L’analfabetismo funzionale funziona sempre più (ahinoi!)

L’analfabetismo funzionale, esercizio socioculturale nel quale un’ampia parte della popolazione nostrana eccelle (!), sta raggiungendo apici sempre più emblematici – quantunque “didatticamente” inutili, per come già da tempo dalla vasta casistica si possono rilevare evidenze che assimilare a indubbie verità, ormai, non rappresenta più una forzatura.

Dailybest, nell’articolo che potete leggere cliccando sull’immagine in testa al post, ce ne presenta un esempio nuovamente definitivo il quale, ovvio, in base alla stessa “legge” per la quale si manifesta, definitivo non sarà soltanto per chi ne viene rappresentato. Come scrissero Fruttero & Lucentini ne La prevalenza del cretino, “Per lo stupido il cretino è sempre l’altro.”

A dire il vero, Dailybest dimostra col suo articolo uno “stato dell’arte” al riguardo anche più grave. Non siamo più solo in presenza di analfabetismo funzionale, ma di un mix di questo con grave dissonanza cognitiva e psicopatie maniacali di genere persecutorio. E’ la condizione di quello che si trova di fronte a un muro con una porta che permetta di passarvi oltre, ma quello continua pervicacemente a cercare di sfondare il muro, arrecandosi sonore craniate, perché lo hanno convinto che la porta sia chiusa a chiave – anche se non ha nemmeno una toppa. E se glielo fai notare, ovviamente ti dà del cretino.

Scrive bene al riguardo (e come sempre) Claudio Vercelli, uno dei più illuminanti storici dell’età contemporanea italiani, in un commento all’articolo di Dailybest (commento che potete leggere nella sua interezza qui):

La forza dell’analfabetismo, soprattutto quello virtuale, riposa, tra gli altri, sia nell’effetto gregge che nell’effetto branco: l’effetto gregge indica il senso di protezione e di impunità che deriva dal ripetere una modalità argomentativa senza alcun fondamento, in presenza di altri soggetti che si comportano nel medesimo modo; l’effetto branco è invece il risultato della finta “posizione di attacco”, ossia la percezione di gratificazione che deriva dalla convinzione di avere efficacemente contrastato l’altrui argomentazione con una frase brevissima, banale, in genere decontestualizzata ma che ribadisce un’effimera autocognizione di superiorità o di identità (che è la ragione per cui le competenze, sul web, vengono trascinate nell’abisso dell’altrui pulsionalità, rafforzando la percezione di un conflitto in corso tra “chi-parla-come-mangia”, ossia il buono perché autentico, e “chi-si-fa-seghe-intellettuali”, il cattivo poiché artefatto e manipolatorio).

È bene che, chi ancora sia in grado di farlo, la tenga aperta quella porta nel muro suddetto. Non vorrei che in breve tempo venga murata pure essa perché l’aggravarsi ulteriore dell’analfabetismo funzionale diffuso, rendendo chi ne è affetto incapace di rispondersi alla domanda “ma se è una porta, dove porta?”, la faccia ritenere inutile, isolando definitivamente l’intera società dal quel buon senso che ancora c’è, oltre il muro.

 

Veri viaggiatori, e turisti novellini (Amé Gorret dixit)

Il vero viaggiatore si distingue per la sobrietà delle sue parole, dalle ridotte dimensioni dello zaino, dalla regolarità del passo e dal calcolo riflessivo e coraggioso dei rischi di un’escursione o di una scalata. Il turista novellino, invece, si fa notare per il numero e il volume dei suoi bauli, per il clamore dei suoi programmi, e dei preparativi per la partenza, per le osservazioni scientifiche fuori misura, per il panico o la vanitosa imprudenza davanti al pericolo.

(Lauro-Aimé Colliard (a cura di), Abbé Amé Gorret: autobiographie et écrits divers, Valtournenche 1987, pag.145; citato in Enrico Camanni, La nuova vita delle Alpi, Bollati Boringhieri, Torino, 2002, pag.37.)

Per la cronaca, Amé Gorret quelle impressioni sul turismo (alpino, ma nulla cambia se riferite ad altri contesti) le scrisse a fine Ottocento. Più di un secolo fa, proprio così.
O aveva già capito tutto, ai suoi tempi in cui il turismo era ancora qualcosa di assai raro ed elitario, oppure certe insensatezze nazionalpopolari che crediamo frutto della contemporaneità già allora erano ben diffuse e col tempo fino ad oggi sono soltanto peggiorate. Ovvero entrambe le cose, certo.

P.S.: per dire… qui sotto, “turisti novellini” di oggi, perfettamente equipaggiati (!), vagabondano tra i crepacci dei ghiacciai di Punta Helbronner, sul Monte Bianco (cliccate sull’immagine per visitarne la fonte):

Enrico Camanni, “La nuova vita delle Alpi”

Ormai da qualche tempo è particolarmente vivace il dibattito pubblico sulle cosiddette “aree interne”, ovvero i territori meno urbanizzati che dallo sviluppo industriale in poi, e in particolare nella seconda metà del Novecento, hanno subìto una situazione di sostanziale squilibrio socioeconomico (in primis, ma non solo quello) rispetto alle aree maggiormente antropizzate. Tra queste aree interne, la montagna è senza dubbio l’ambito nel quale lo squilibrio si è palesato in modi via via più evidenti e, non di rado, paradossali: basti pensare a come le Alpi cingano una delle aree più ricche e sviluppate d’Europa, il bacino della Pianura Padana, eppure presentino una lunga e spesso drammatica lista di problematiche sociali, culturali, antropologiche oltre che ambientali, che da territorio centrale (non solo geograficamente) e fondamentale per la storia del continente europeo le ha rese spazio marginale, privato di voce politica, svuotato di forza sociale e civile, meramente sfruttato e sempre con scarsa o nulla considerazione delle sue peculiarità e delle criticità, trasformato in banale “divertimentificio” a discapito della propria secolare economia legata al territorio e alle relative risorse.

Il dibattito sui temi relativi alle aree interne e, in particolare, alle problematiche della montagna, dicevo, è oggi vivace e col tempo diventa sempre più strutturato, ma certo non è solo da qualche anno che si dibatte di ciò: è fin dagli anni Sessanta del Novecento che i primi studiosi di cultura di montagna hanno cominciato a mettere in evidenza e analizzare la realtà storica e quella che si stava delineando a seguito del forte sviluppo turistico di molte vallate alpine. Poi, dagli anni Ottanta, queste analisi si sono articolate anche in senso istituzionale – il che ha consentito la nascita di varie associazioni di salvaguardia della realtà alpina – ed è diventata sempre più evidente la necessità, per le genti delle Alpi, di prendere nuovamente in mano le redini del proprio destino, di agire per ottenere un cambio paradigmatico delle visioni strategiche verso i territori alpini, di lottare per preservare la millenaria, raffinata identità culturale delle loro Terre Alte, da troppo tempo posta alla mercé dell’antropizzazione più disordinata, insolente e selvaggiamente consumistica – insomma: la necessità di una nuova vita per le Alpi.

Ed è proprio così che Enrico Camanni, uno dei maggiori esperti italiani di cultura alpina in senso assoluto, ha voluto intitolare il proprio saggio dedicato a queste tematiche: La nuova vita delle Alpi (Bollati Boringhieri, 2002). “Nuova” vita, non semplicemente rinnovata: quantunque i problemi di sviluppo delle vallate alpine siano diventati evidenti soprattutto dal dopoguerra ad oggi, è almeno da due secoli che il processo di svilimento sociale, antropologico, economico ed ecologico nonché culturale delle Alpi si é avviato. Due secoli di stravolgimenti spesso talmente drastici da non poter più prevedere una qualche forma di riparazione, di aggiustamento, ma da necessitare di un nuovo inizio, una rinascita che sappia recuperare tutto il valore della millenaria civiltà alpina (continua…)

(Leggete la recensione completa di La nuova vita delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Se dio non c’è, l’ironia ci salverà (Bohumil Hrabal dixit)

L’ironia come abolizione di una soggettività che è giunta fino in fondo è la più alta libertà possibile nel mondo senza dio.

(Bohumil Hrabal intervistato da Sergio Corduas, in appendice a Treni strettamente sorvegliati, Edizioni E/O, Roma, ed.2003, traduzione di Sergio Corduas.)

Ho scritto “salverà” – salvezza, sì, mentre Hrabal parla di libertà. Ma cos’era, la libertà, per un grande scrittore e intellettuale che nella natia Cecoslovacchia venne sottoposto a censura totale e i cui libri vennero sovente mandati al macero?

INTERVALLO – Greensburg (Kansas, USA), Kiowa County Commons Library

Greensburg è una piccola cittadina nello stato USA del Kansas che, nel 2007, venne distrutta da uno dei più devastanti tornado della storia, il quale rase al suolo il 95% delle costruzioni cittadine. A farne le spese fu anche la biblioteca pubblica locale (vedi le immagini sottostanti): proprio ricostruendo tale edificio culturale, e trasformandolo in un centro di aggregazione e di rinascita sociale per la cittadina, Greensburg ha iniziato a risorgere dalle proprie ceneri, peraltro trasformandosi in una delle località più green e ecosostenibili d’America.

Il nuovo Kiowa County Commons, sede della biblioteca, col suo edificio che non abbisogna di fonti energetiche esterne, è oggi il simbolo della rinascita e una bella dimostrazione di come la cultura abbia sempre un altissimo valore sociale – oltre che politico, naturalmente.

Cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più (in inglese).