Le intelligenze aliene tra di noi (e l’ottusità che dimostriamo nei loro confronti)

[Foto di Mario da Pixabay.]

Dobbiamo cambiare il nostro modo zoocentrico di valutare organismi viventi diversi da noi animali, ma che hanno la stessa capacità di comunicare e relazionarsi. Questo dimostra inoltre che ci sono basi ancestrali tra vegetali e animali che con l’evoluzione hanno preso strade diverse […] Gli alieni sono già tra noi: sono le piante. Sono vive, percepiscono l’ambiente che le circonda, “parlano” e inviano messaggi. Dobbiamo cambiare il nostro modo di considerarle, se no non riusciremo mai a capire la complessità di questi esseri viventi che compongono il 90% della biomassa terrestre.

Sono parole di Umberto Castiello, professore di neuroscienze cognitive al dipartimento di Psicologia dell’Università di Padova e direttore di Mind the Plant, laboratorio dove si studia il comportamento e la comunicazione delle piante, intervistato sul quotidiano on line “Open” il 4 marzo 2025. Castiello è anche autore di La mente delle piante. Introduzione alla psicologia vegetale, (Società Editrice Il Mulino, 2023) libro che approfondisce questi affascinanti temi, che ho già a casa da leggere.

Trovo fondamentale quanto evidenzia il professor Castiello circa la complessità del mondo naturale: ne facciamo parte in quanto animali come ogni altro organismo vivente, ci arroghiamo il diritto di dominarlo assolutisticamente in quanto Sapiens ma ci ostiniamo pervicacemente a non comprenderlo nella sua rimarcata complessità. È anche da questa colpa – perché di ciò si tratta, dal mio punto di vista – che derivano i grandi disastri che l’uomo cagiona all’ambiente naturale e ai suoi ecosistemi.

E per noi persone comuni non serve comprendere la complessità naturale dal punto di vista scientifico: non siamo tutti scienziati, appunto. Basterebbe almeno comprenderne l’esistenza, capire che la Natura non è solo un insieme apparentemente entropico di piante animali pesci pietre acque eccetera ma è un sistema relazionale complesso che in quanto tale non può essere trattato banalmente e con superficialità, quella che sovente si riscontra nella gestione antropica dell’ambiente e delle risorse naturali.

A tale proposito mi torna in mente quella nota affermazione di Albert Einstein, uno che di complessità se ne intese come pochi altri nella storia:

Quel che vedo nella natura è una struttura magnifica che possiamo capire solo molto imperfettamente, il che non può non riempire di umiltà qualsiasi persona razionale.

Ecco: fossimo almeno umili e per ciò rispettosi della Natura e delle sue diverse intelligenze, sono certo che vivremmo in un mondo migliore e molto più in salute di quello che oggi abbiamo. Inoltre ci mostreremmo a nostra volta intelligenti, ovvero molto meno stupidi di quanto nei confronti della Natura palesiamo di essere.

Anche la montagna è una “merce” che si può vendere?

[Immagine tratta dal sito web di Stefano Ardito, che offre una bella riflessione sul tema dei nuovi rifugi alpini.]

I luoghi a evoluzione parzialmente naturale, che conservano ancora una ricchezza biologica diversificata e protetta, sono rimasti pochi. Se anche questi territori, rimasti fuori dallo sfruttamento intensivo dell’ultimo secolo, vengono intesi come merci da “mettere a valore” si trasformano automaticamente in oggetti di pregio come ogni bene sparso sui mercati internazionali. Lo ha ampiamente dimostrato anche il periodo post-Covid, nel quale i viaggi internazionali sono stati in parte interdetti e molti turisti si sono rivolti alle risorse territoriali raggiungibili in loco, invadendo le località turistiche di montagna. Di fronte a questa crescita della domanda di servizi turistici anche una parte dei gestori di rifugi alpini sembra aver perso di vista qual è la loro funzione originaria, e quale dovrebbe continuare ad essere all’interno di territori fragili e pericolosi. Ma l’incremento dei ricavi e dei profitti sembra attirare molto di più di ogni impegno etico per mantenere territori di grande pregio naturale così come sono e lasciarli in eredità ai posteri. […] Una cosa è certa: quando i luoghi dell’anima, dove gli individui entrano in contatto con la propria natura biologica e spirituale, saranno ridotti a merci qualcuno si arricchirà ma tutti noi saremo più poveri.

[Da Montagna per tutti, montagna di pochi, di Diego Cason, pubblicato il 4 maggio 2023 su Rivistailmulino.it. Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo nella sua interezza.]

Si può considerare uno spazio di grande pregio naturale non antropizzato posto in montagna, magari oltre i 2000 m di quota, “vendibile” come qualsiasi altro, dunque come fosse una “merce”? Ma se il valore di una merce è determinato anche, se non soprattutto, dalla sua riproducibilità e della conseguente disponibilità, e se un certo spazio naturale non può essere riprodotto in quanto reso unico dalle proprie peculiarità – tanto più nella geografia montana, con le sue morfologie sempre differenti che determinano differenti caratteristiche locali, non solo paesaggisticamente – come si può dare un valore a uno spazio in montagna al punto che possa essere venduto e comprato? Come si può rendere “stimabile” ciò che a tutti gli effetti è inestimabile?

P.S.: su tematiche simili e correlate all’articolo qui citato ne ho scritto qualche mese fa qui.

Consigli di lettura: Fabio Mini, “Che guerra sarà”

Gli anni Venti di questo XXI secolo saranno ben difficilmente un periodo di pace. Non a caso sono cominciati, proprio nei primi giorni dell’anno in corso, con un bombardamento scellerato – quello USA in Iraq -, inoltre la presenza sullo scacchiere internazionale di “leader” politici a dir poco inquietanti, che genera una situazione geopolitica parecchio infuocata e ricolma di possibili scenari bellici su piccola o più vasta scala, lascia speranze per un mondo pacifico assai fievoli.

Dunque la domanda non è se ci sarà o meno una guerra, nel prossimo futuro, perché la risposta è scontata: sì, ci sarà. Alla faccia di tutti noi, mi vien da dire, comuni cittadini e abitanti di un pianeta per il quale, a fronte d’un precedente secolo di conflitti e massacri vari e assortiti,  ancora ambiamo a ideale di pace, prosperità, progresso, evoluzione civica e culturale… per poi ritrovarci (a causa nostra, sia chiaro) leader di quella risma con tutta la loro pericolosa propaganda bellica e rissaiola, che prima o poi qualche grosso danno lo combina e lo cagionerà, inevitabilmente. Danno che, nel mondo globalizzato odierno, finisce e finirà per colpire chiunque, in maniera più o meno diretta, come abbiamo ben sperimentato in tempi recenti.

E quindi come sarà, questa guerra – o questi conflitti, dato che saranno sicuramente più d’uno? Cerca di ipotizzarlo, su basi e dati oggettivi e concreti, il generale di corpo d’armata dell’esercito italiano Fabio Mini in Che guerra sarà(Il Mulino, 2017), libro di un paio d’anni fa che tuttavia le circostanze attuali rendono quanto mai consono a questo inizio di decennio, nel quale Mini rende del tutto palesi e ben comprensibili i pericoli bellici che il pianeta sta correndo, anche nucleari e dunque potenzialmente devastanti su scala globale. D’altro canto il libro evidenzia bene anche come il genere umano, così boriosamente definitosi Sapiens, continua a ritenere la guerra l’affare più lucroso che esista (ovvero che abbia mai inventato), e dunque come i conflitti sparsi per il mondo, piccoli o grandi che siano, diventano necessari alla macchina del potere e della finanza ad esso correlata che questo mondo fa girare. Ovviamente a vantaggio di pochi e con buona pace dei milioni di innocenti che ogni anno finiscono vittime di quelle guerre.

In fondo, non è proprio l’uomo l’unica specie vivente sul pianeta talmente “intelligente” da aver conseguito la facoltà di autodistruggersi con le proprie mani (armi)? E, come sempre, chi semina vento raccoglie(rà) tempesta, prima o poi. Inevitabilmente, appunto.

Franco Brevini, “Simboli della montagna”

Puntualmente ogni anno, in vista della bella stagione ovvero del periodo più classicamente deputato alle vacanze, sui media compaiono quei soliti sondaggi coi quali si chiede se sia il mare o la montagna la propria meta vacanziera preferita. Se a quelli che rispondono di preferire la montagna si chiede anche un motivo per tale scelta, facilmente in molti citano la bellezza del paesaggio montano, con tutti gli annessi e connessi. Risposta del tutto giustificata e condivisibile, d’altro canto; tuttavia, al riguardo, non si può non osservare che il concetto di “paesaggio” è in realtà travisato dai più, che con tale termine vogliono in realtà intendere le forme del territorio (ovvero la materialità di esso) e le loro peculiarità “di superficie” – vette innevate, boschi maestosi, laghi, cascate, eccetera – mentre il “vero” paesaggio è la concezione (immateriale, dunque) che in noi si genera del territorio che osserviamo, basata sul proprio bagaglio socioculturale, intellettivo, emozionale e percettivo, semmai mediato sui canoni estetici (principalmente, ma non solo) conformatisi nel tempo e condivisi. Tali canoni formano dunque un immaginario collettivo che finisce per determinare poi la percezione generale di ciò a cui si riferiscono, diventando esso stesso riferimento, “regola” e memoria.
In tema di montagna, l’immaginario collettivo di riferimento è piuttosto recente, costituitosi sostanzialmente dall’Ottocento in poi ovvero quando nacque l’alpinismo e, al seguito, il turismo. Buona parte di questo immaginario montano, paradossalmente, si formò ed è conformato tuttora su stilemi concepiti lontano dalle montagne, spesso in città, dacché per lungo tempo quei turisti che vagabondavano per le Terre Alte – le Alpi soprattutto – erano cittadini benestanti nordeuropei, che si potevano permettere viaggi della durata di qualche mese con i quali “scoprire” (e inventare, appunto) il paesaggio montano. Ai montanari, invece, l’elemento estetico (ovvero ricreativo, sportivo o scientifico) delle loro montagna non interessava per nulla: non esisteva nemmeno un concetto di “bellezza” dei territori in quota (quindi nemmeno di “paesaggio”), che dovevano soltanto essere funzionali alla sussistenza di quei montanari.
Ma oggi, a poco più di duecento anni dalla “scoperta” delle Alpi e dalla generazione del relativo immaginario collettivo, possono essere individuati dei simboli che, a loro volta, sappiano identificare in maniera tanto materiale quanto immateriale ovvero concreta e inequivocabile la montagna? È questa, in buona sostanza, la domanda che si è posto Franco Brevini, e la risposta – anzi, le risposte, sono nella dissertazione che compone Simboli della montagna (Il Mulino, 2017), ultimo lavoro saggistico prodotto dal professore milanese. Sì, è possibile identificare alcuni simboli montani “assoluti”, fondanti il suddetto immaginario collettivo e profondamente integrati nell’excursus storico e sociologico relativo al punto che – come si dice – “basta la parola” sì che subito chiunque inevitabilmente pensi alla montagna, alle terre alte, alle vette e al loro paesaggio []

Franco Brevini

(Leggete la recensione completa di Simboli della Montagna cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)