Un paese di paesi in montagna, e di genti di montagna

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La mappa dell’Italia qui raffigurata (cliccateci sopra per ingrandirla) è assolutamente emblematica: in poche parole, illustra l’attuale situazione demografica nazionale, in forza della quale 30 milioni di italiani vivono concentrati in 1.100 comuni – le zone colorate, in pratica – e gli altri 30 milioni nei restanti 7.000 comuni – sparsi in tutta la parte incolore della mappa.

Ovvero: metà della popolazione italiana vive nei paesi e nelle cosiddette aree interne le quali, per tale semplice tanto quanto fondamentale motivo, devono essere considerate dalle istituzioni almeno allo stesso modo di quelle metropolitane e più urbanizzate/antropizzate. Anzi: considerando che la buona parte di quelle aree interne sono di montagna – perché, appunto, l’Italia è un paese fatto di paesi in un territorio fatto in maggioranza di montagne – e quindi aree con difficoltà oggettive (morfologiche, orografiche, climatiche, geologiche, logistiche, eccetera…) cospicue rispetto alle aree di pianura l’attenzione delle istituzioni dovrebbe necessariamente essere maggiore. D’altro canto, risulta ancor più evidente come sia stato nefasto il sostanziale disinteresse istituzionale verso la montagna e le aree interne dei decenni scorsi, che ha causato o ha concorso a provocare molte delle problematiche sociali e sociologiche che ancora oggi gravano sulle Terre Alte e sulle loro genti.

Tutto ciò, con l’auspicio che al riguardo la contemporaneità porti alle istituzioni meditazione, consiglio, cognizione della realtà e proficua volontà d’azione.

P.S.: fonte della mappa: Dataset contenente i dati territoriali e demografici dei Comuni italiani aggiornati al 01/01/2015; Elaborazione Ancitel su dati Istat. Elaborazione: Mario Di Vito. Fonte da cui è stata da me tratta: https://www.facebook.com/loredana.lipperini

P.S.#2: articolo pubblicato su Alta Vita.

Per il bene della Turchia, e dell’Europa

Alcuni delle migliaia di intellettuali turchi fatti arrestare negli scorsi mesi dal regime di Ankara.
Non sono certo che l’iniziativa del governo olandese contro la propaganda turca per l’imminente referendum costituzionale sia la migliore e la più diplomaticamente astuta: rischia da un lato di spianare ancor più la strada, di rimbalzo, ai più biechi populismi xenofobi e, dall’altro, di dare maggior forza, o maggior prepotenza, ad Ankara e al suo invasato rais – senza contare i retroscena che qualcuno denota al riguardo.

Tuttavia credo sia ormai del tutto improrogabile una presa di posizione netta da parte europea contro il regime attualmente al potere in Turchia. Un regime che ha arrestato più di 40.000 tra intellettuali, magistrati, docenti universitari, giornalisti e altre figure pubbliche colpevoli solo di aver espresso opinioni contrarie a quelle imposte dal regime, che sta limitando sempre più le libertà personali, che ha per lungo tempo fatto il doppio gioco con il sedicente stato islamico dell’ISIS, che mira da altrettanto tempo allo sterminio del popolo curdo… Un regime, in buona sostanza, che sta trasformando quello che fino a pochi anni fa era uno dei paesi più avanzati dell’Europa, anche culturalmente, in un regime teocratico di stampo islamista e di forma dittatoriale sempre più immerso nella tenebrosa e pericolosa aura geopolitica mediorientale – il quale per giunta, dopo tutto ciò, si permette di dare dei “nazisti” e dei “fascisti” agli altri con toni astutamente aspri funzionali a chissà quali ulteriori futuri ricatti. Qualcosa di semplicemente inaccettabile – anche, mi auguro, per la troppo spesso ipocrita e molle Europa. Si dirà che bisogna fare il più possibile buon viso a cattivo gioco per evitare che la Turchia abbandoni del tutto il suo legame con l’Europa e si sposti definitivamente nello scenario geopolitico mediorientale in una posizione potenzialmente ostile… Beh, e che sta già facendo la Turchia, in pratica? Per di più, con la bieca doppiezza di definirsi alleata dell’Occidente (ed essere definita come tale e conseguentemente sostenuta dalle diplomazie occidentali: doppia ipocrisia, in un senso e nell’altro!) ma nel concreto ponendosi in posizione di scontro e di ricatto costanti, sia politici che culturali.

Ecco, al proposito: non è una questione solo politico-diplomatica, ma pure profondamente culturale: in modo diretto, per come le purghe del regime stiano distruggendo la parte migliore della cultura turca contemporanea, e in modo indiretto perché tale distruzione comporta inevitabili conseguenze sul resto della cultura europea, anche per come fornisca fiato alle peggiori trombe populiste anti-culturali, come già accennato. Ma ancor più nel principio, dacché l’azione dittatoriale dell’attuale regime turco dimostra in modo evidente, ancora oggi come da sempre, che per qualsiasi potere illiberale e antidemocratico la cultura è il primo nemico, il primo avversario da combattere nonché la prova indubitabile della natura bieca e oppressiva del regime stesso.

Sempre più valido, al riguardo, risulta  l’appello contro la soppressione dei diritti e delle libertà fondamentali in Turchia del grande scrittore e Premio Nobel Orhan Pamuk, che pubblicai qui sul blog lo scorso settembre, e che a mio modo di vedere non è stato sufficientemente ascoltato e supportato da parte della cultura europea. Ma se questa, intesa nel suo insieme, vuole continuare a rappresentare la base ineluttabile del senso più alto e nobile di “civiltà”, non può e non deve restare inerme di fronte a una tanto grave deriva anticulturale in un paese così importante per la storia dell’Occidente, così come non dovrebbe lasciare tutta l’iniziativa alla politica, con i soliti pericoli e le strumentalizzazioni del caso, parlando invece in prima persona in difesa delle decine di migliaia di intellettuali turchi arrestati, in primis, delle libertà fondamentali subito dopo e di seguito della tragedia culturale che la suddetta deriva provocherà. Se questa parte di mondo vuole continuare a definirsi libera, emancipata, civile, aperta, culturalmente avanzata, semplicemente non può accettare l’attuale condotta del regime di Ankara: per il bene stesso del popolo turco, della storia europea ovvero euroasiatica, per il futuro di questa parte di mondo, per la libertà – in ogni senso la si possa intendere.

Un mondo (editoriale) che sta svanendo

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Vi invito a leggere (cliccando sull’immagine qui sopra) l’ottimo articolo della sempre illuminante Annamaria Testa che, in esso, offre quella che mi pare la migliore disamina possibile della stato attuale della lettura in Italia – peraltro ricca di innumerevoli spunti di riflessione. Stato assai triste – ma è ormai lapalissiano denotarlo, purtroppo.

Vorrei però qui soffermarmi sul solo titolo dell’articolo, e che riassume in poche parole quello che è il dato più drammatico e sconcertante tra quelli analizzati da Testa: il calo ormai costante da anni del numero degli elettori, che sul grafico della lettura in Italia pare decisamente diretto verso un punto, molto in basso ma sempre più vicino, con scritto da parte estinzione. Termine volutamente catastrofista, sia chiaro, ma non così distante dalla realtà dei fatti, se andiamo avanti di questo passo.

Quel titolo mi fa riflettere sull’evidenza che, nel mondo dei libri e della lettura nostrano, a ben vedere ce ne sono parecchi di svanimenti in corso. Stanno svanendo i lettori, appunto, ma stanno svanendo pure i buoni libri, quelli che ancora hanno alla base un considerabile valore letterario e, dunque culturale: o meglio, ci sono ma svaniscono alla vista, nascosti dalla marea di libroidi senza alcun valore che troppi editori mettono in commercio per far cassa, vendendoli come meri beni da hard discount, da consumo utilitaristico e nulla più come fossero saponette (citando sempre Annamaria Testa). Ciò mette in luce che stanno svanendo pure i “buoni” editori, quelli che facevano autentico talent scouting, che avevano consapevolezza che pubblicare libri è un importantissimo lavoro culturale, una missione da portare avanti per il bene della società in cui si opera. Invece oggi, ribadisco, si punta a far cassa, anche perché molti editori fanno parte di gruppi industriali ai quali interessa solo l’utile di bilancio e/o i dividendi agli azionisti, e se un capolavoro letterario assoluto non garantisce le vendite di un libroide del personaggiucolo televisivo di turno, tranquilli che il primo sarà gettato alle ortiche in men che non si dica, alla faccia della cultura, della letteratura, del valore culturale (e sociale) della lettura e di tutto il resto: solo fregnacce, agli occhi di chi comanda i suddetti gruppi industriali.

Altra conseguenza inevitabile di quanto sopra, ormai in accadimento da tempo, è che stanno svanendo le librerie e i librai – quelli veri, anche qui intendo dire. Il mercato è inesorabile: se non c’è domanda, non serve offerta. Peccato che quell’offerta non è solo e meramente commerciale, ma è l’offrire la presenza pubblica di indispensabili presidi culturali – dacché questo sono le librerie, a mio modo di vedere – senza le quali qualsiasi luogo urbano perde buona parte della sua urbanità ovvero della civitas che nasce e prospera proprio grazie alla cultura diffusa, in massima parte.

Ecco, per l’appunto: svanendo tutto quanto sopra, inesorabilmente svanisce anche la cultura diffusa, dal momento che il libro – anche questa cosa la ribadisco da sempre – è l’oggetto culturale per eccellenza, il più immediato, semplice, economico ed efficace metodo per agevolare la diffusione della cultura in ogni parte d’una società civile. La quale, senza cultura, svanisce a sua volta: non esiste interrelazione sociale che non sia supportata da una cognizione culturale ben estesa e propagata. Non a caso, la nostra società civile, così sofferente da tempo di tali malanni culturali, presenta un tasso di coesione sociale nonché di consapevolezza sociologica e antropologica tra i più bassi in Europa. Fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani: ma l’unica base per farli era ed è la cultura, senza di quello si può fare ben poco – e si vede!

Insomma: è un mondo in potenziale drammatico svanimento, quello della lettura dalle nostre parti.

Cosa fare per invertire questo processo devastante? Annamaria Testa, nell’articolo, già fornisce qualche buona idea. Per quanto mi riguarda, torno al titolo del suo articolo dal quale sono partito per elaborare la mia disquisizione, e dico che stanno svanendo i lettori, a quanto sembra, ma non possono svanire le persone. Che se erano lettori e non lo sono più, o se non lo sono mai stati, lo possono diventare o tornare a essere. Ovvero, c’è bisogno che la lettura ricominci dai fondamentali, dal basso – lasciando stare l’alto istituzionale, sul quale si può fare poco o nulla affidamento – da noi tutti singoli individui; deve tornare a essere qualcosa di pubblico, di usuale, di ordinario, deve diventare motivo di chiacchiericcio quotidiano esattamente come lo è il calcio o la politica – anzi, al posto del calcio e della politica! Il libro deve diventare un oggetto costantemente nello sguardo e nella mente delle persone: i buoni libri non possono perdere il fascino e le doti che posseggono, semmai è stato il nostro modus vivendi contemporaneo che, da un certo punto in poi, ha voluto ignorare o oscurare quel fascino e quelle doti che mai e poi mai la televisione (un tempo fonte di acculturamento di massa e poi di imbarbarimento) potrà offrire con simile forza ed efficacia. In confronto ad altri intrattenimenti contemporanei, un buon libro è un po’ come un hotel da almeno quattro stelle nel quale si possa alloggiare, godendo di tutti i suoi confort, ad un prezzo irrisorio, mentre quegli altri intrattenimenti sono come un albergo bellissimo fuori e alquanto scadente dentro. Come si potrebbe giudicare chi scelga di alloggiare in quest’ultimo – con ottusa pervicacia, peraltro – piuttosto che nel primo? Ecco, ci siamo intesi.

Un politico perfetto (Viktor Šklovskij dixit)

Parla con voce da soprano, giudiziosamente, con timbro che persuade. Ha il labbro superiore corto. È insomma un tipo ottuso, tagliato per la politica. Non sa parlare; è capace di vederti con una donna e chiedere se è la tua innamorata, ma senza vivacità, con un che di burocratico.

(Viktor Borisovič Šklovskij, Viaggio sentimentale: ricordi 1917-1922, 1a ed.1923, traduzione di Maria Olsoufieva.)

sklovskyBeh, quasi cent’anni fa, ai tempi in cui scriveva i suoi ricordi Šklovskij, e ancora prima così come oggi, la politica è quella. O meglio: la politica è ricettacolo di quella gente, con ben poche eccezioni. A volte in peggio – e ci sono state dittature e guerre, quantunque non che certi dittatori non fossero pure ottusi, a loro tragico modo – rarissime altre volte in meglio. Ma proprio rarissime, ahinoi.

P.S.: grazie a Paolo Nori per la “segnalazione”.

Un viaggio letterario con 11 Cavalieri – e Alberto Boni, questa sera in RADIO THULE, su RCI Radio!

radio-radio-thuleQuesta sera, 6 febbraio duemila17, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 9a puntata della XIII stagione 2016/2017 di RADIO THULE!
Una puntata intitolata Un viaggio letterario con 11 cavalieri: cavalieri di un antico cenacolo posto a difesa del più grande segreto del cristianesimo, insieme a un arcano ordine monastico che custodisce un vecchio manoscritto con – nuovamente – 11 profezie… e poi una serie di omicidi in alcuni dei luoghi di culto più affascinanti e misteriosi d’Europa, un’indagine che rapidamente vira verso l’ignoto e che diviene paradigmatica dell’atavica lotta tra il bene e il male, hqdefaultfornendo una particolare chiave di lettura di alcuni eventi che hanno caratterizzato i primi anni di questo nuovo secolo… Sono questi alcuni degli ingredienti de Il Ciclo degli 11, il thriller storico-esoterico appena pubblicato per Senso Inverso Edizioni dallo scrittore bolognese Alberto Boni e già alquanto apprezzato da critica e pubblico. Boni, prestigioso ospite di questa puntata, ci accompagnerà alla scoperta del suo romanzo, della sua scrittura e del proprio studio delle tematiche storico-religiose, in una chiacchierata che sarà come compiere un viaggio nello spazio, nel tempo e nella letteratura contemporanea…

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!