Matteo Motterlini, “Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai”

Siamo su una nave – siamo, sì, tutti quanti noi – il cui equipaggio da qualche tempo la timona in acque sempre più agitate, al punto che lo scafo sta subendo diversi danni e comincia a imbarcare acqua, con un chiaro e crescente pericolo di affondamento. Molti se ne rendono conto e cercano di lanciare l’allarme, altri invece sostengono che non ci sia nulla da temere, basta tenersi un po’ più saldamente alle balaustre, il mare non è così agitato come dicono e in fondo si è pagato il viaggio e si ha diritto a navigare con tutti gli agi possibili. In ogni caso l’equipaggio non sta variando la rotta seguita, anche se gli ufficiali di bordo spesso sostengono di fare molta più attenzione di prima, acclamati per ciò da certi passeggeri. Fatto sta che, con il passare del tempo, i danni alla barca si stanno ampliando e la possibilità di sistemarli si fa sempre più ostica ma la nave continua a navigare tra i marosi montanti e va, va come nulla fosse e potesse accadere, va, va…

Be’, fino a quando potrà andare, secondo voi, prima di rischiare di colare definitivamente a picco? Probabilmente fino a che ci si renderà finalmente conto del pericolo incombente; ma se ciò non dovesse accadere, se per vari motivi non ci si dovesse o non si volesse rendere conto della situazione in divenire, la sorte infausta della nave sarebbe segnata. Inesorabilmente, già.

Ecco: quella nave è il nostro pianeta, il mare sempre più minaccioso è la realtà nella quale “navighiamo” e viviamo, l’equipaggio inerte è chi comanda il mondo e la rotta evidentemente errata è la gestione del suo ambiente e del clima; infine, come accennato, i viaggiatori a bordo siamo noi, il genere umano. Che per buona parte non sta capendo che è prossimo ad affondare, su quella sua nave, e nonostante gli allarmi e qualche timore conseguente non sta facendo e chiedendo di fare più di tanto, per risolvere la questione ed evitare l’inabissamento.

Perché alla fine il problema forse fondamentale è proprio questo, la mancanza di cognizione e comprensione, dunque di relativa azione. È la nostra mente ferma, congelata in un eterno e irreale presente mentre nel reale autentico i ghiacciai scongelano e fondono e tutto il resto dell’ambiente naturale, sottoposto agli effetti sempre più pesanti della crisi climatica, si degrada, muta, si altera diventando minaccioso e viepiù inospitale per noi e per le altre creature viventi. L’ultimo libro di Matteo Motterlini, filosofo della scienza e figura di notevolissimo prestigio scientifico-accademico già autore di numerosi volumi sulla mente e i comportamenti umani di fronte alle realtà del mondo contemporaneo, riassume i concetti appena espressi nel proprio tanto suggestivo quanto emblematico titolo: Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai (Solferino, 2025, pag.272), precisando poi ancora meglio nel sottotitolo il nocciolo fondamentale della questione, «Perché la nostra mente è l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico». La mente di creature che si sono definite “Sapiens” ma che di frequente, e nel caso della crisi climatica – peraltro antropogenica – in modo particolare, dimostrano di non esserlo granché, così sapienti []

(Potete leggere la recensione completa di Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

MONTAG/NEWS #2: notizie interessanti e utili da sapere dalle terre alte

In questo articolo a cadenza domenicale trovate una selezione di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella settimana precedente che trovo interessanti e utili da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Di notizie del genere sulle montagne ne escono a bizzeffe: questo è un tentativo di non perdere alcune delle più significative. Durante la settimana le più recenti di tali notizie le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.


LA FELICITÀ (IN MONTAGNA) NON SI PUÒ PRENOTARE

Su “montagna.tvPaolo Paci ragiona sull’obbligo sempre più diffuso di prenotazione per la fruizione di molti luoghi montani al fine di contrastare l’overtourism. «Tutto comprensibile, tutto ragionevole. Ma (posso dirlo?): che tristezza! Dolomiti in vendita a chi ha lo smartphone più veloce, e il resto delle Alpi non è messo meglio» sostiene Paci. La soluzione? «Cambiare meta. Valorizzare le valli minori, la mezza montagna, i luoghi spopolati che paradossalmente, in tempi di overtourism, costituiscono il grosso delle Alpi (e degli Appennini).»


SULLE OLIMPIADI GLI SVIZZERI NON SI FIDANO DELL’ITALIA?

Pare che la Svizzera si fidi poco dell’organizzazione di Milano-Cortina 2026. Il quotidiano “Il Berninainforma che il Cantone Grigioni prevede una spesa di 5,5 milioni di franchi per gestire il traffico durante i Giochi olimpici, e che al riguardo è previsto un contributo dall’Italia. Tuttavia la granconsigliera cantonale Anita Mazzetta non è ancora totalmente convinta dalle promesse italiane: «Dato che i costi dei Giochi olimpici stanno già sfuggendo di mano, non sono ancora ottimista», ha emblematicamente dichiarato.


CLIMA, MONTAGNE E GHIACCIAI: SERVE LA RESPONSABILITÀ DI TUTTI

In un recente passaggio a Bolzano, il climatologo Luca Mercalli ha rilasciato alla testa “Salto.bz” un’intervista breve ma densa di cose significative su crisi climatica e territori montani (cliccate sull’immagine per ascoltarla). «Quali conseguenze ci saranno per le nostre montagne e i nostri ghiacciai? Il turismo estivo e quello invernale dovranno adattarsi.» E si è appellato alla responsabilità diffusa, individuale e collettiva: una cosa che in effetti appare ancora assai carente, nella nostra svagata e deresponsabilizzata società.


UNA BELLA VITTORIA “DAL BASSO” A TUTELA DEL PARCO DELL’ADAMELLO

Il progetto della centralina idroelettrica costruita in Val Adamé, nel Parco dell’Adamello (già sotto attacco da altre parti), si è scontrato con i vincoli naturalistici dell’area: le opere eseguite non autorizzate e non conformi dovranno essere demolite. È una bella vittoria del Comitato per la Difesa del Parco dell’Adamello e la dimostrazione di come l’azione civica “dal basso” sia efficace e indispensabile per la tutela delle nostre montagne ove la politica non sia in grado di (e/o non voglia) garantirla.


GLI ULTIMI A POTER AMMIRARE I GHIACCIAI ALPINI

«È possibile preservare i ghiacciai delle Alpi e come farlo?
I ghiacciai alpini sono difficili o quasi impossibili da preservare, altri potrebbero esserlo. Ma non preoccupatevi, la natura si adatterà rapidamente e stabilirà un nuovo equilibrio. Non si può dire lo stesso dell’uomo, soprattutto con il nostro attuale stile di vita e la necessità di una continua crescita economica. Su un pianeta con risorse naturali limitate, una crescita continua e illimitata non è possibile, e noi sembriamo aver superato la maggior parte dei limiti e delle restrizioni in questo senso.»
(È un passaggio di una interessantissima intervista al geografo ed etnologo sloveno Miha Pavšek che trovate nel sito della CIPRA, qui. Da leggere e meditare.)

Breve e suggestiva storia del Vernagtferner, uno dei ghiacciai più raffigurati e temuti delle Alpi

Nell’immagine qui sopra potete vedere quella che è la prima raffigurazione in assoluto di un ghiacciaio delle Alpi. È datata 9 luglio 1601 e mostra il Rofener Eissee, un bacino che si formò quando la lingua glaciale del Vernagtferner, uno dei più grandi ghiacciai delle Alpi Venoste in Tirolo a poca distanza dal confine italiano, nella Piccola Era Glaciale (cioè dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo) avanzò fino al fondovalle della Rofental, a una quota di circa 2100 m, e la sbarrò completamente. Si formò così un grande lago, lungo 1,5 km e con un volume di acqua di 11 milioni di m3 sulla cui superficie navigavano numerosi iceberg di ogni taglia.

Tale circostanza, nel luglio 1601, indusse le autorità tirolesi a inviare una missione di indagine e sorveglianza del fenomeno «affinché la valle Ötztal e soprattutto la valle dell’Inn non subissero alcun danno». La raffigurazione del ghiacciaio e del lago proglaciale, attribuita a Abraham Jäger e custodita presso il Tiroler Landesmuseum di Innsbruck, correda i resoconti di quella missione “glaciologica” primigenia, che tuttavia non poté fare nulla contro le numerose esondazioni del Rofener Eissee che si susseguirono fino a metà dell’Ottocento, spesso in modi catastrofici e con ondate di piena che giunsero persino a Innsburck, a più di 100 km di distanza.

[Un panorama recente del Vernagtferner. Immagine tratta da http://vernagtferner.de/.]
La storia così drammatica del Vernagtferner l’ha reso uno dei ghiacciai più osservati e studiati delle Alpi, cosa che contribuì qui più che altrove a gettare le basi della moderna scienza glaciologica. Le frequenti avanzate e ritirate della fronte destavano tanto interesse negli scienziati quanta preoccupazione negli alpigiani, che sovente e in pochi anni vedevano sparire i loro pascoli sotto il ghiaccio avanzante generando fervide suggestioni e alimentando quelle tipiche superstizioni che immaginavano i ghiacciai come dei mostri ciclopici dal corpo di ghiaccio che periodicamente scendevano dalle montagne più alte per distruggere e/o “castigare divinamente” i poveri valligiani sottostanti. Al riguardo ho trovato una bellissima illustrazione (la vedete qui sotto), una sorta di graphic novel ante litteram del disegnatore Rudolf Reschreiter datata 1911, che raffigura il geografo e naturalista tedesco Sebastian Finsterwalder, il padre della fotogrammetria glaciale (la tecnica che utilizza la fotografia per ricostruire superfici tridimensionali a partire da foto bidimensionali), il quale viene aggredito, ingoiato e poi sputato dalla mostruosa fronte del Vernagtferner durante una delle ultime avanzate del ghiacciaio.

Ancora oggi il Vernagtferner è uno dei più estesi apparati glaciali delle Alpi Orientali nonostante la fortissima perdita di massa e di superficie che ha causato la scissione del ghiacciaio in due parti, occidentale e orientale, non più collegate: rispetto al fondovalle della Rofental che aveva “tappato” e che raggiungeva fino a metà Ottocento, oggi la fronte del Vernagtferner si trova a più di 4 km di distanza e a una quota superiore di quasi 700 metri.

[Foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Particolarmente emblematiche – e inquietanti – sono le immagini che mostrano la vallata glaciale ad un secolo di distanza nei pressi del Rifugio Vernagthütte, a 2755 m di quota. L’immagine superiore è del 1915 e mostra una lingua glaciale ancora ben gonfia e imponente a poca distanza dal rifugio e quasi alla stessa altezza. Quella inferiore è invece del 2020: il ghiacciaio è scomparso e la Vernagthütte (nel circolo giallo) si trova a più di 150 metri sopra al fondovalle ove scorre il torrente di ablazione. Secondo le previsioni basate sull’attuale andamento climatico, entro pochi decenni il Vernagtferner, un tempo così enorme e minaccioso, si frammenterà in tanti piccoli apparati i quali, posta anche l’esposizione meridionale del loro versante e nonostante l’altitudine superiore ai 3500 m, finiranno per fondere e sparire completamente.

Ghiacciai che fondono e cervelli già fusi

Resto sempre (più) basito nel leggere i commenti alle notizie sui fatti climatici che gli organi di informazione pubblicano – ultima della serie (la vedete lì sopra) quella della testata svizzera “Tio.chsulla sparizione ormai imminente del Ghiacciaio del Basòdino, un tempo tra i più vasti del Cantone Ticino. Non resto basito tanto per il solito negazionismo, così forzato di fronte alla realtà delle cose da risultare ormai grottesco, o per l’ancora più ridicolo antiscientismo, quanto per la superficialità estrema con la quale, a quanto sembra, molte persone considerano la crisi climatica.

I ghiacciai delle Alpi spariscono? «Ce ne faremo una ragione», «Se si scioglie un po`di ghiaccio sarà per una giusta causa», «Prima o poi torneranno», e via di questo passo. Un atteggiamento che mi ricorda quella nota storiella del tizio che precipita da un grattacielo alto cinquanta piani e, giunto a dieci piani da terra, dice «Be’, dai, fin qui tutto bene!»

Non solo costoro non capiscono/non vogliono capire ciò che sta accadendo, ma evidentemente non capiscono nemmeno loro stessi e che ci stanno a fare al mondo.

Cos’è? Immane ignoranza della realtà? Stupidità spinta all’eccesso? Forse è il frutto di autentiche carenze cognitive, o si tratta già di conclamata demenza?

Un momento… forse ho capito. Siccome è evidente che queste persone non usano il proprio cervello, e dato che il cervello umano è composto da ben il 75-85% di acqua – una percentuale fondamentale per il suo corretto funzionamento – a loro non interessa se a breve verrà a mancare l’acqua immagazzinata nei ghiacciai scomparsi. Non gli serve, appunto.

Il negazionismo è una forma di pazzia e con i pazzi non si ragiona. Si può persuadere chi nega la realtà che la realtà è differente? Molto difficilmente.

[Umberto Galimberti]

P.S.: le immagini del Ghiacciaio del Basòdino sono tratte dal sito web della Repubblica e Cantone Ticino; quella sopra è del 1991, qualla sotto del 2022.