualche mese fa.]Io penso che non si può, e per me stesso credo che l’essere parte di una società civile (inevitabilmente: alla fine lo è anche l’eremita che vive isolato in un bosco ma con quel bosco e con il luogo d’intorno interagisce, dunque vi genera una presenza “politica”) debba comportare il dovere, che è parimenti un diritto, di «prendere posizione», esattamente come sosteneva Calvino, senza sentirsi in possesso di verità assolute ma facendolo in modo motivato, razionale e consapevole così da dare forza e valore alle proprie opinioni e alle azioni civiche che si vogliano mettere in atto. Il tutto, mi ripeto di nuovo, con l’obiettivo di generare quella cognizione diffusa del luogo chi si abita e si frequenta che sta alla base della più compiuta relazione culturale con esso e con il suo paesaggio il quale è la somma degli elementi geografici e della presenza umana mediata dalla relativa cognizione culturale. Cioè, per farla breve: il paesaggio siamo noi e noi siamo il paesaggio, dunque se in esso accade qualcosa che non va bene e che appare chiaramente dannoso è come se tale danno lo subissimo noi che lo viviamo. Si può restare passivi, arrendevoli, disinteressati e/o inermi di fronte a questa realtà?
No, non si può. E questo è quanto io ritengo massimamente importante, al riguardo.
Leggere la notizia (riportata ad esempio da “Il Post”) dell’innevamento delle piste da sci del Monte Bondone, sopra Trento, grazie alla neve trasportata da un elicottero (per quella artificiale faceva troppo caldo) pur di aprire almeno parzialmente il comprensorio sciistico per il ponte dell’Immacolata ed evitare la perdita di soldi per la mancata vendita degli skipass, mi genera nella mente l’immagine di una persona che nonostante abbia evidenti problemi respiratori pretenda di correre una maratona utilizzando una bombola di ossigeno supplementare.
Riesca pure a correre la maratona, quella resta una persona malata e, forse, in peggioramento proprio per le pretese a cui non sa rinunciare.
[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Monte Bondone“.]È evidente, come hanno denunciato alcune associazioni ambientaliste, che portare neve sulle piste da sci in assenza di condizioni meteoclimatiche adatte generi un impatto ambientale insostenibile, tanto più in un territorio montano particolarmente soggetto agli effetti della crisi climatica di origine antropica (appunto). Così come è evidente che quell’attenzione alla sostenibilità della propria attività che di frequente l’industria sciistica rimarca nei riguarda dei territori in cui opera è puro green washing, mentre nella gran parte dei casi sono gli interessi economici perseguiti a vincere regolarmente sugli impegni ecologici – i quali in realtà dovrebbero essere fondamentali per un’attività che si svolge in ambiente e dunque avrebbe tutto l’interesse (autentico) nel tutelarlo.
[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Monte Bondone“.]In ogni caso, per tornare a quanto stavo rimarcando con la metafora citata, a me pare che un comprensorio sciistico che debba ricorrere a mezzi così impattanti e insensati (oltre che piuttosto ridicoli) per rimanere aperto, ovvero per tentare di sopravvivere a una sorte evidentemente già segnata, abbia solo una cosa buona e giusta da fare: pensare al proprio miglior futuro post sciistico possibile e a elaborare una frequentazione del luogo che gradualmente ma ineluttabilmente chiuda l’attività sciistica per offrire altro di ben più consono, sensato, attrattivo, conveniente e godibile ai propri visitatori. Una cosa che peraltro, conoscendo un po’ il luogo e le sue peculiarità, Monte Bondone non faticherebbe affatto a elaborare – se volesse farlo, certo.
[L’Alpe Lendine, 1700 m, sovrastata dal Pizzaccio, 2589 m. Immagine tratta da https://ape-alveare.it.]Giorgio Tanzi, amico Accompagnatore di media Montagna “titolare” di Insubria Trekking oltre che Naturalista ed Educatore Ambientale, mi segnala che tra l’Alpe Lendine e l’Alpe Laguzzolo in Valle del Drogo, una laterale della Valle Spluga di grande bellezza alpestre relativamente poco conosciuta e frequentata e per questo capace di offrire angoli di natura sostanzialmente intatta (salvo che per la presenza della Diga del Truzzo e delle opere annesse, d’altro canto prossime al secolo di vita e dunque ormai storicizzate nel paesaggio), è stata realizzata quella che sembra un’ennesima ciclovia, o opera apparentemente similare, che per lunghi tratti ha totalmente stravolto il sentiero originario allargandolo e livellandolo ma di contro presentando pendenze sovente molti forti che appaiono inadatte per la percorrenza con biciclette elettriche o muscolari, semmai più consone ad un transito motoristico. Il tutto, anche qui come in numerosi altri luoghi che hanno subìto la realizzazione di tali tracciati, con ben poca cura dell’inserimento in ambiente e delle finiture dell’opera, al punto che, rimarca Giorgio, sono bastate le prime gelate notturne a generare dissesti sulla superficie del nuovo tracciato.
[Nelle foto di Giorgio Tanzi, sopra il sentiero originario, sotto la nuova “ciclovia” con il fondo già dissestato.]Vista la zona, il pensiero mi corre subito ad un’altra recente e criticata ciclovia, quella realizzata nella vicina e poco più settentrionale Val Febbraro, tra l’Alpe Piani e il lago di Baldiscio, sotto l’omonimo passo sul confine con la Svizzera (dove è denominato Balniscio) e sopra l’abitato di Isola: ne ho scritto qui. Anche in questo caso, una zona fino ad oggi quasi per nulla turistificata e di grande pregio naturalistico (tant’è che viene definita spesso «selvaggia» dalla promozione turistica locale), ora diventa accessibile anche a chi lassù mai ci sarebbe potuto arrivare, se non a piedi e con un buon allenamento ovvero in forza di una passione autentica per i luoghi montani e la loro bellezza originaria.
Non sono stato di recente in Valle del Drogo, ma la segnalazione “edotta” di Giorgio (che ringrazio di cuore per avermela comunicata), viste le sue notevoli competenze montane, mi impone di salirci, appena possibile, per verificare di persona quanto è accaduto. Fatto sta che sono episodi, questi, che danno nuova forza al timore manifestato già da tanti in base al quale, per certi amministratori pubblici locali e per i loro sodali del settore turistico, sembra proprio che l’infrastrutturazione per ebike dei territori montani, e in particolar modo di quelli ancora intatti, stia diventando la versione estiva di quella sciistica oltre che la discutibile declinazione dell’idea di “destagionalizzazione”: un grimaldello con il quale violare zone in quota altrimenti non sfruttabili turisticamente al fine di piazzarci attrazioni conseguenti e, al contempo, spendere (e spandere) finanziamenti pubblici con l’altrettanto abusata scusa della “valorizzazione” (in passato ho scritto spesso sulla questione, vedi qui). Generando invece evidenti dissesti del territorio, il degrado e la banalizzazione dei luoghi, la messa a valore degli stessi per venderli come “merce turistica” senza di contro apportare alcun vantaggio concreto per le comunità locali, anzi, inquinando la relazione culturale e antropologica intessuta con le loro montagne.
Se per caso qualcuno passerà dalle zone citate e così sarà testimone diretto di quanto sopra riferito oppure di altre cose simili e similmente discutibili, me/ce lo faccia sapere. Grazie!
Tuttavia, provocazione per provocazione, colgo lo spunto di tale notizia per sottoporvi una domanda alla quale chiedo di rispondere in assoluta libertà ma non di getto e, considerando piuttosto tutti gli aspetti in gioco, riflettendoci sopra un attimo: in un paesaggio montano, in senso generale, è “meglio” – o peggio – un unico grattacielo di 65 piani alto 260 metri oppure una ventina di palazzine da 3 piani alte una dozzina di metri? Quale delle due cose a vostro parere impatta di più?
[Condomini d’ogni taglia all’Aprica, in Valtellina. Immagine tratta da https://agenziacioccarelli.it.]Grazie di cuore per le risposte e le relative considerazioni che vorrete manifestare.