Un mondo avido di vasche da bagno

Ma a prescindere da dove si trovi la verità, una cosa è molto chiara: oggi la nostra grande e bella società è come un ipocondriaco – così ossessionato dalla sua salute finanziaria da aver perso la capacità di restare in salute. Il mondo intero è così avido di vasche da bagno da aver perso la stabilità necessaria per costruirle e persino per chiudere i rubinetti. A questo punto, niente potrebbe essere più salutare di un po’ di sano disprezzo per la pletora di benedizioni materiali da cui siamo circondati.

(Aldo Leopold, Pensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pag.19; ed.orig.1949. La citazione è parte del prologo del libro, scritto da Leopold il 4 marzo 1948. Ma sembra oggi, sì.)

Più banche che panettieri

In Finlandia ci sono più filiali di banca che negozi alimentari. Sarà perché le banche hanno i mezzi per costruirsi le loro sedi, e i lattai e i panettieri invece no. O forse perché i soldi sono più importanti delle sane abitudini alimentari.

(Arto Paasilinna, Il liberatore dei popoli oppressi, Iperborea, 2015, pag.19.)

Vivere di ipotesi

Il nostro mondo contemporaneo vive di ipotesi. Ipotizziamo qualsiasi cosa, congetturiamo su tutto, supponiamo, speculiamo e poi “crediamo” prima ancora che vi sia motivo di credere – dacché rendiamo “verità credibile” ciò che ancora non lo è e probabilmente mai lo sarà ma ipotizziamo che lo possa essere, appunto – e tutto ciò, a quanto sembra, non per cercare di comprendere e prepararci a quanto ci aspetterà nel futuro ma proprio per sfuggire alla realtà, per trovarvi sempre una via di fuga, per non perdere tempo nel cercare quei riscontri oggettivi che prima o poi un’ipotesi credibile li rendano realtà e verità effettiva. Anzi, si fa l’opposto: si producono ipotesi sulle e dalle ipotesi, in ogni ambito (sociale, economico, politico, ma anche in quelli privati) ci si allontana sempre più dall’obiettività e dalla tangibilità, fino a che ogni logica viene a cadere e, di conseguenza, pure l’ipotesi più strampalata, più assurda, più folle, viene ritenuta credibile.

Stiamo trasformando la realtà del nostro mondo nella pallina che ruota in una roulette, un incessante (ma incompreso) gioco d’azzardo con la nostra esistenza quotidiana, solo che decidiamo come comportarci e agire ancora prima che esca il numero.

È una probabile conseguenza dell’esserci da tempo impantanati in un eterno presente col quale fare di tutto per dimenticare il passato e ignorare il futuro, come scrivevo già qui. Ma tale “presente“ è una dimensione che cronologicamente non esiste, in verità, dunque che non può dare alcuna utile e genuina certezza: per questo, insomma, che viviamo viepiù di ipotesi. Col rischio che quella roulette, con questo andazzo, diventi inevitabilmente russa.

Summer Rewind #3 – Se la critica letteraria è ormai in condizioni critiche…

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine l’11 dicembre 2012.)

Qualche giorno fa, a chiudere il post intitolato Cinquanta sfumature di grigio-re editoriale, accennavo ad una questione ormai parecchio evidente in ambito letterario, anche (o soprattutto) al caso editoriale del libro a cui il titolo del post si riferisce, ovvero a come sempre più la grande editoria si stia trasformando in una fabbrica di merce venduta in base a mere strategie consumistiche a discapito totale della bontà letteraria, e dunque dell’elemento che dovrebbe garantire tale valore: la critica, appunto.
Ma, ancora prima, mi ero letto e appuntato un bell’articolo pubblicato sul numero 77 di Exibart.onpaper (cioè il magazine di Exibart, media tra i più noti tra quelli che in Italia si occupano di arte, contemporanea in particolare), a pagina 31, intitolato Quel che resta del giudizio, il quale contiene parecchie interessanti riflessioni su cosa sia la critica in ambito artistico visuale, che a mio parere risultano ugualmente interessanti se trasportate nell’ambito letterario.
Così recitano le parti salienti dell’articolo:
Di fronte all’esercizio della nostra facoltà di giudicare, due forze sembrano contendersi il campo del contraddittorio individualismo di massa di cui siamo parte: da un lato ci teniamo a distinguerci e a essere originali, e, specie nell’ambito di ciò che appare (moda, arte, stili di vita), non esitiamo a trinciare giudizi epidermici, come se lì si preservasse l’ultimo straccio d’individualità o si decidesse la nostra appartenenza tribale. Al contempo guardiamo al giudizio come a un peccato imperdonabile, non tanto per una malintesa obbedienza evangelica (“non giudicate e non sarete giudicati”), quanto per una sorta di “political correctness” che ci ingiunge di finire ogni affermazione con una sfumatura interrogativa, come per lasciarci aperta una via di fuga. (…)
In un suo fortunato pamphlet, intitolato What happened to Art Criticism (2003), James Elkins scriveva: “Negli ultimi tre o quattro decenni, i critici hanno cominciato a evitare ogni giudizio, preferendo descrivere o evocare l’arte invece di dire che cosa ne pensano. Nel 2002, un’inchiesta ha accertato che giudicare l’arte è l’obiettivo meno ambito tra i critici d’arte americani, mentre il più ambito è, semplicemente, quello di descriverla: è uno strano capovolgimento, altrettanto sorprendente di un’ipotetica rinuncia dei fisici a comprendere l’universo, per limitarsi a valutarlo”. La rinuncia al lavoro del giudizio si accompagna di solito all’immediatezza di giudizi epidemici (“mi piace/non mi piace”), magari pronunciati solo nel proprio gruppetto di appartenenza.
Considerando il tutto da un punto di vista letterario, come detto, mi pare che un paio di evidenze risaltino in maniera importante. La prima, è che probabilmente anche in letteratura è successo ciò che l’articolo denuncia nel panorama artistico, ovvero l’avvento di una ampia generazione di “critici” (o presunti tali) che hanno in buona sostanza rinunciato al loro compito istituzionale di rilevatori e segnalatori (si spera adeguatamente preparati) della bontà di un’opera letteraria, cercando quindi di divenire il più possibile funzionali – ovvero graditi – ai soggetti che dominano il mercato editoriale nostrano. Un amico gallerista chiama queste figure – con espressione assai felice e azzeccata – “critici a ritenuta d’acconto”, ovvero: tu pagami, e io farò in modo di parlar bene del tuo libro, anche se è una emerita schifezza. Ciò, ovviamente, per mirare a favori di scambio svariati e assortiti in perfetto stile italico contemporaneo: meglio disfarsi della spina dorsale ma con ciò guadagnandosi una rendita tranquilla – sociale ed economica, e magari pure una certa notorietà, finendo a scrivere per questo o quel celebre e rinomato quotidiano… – piuttosto che fare il critico barricadero, obiettivo e sincero ma, per ciò, inevitabilmente stroncante (in merito al valore letterario) buona parte dei titoli più in voga al giorno d’oggi e dunque inviso e boicottato da quegli stessi dominatori del mercato editoriale! (Magrissima consolazione: questo non è certo un fenomeno circoscritto soltanto a certi ambiti, dacché una tale categoria di “critici” è sempre più diffusa in ogni settore artistico: musica, cinema, arte visuale, letteratura…)
La seconda evidenza, sotto molti aspetti conseguenza della prima, è che oggi la critica conta sempre di meno, nella valutazione della letteratura edita. Paradossalmente, nell’era dell’informazione libera e “totale”, grazie alla quale la pluralità di voci e opinioni si può diffondere senza alcun ostacolo a tutto vantaggio del pubblico e della sua capacità cognitiva (mentre un tempo certi critici fin troppo “imponenti”, se decidevano per chissà quali motivi validi o meno di stroncare un libro, per quel libro il destino era inesorabilmente segnato!), la critica letteraria è sempre più messa al margine del panorama editoriale da quelle già citate strategie di mercato turboconsumistiche sulle quali oggi i grandi editori – branche di ancor più grandi gruppi industriali il cui solo scopo è la potenza economica e finanziaria, non certo la diffusione di cultura – basano la propria azione: così succede che (giusto per citare nuovamente ad esempio quel libro a cui mi riferivo in principio e che ha così furoreggiato, la scorsa estate) testi totalmente e indubitabilmente stroncati dalla critica, che per tale motivo un tempo non sarebbero nemmeno usciti dalla tipografia e spediti alle librerie, oggi vendano migliaia se non milioni di copie, in barba (e baffi e capelli e ogni altra cosa) a qualsiasi bontà, valore, qualità letteraria e culturale, che magari qualche critico che non alzi ancora bandiera bianca abbia citato come dimenticate se non sfregiate da testi di siffatta specie e natura, restando però totalmente inascoltato.
La domanda, dunque, sorge spontanea: ha ancora un senso la critica letteraria, se poi basta qualche bella paginona sui quotidiani nazionali e/o una sviolinata televisiva nel talk show del momento per vendere pure la peggior nefandezza in forma di libro? (Sia chiaro, ora sto parlando in senso generale, non mi sto direttamente riferendo a quel testo preso ad esempio poco fa e che non ho letto, dunque non potrei certo permettermi di definire “nefandezza”. Leggo la critica, semmai, e sul merito ne ricavo certe considerazioni personali, non di più.)
E’ una bella domanda, che segnala tutta la drammaticità di quel circolo vizioso innescato, appunto, dalla progressiva messa al bando della cultura, quella autentica e dunque fruttuosa, a favore dell’economia di mercato, il voltaspalle alla letteratura “importante” a favore di quella da hard discount, imposta con tecniche promozionali tipiche di tale industria. Da par mio, a quella domanda non posso che dare una risposta secca e fermissima: certo che serve la critica, a patto che sia vera critica, che sia libera, indipendente, obiettiva, illuminante, didattica, istruttiva. Capace, insomma, di riaffermare la propria fondamentale importanza nel processo letterario-editoriale con prestigio e carisma, e senza alcuna leccaculaggine, naturalmente! Perché è certamente vero che è il pubblico a sancire il successo di un’opera – che sia letteraria, artistica o che altro – ma è anche vero che oggi buona parte del pubblico è stato messo nella condizione di non possedere più adeguati mezzi cognitivi e valutativi, dunque di essere facilmente manipolabile – è quanto ha richiesto la società consumistica nella quale è drammaticamente decaduto il capitalismo originario, ormai la cosa è chiara a tutti, spero. Deve saper ritrovare, la buona critica, la forza che è andata svanendo con gli anni, imponendo nuovamente un’idea di letteratura (edita) che non sia mai disgiunta dal concetto di cultura. Incominciando, magari, a svincolarsi dai diktat calati dall’alto (ovvero, lo ribadisco, da chi domina oligipolisticamente o vorrebbe dominare sempre più il mercato) e finalmente a dire, sui media nazional-popolari e con valide argomentazioni a sostegno (senza atteggiamenti puerilmente manichei, dunque, come anche segnala l’articolo di Exibart.onpaper), che un libro è veramente brutto, quando è effettivamente tale, ovvero che è degno di grande attenzione, viceversa – e, sia chiaro, quand’anche venga dal più sconosciuto degli autori e sia pubblicato dalla più microscopica casa editrice.
Non ci vuole molto, bassa essere fondamentalmente onesti, con sé stessi, con il pubblico e con la società verso la quale le proprie parole vanno, nonché verso la cultura della quale si è (o si pretende di essere) paladini. Perché, alla fine, ognuno è libero di comprare e leggere qualsiasi libro voglia, anche il più orribile, ma nessuno ha il diritto di ingannare il lettore, di qualsivoglia natura sia.

“Forma = sostanza”: grande (e purtroppo non unica) devianza italiana

Amy Joy Watson, “Floating sequence”, 2013. Photo credits: http://www.janmurphygallery.com.au
Amy Joy Watson, “Floating sequence”, 2013. Photo credits: http://www.janmurphygallery.com.au

Leggevo qualche tempo fa sul mai troppo lodabile Artribune Magazine un’intervista a Daniele Pitteri, attuale direttore di Santa Maria della Scala a Siena, il cui progetto di riconversione da ospedale (uno dei più antichi d’Europa) a centro culturale ormai da vent’anni non riesce ad essere portato a termine. Dice al proposito Pitteri: «Il processo di riconversione e rigenerazione si è interrotto per un vizio italiano: pensare a un progetto di ristrutturazione architettonica senza una finalità contenutistica.»
Ho trovato questa affermazione assolutamente consona a un’impressione che da tempo ho maturato nella riflessione su cosa abbia reso l’Italia da potenziale nazione guida del pianeta a paese culturalmente e civicamente arretrato nonché in inarrestabile decadenza, ovvero a come, con l’andare del tempo e sempre più venendo ai giorni nostri, il nostro paese abbia tragicamente confuso due elementi totalmente diversi e complementari in ogni ambito e per ogni cosa: forma e sostanza. Confusi e ancor più sovrapposti, sempre a danno del secondo. Interpretazione analoga, a cui fa riferimento quanto detto da Pitteri a proposito di Santa Maria della Scala, è quella inerente a contenitore e contenuto: il primo può anche essere il più bello, prezioso, funzionale, meglio concepito, intelligente geniale che ci sia ma, senza il secondo, sarà sostanzialmente qualcosa di inutile e dunque, appena dopo, di potenzialmente dannoso per quello stesso ambito per il quale avrebbe dovuto invece rappresentare un pregio.
Credo sia una delle più drammatiche devianze di cui soffra l’Italia, questa: troppo spesso si punta al superficiale, lo si fornisce di una utilità e un significato che inevitabilmente non può avere, lo si rende scopo, obiettivo finale, risultato massimo da conseguire per meri fini di visibilità – ovvero di interessi vari e assortiti: d’immagine, politici, economici, eccetera – dimenticandosi per precisa strategia ma, a volte, pure per tragica ignoranza, che non è la forma a sancire la bontà d’un progetto ma è la sostanza che contiene, quella che in fondo genera la forma stessa e che ne giustifica la realtà. Insomma, per esemplificare chiaramente: un libro con una meravigliosa copertina e pagine fatte d’una carta delle più pregiate se non ha un testo dentro da leggere libro non è, molto semplicemente!
Purtroppo, una tale devianza in fondo non è che l’ennesima dimostrazione dell’italica incapacità di interpretazione, nonché di gestione strategica, del tempo e della propria storia: si dimentica rapidamente il passato, ci si rifiuta di vedere nel futuro, si resta dunque ancorati ad un presente che viene reso unico momento importante ed al quale viene chiesto di conferire un qualche valore a ciò che viene progettato e realizzato. Peccato però che il presente, formalmente, non esiste, per sua stessa definizione – e per ineluttabile sorte cronologica – diventa rapidamente passato; ugualmente la non programmazione del futuro ne soffoca da subito qualsiasi buona potenzialità, così che quando a sua volta diventa presente è già vuoto, sterile, inutile, scivolando nel passato come nulla fosse. Questo avviene in quasi ogni ambito della vita del paese: quello politico in primis (nel quale in verità una programmazione del futuro c’è: quella per assicurarsi la poltrona parlamentare o la relativa influenza pubblica il più a lungo possibile!) ma pure in quello economico, industriale, infrastrutturale… Persino, e ciò per molti aspetti è cosa ancora più drammatica, nell’ambito culturale: ove la cultura è campo che come nessun altro si nutre del passato per costruire nel presente il miglior futuro (un futuro fondamentale per qualsiasi società civile che voglia ritenersi realmente tale), troppo di frequente in Italia viene ridotta a mera iniziativa d’immagine, sovraccaricata di interessi alieni ad essa e parecchio biechi, assoggettata alle leggi di ambiti che nulla vi hanno a che fare e che la trasformano in un ennesimo prodotto di consumo, spesso nella forma “usa e getta”.
Ci infiliamo sempre di più in forme all’apparenza belle e lodevoli che tuttavia all’interno risultano del tutto vuote di sostanza: vuote, soprattutto, di qualsiasi elemento che possa consentire all’intera società di comprendere, apprendere, guardare avanti, svilupparsi, progredire, evolvere sotto ogni punto di vista. Ma qualsiasi pur meravigliosa “forma”, se svuotata d’ogni possibile “sostanza”, prima o poi crollerà. E se, una volta crollata, ci rammaricheremo di aver perso la sua bellezza piuttosto di capire di non averla colmata di sostanza, ne costruiremo un’altra che in breve nuovamente crollerà. L’essere impantanati in un presente sterile e avviluppato su sé stesso significa anche questo: privilegiare unicamente la forma dello spazio presente ignorando la sostanza del tempo della storia. Se non comprenderemo ciò, non potremo far altro che lamentarci cronicamente che tutto, qui, non funziona come dovrebbe, che si ripetono sempre gli stessi errori, che invece di progredire si regredisce, che tutto cambia ma nulla cambia mai veramente… In fondo, la forma senza la sostanza è come un corpo senza spina dorsale: non potrà mai realmente reggersi in piedi.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.