Thule?

«Ma cos’è, Thule? Cosa significa?»

Ecco, a proposito dell’imminente inizio della nuova, 15a stagione radiofonica di RADIO THULE: quante volte mi è stata sottoposta questa domanda! Alla quale è sempre un piacere rispondere così da svelare un tale “arcano” ma, appunto, visto che lunedì il programma riparte con cotanto nome ormai divenuto (nel suo piccolissimo, sia chiaro) “iconico”, questa volta gioco d’anticipo e spiego di seguito origine e significato di quella misteriosa parola, “Thule”.

Innanzi tutto, Thule è un luogo realmente esistente: è un piccolo villaggio della Groenlandia (750 abitanti, in lingua groenlandese Qânâq) a 77°35’ di latitudine nord, sulla costa prospiciente lo stretto di Nares; è l’insediamento umano più settentrionale del globo, abitato da Eschimesi. Vi si trova una base militare USA.
Questo piccolo insediamento umano sperso nelle vastità affascinanti del Grande Nord, si può ben dire che sia l’ultimo “frammento” dell’originario e sovrumano grande mito di Thule (altrimenti scritta Tule o Tile, come nell’estratto della Carta Marina di Olao Magno del 1539, in testa al post), una terra leggendaria citata per la prima volta nei diari di viaggio dell’esploratore greco Pitea (Pytheas), salpato da Marsiglia verso il 330 a.C. per un’esplorazione dell’Atlantico del Nord. Nei suoi resoconti (screditati da Strabone ma oggi considerati attendibili) si parla di Thule come di una terra di fuoco e ghiaccio nella quale il sole non tramonta mai, a circa sei giorni di navigazione dall’attuale Regno Unito. Nella Geografia di Claudio Tolomeo Thule è un’isola della quale si forniscono le coordinate (latitudine e longitudine) delle estremità settentrionale, meridionale, occidentale ed orientale.
L’identificazione della Thule di Pitea e di Tolomeo (non necessariamente coincidenti) è sempre stata problematica ed ha dato luogo a diverse ipotesi, anche per la generale inaccuratezza delle coordinate assegnate da Tolomeo a luoghi lontani dall’impero romano. Vari autori hanno identificato Thule con l’Islanda, le Isole Shetland, le Faroe o l’isola di Saaremaa. Attualmente la teoria più accreditata è quella che Pitea avesse dato il nome di Thule ad un tratto della costa norvegese.Nel corso della tarda antichità e nel medioevo il ricordo della lontana Thule ha generato un resistente mito: quello dell’Ultima Thule (termine già utilizzato dai Romani per definire tutte le terre “aldilà del mondo conosciuto”).
Il mito, che possiede molte analogie con altri apparati mitologici, ad esempio con quello dello Shangri-La hymalaiano, ha affascinato anche in epoca moderna. Esso è stato anche alla base della formazione di gruppi occulti come quello tedesco, assai inquietante, della “Società Thule” (Thule-Gesellschaft), creata attorno al 1920, la quale sosteneva che in Thule fosse da collocarsi l’origine della saggezza della razza ariana. In effetti, nel mito thuleano di una terra abitata da una razza umana sotto certi aspetti “superiore”, identificata sovente con il popolo degli Iperborei e organizzata in una società pressoché perfetta, si possono facilmente ritrovare alcune delle basi concettuali del concetto di “razza ariana” nazista, ritenuta superiore a qualsiasi altra e dunque inevitabilmente dominante sul mondo – una fantasticheria razziale (o razzista), questa, evidentemente per nulla legata alla popolazione artica considerata progenitrice di tutti i moderni Inuit canadesi e denominata anch’essa “Thule”, in tal caso con chiaro riferimento all’antica mitologia originaria.
Il mito di Thule diventò per tali evidenze anche antitetico, secondo alcuni interpretatori storici, a quello di Atlantide: ove questa si distrusse per l’irrefrenabile e ottusa vanagloria della propria civiltà, Thule si idealizzò nella propria stessa perfezione, in un senso quasi superumano. A ciò si deve ricondurre anche il detto “mirare (o tendere) all’Ultima Thule”, formula che richiama il mito di origine romana prima citato, col significato di “ambire ad un ideale superiore, puntare alla perfezione”.

Ok, questo è quanto, sperando pure che tutto ciò sia un ulteriore “buon” motivo per ascoltare RADIO THULE! Ergo, ribadisco: stay tuned!

Lunedì 08/10, ore 21, RCI Radio, RADIO THULE!

Lunedì 8 ottobre, ore 21, live in fm e streaming su RCI Radio… meglio che la telecronaca di Italia-Germania del 1970, meglio di quella dello sbarco dell’Apollo 11 sulla Luna, pure di quella che descriverà il primo uomo su Marte, meglio persino della prima trasmissione radio di Marconi del 1924 e addirittura (oso affermare) dell’ascolto, ehm… della diretta del Festival di Sanremo del 1997 quando vinsero i Jalisse! Beh, forse.

Insomma: lunedì prossimo ricomincia RADIO THULE!

Sarà una stagione radiofonica così incommensurabilmente eccezionale che vi toccherà raccontarla ai vostri bisnipoti (e magari anche ai trisnipoti, me lo auguro per voi!) i quali la potranno sempre riascoltare in podcast, qui!

Save the date & stay tuned! Lunedì, ore 21, RCI Radio: non mancate!

Galli della Loggia, “Il Belpaese è diventato brutto”

Sul Corriere della Sera del 18 settembre scorso è uscito un articolo firmato da Ernesto Galli della Loggia intitolato Il Belpaese è diventato brutto, sottotitolo: “Da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale”.
Pur non essendo totalmente d’accordo con alcuni suoi passaggi – ad esempio ove Galli della Loggia tratta del ruolo della Chiesa nel processo di “socializzazione”  del paese – e al di là di qualsiasi considerazione sull’autore e sul media in questione (d’altro canto non leggo i quotidiani italiani, ergo non pretendo voci in capitolo – l’articolo l’ho tratto dal web), trovo quanto scritto da Galli della Loggia assolutamente esplicativo e significativo della realtà socio-culturale contemporanea italiana.
Vi riproduco di seguito incipit ed explicit dell’articolo, nei quali già si possono ritrovare alcune tanto drammatiche quanto innegabili evidenze sulla suddetta realtà, e vi invito a leggere il testo completo cliccando sull’immagine in testa al post.

È bene che ce lo diciamo per primi noi stessi: l’Italia sta diventando un Paese invivibile. Un Paese incolto nel quale ogni regola è approssimativa, il suo rispetto incerto, mentre i tratti d’inciviltà non si contano. Basta guardarsi intorno: sono sempre più diffusi e sempre meno sanzionate dalla condanna pubblica l’ignoranza, la superficialità, la maleducazione, la piccola corruzione, l’aggressività gratuita. Una discussione informata è ormai quasi impossibile: in generale e specie in pubblico l’italiano medio sopporta sempre meno di essere contraddetto e diffida di chi prova a farlo ragionare, mostrandosi invece disposto a credere volentieri alle notizie e alle idee più strampalate. Non è un ritratto esagerato: è l’immagine che sempre più dà di sé il nostro Paese. La verità è che nel costume degli italiani è intervenuta una frattura che ha inevitabilmente modificato anche la qualità della cultura civica della Penisola e quindi di tutta la nostra vita collettiva a cominciare dalla vita politica. Il cui degrado non comincia a Montecitorio, comincia quasi sempre a casa nostra. Ho parlato di frattura perché le cose non sono andate sempre così. È vero che al momento della sua nascita lo Stato repubblicano non ha potuto certo contare su cittadini istruiti e tanto meno su un diffuso senso civico o su una vasta acculturazione di tipo democratico. Inizialmente, infatti, la cultura civica del Paese fu limitata in sostanza a quella delle sue élite politiche e del sottile strato di persone a esse in vario modo vicine (e dio sa con quali e quante contraddizioni!). Ma a compensare in qualche misura queste carenze, e quindi a rendere possibile la crescita di una vita pubblica più o meno consona ai nuovi tempi democratici, valse almeno il fatto che nel tessuto italiano continuavano pur sempre a esistere una tradizionale civiltà di modi, una costumatezza delle relazioni sociali, un antico riguardo per le forme e per i ruoli, un generale rispetto per il sapere e per l’autorità in genere.
[…]
Come invece sono andate le cose si sa. L’Italia ha visto quelle istituzioni di cui dicevo sopra — per varie ragioni e in vari modi, ma più o meno nello stesso giro di anni, a partire dagli anni 80-90 — scomparire. Scomparire, intendo, nelle forme che esse avevano un tempo (o come la leva cancellate del tutto), per essere sostituite dalle forme nuove richieste dai «gusti del pubblico», dagli «indici di ascolto», dai sindacati, dai «movimenti», dalle «attese delle famiglie», dalle «comunità di base», dalla «pace», dai «tempi della pubblicità», dai «bisogni dei ragazzi», dal desiderio dei vertici di non dispiacere a nessuno. È così da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale. Coltivando un’idea fasulla di modernità e di libertà l’Italia ha assistito, addirittura compiaciuta, al progressivo smantellamento di istituzioni che alimentavano la democrazia con il flusso vitale del sapere disinteressato, della tradizione, della possibilità dell’autoriconoscimento collettivo. Ci siamo avviati in tal modo ad essere una società senza veri legami, spesso selvatica e analfabeta, ogni volta che convenga frantumata in un individualismo carognesco e prepotente. L’Italia di oggi insomma, illusa e inconsapevole del brutto Paese che essa ormai sta diventando.

Popolo “strano”, gli italiani

Certo che gli italiani sono un popolo veramente strano!

Hanno la fortuna di vivere in un paese e in un territorio tra i più belli dell’intero pianeta, con paesaggi meravigliosi ed eccellenze naturali dalla cerchia alpina alle coste del mediterraneo, ricco di tesori storici, architettonici, artistici, di città affascinanti e di piccoli borghi incantevoli, un territorio composto da un palinsesto storico unico e intessuto da culture e saperi secolari, un paese ove sono nati geni d’arte e di scienza tra i più grandi dell’umanità i quali hanno saputo meravigliare il mondo… e loro, nonostante tutto ciò, continuano a perdere tempo dietro tutti questi politici che, da parecchi lustri a questa parte, pretendono di essere i maggiori “rappresentanti istituzionali” di cotanto paese.

Mah… veramente io ‘sta cosa non la capisco.

(Cliccate sull’immagine per saperne – anzi, per vederne di più…)

I poeti e gli artisti possono ancora cambiare il mondo?

I poeti oggi sono necessari più di ogni altra cosa a questo mondo. Perché la forza delle loro operazioni risiede nella capacità di sganciarsi dalla norma per poter osservare un sistema disfunzionale attraverso codici linguistici e decodificazioni necessarie, diverse, per riallacciare un rapporto tra l’etica e l’identità umana e per rammentare a tutti noi le straordinarie evoluzioni sancite dal genere umano, ormai lontano dall’uomo preistorico, ancestrale corridore e lanciatore, promotore di violenza in mancanza di altre virtù.

(Lucrezia Longobardi in Messaggeri del XXI secolo, su Artribune Magazine #44)

Christoph Büchel, Prototypes, Messico, 2018. (tratto da Artribune).

Nel sottotitolo all’articolo dal quale traggo la citazione, Lucrezia Longobardi chiede: “In un’epoca sempre più dominata dal razzismo, dalla xenofobia e dalla necessità di innalzare muri insormontabili, i poeti e gli artisti hanno qualche chance di cambiare lo scenario?“. Dal mio punto di vista la risposta – lapalissiana, per lo scrivente – è . Con un’aggiunta necessaria: i poeti e gli artisti devono poter e saper cambiare lo scenario ovvero il mondo contemporaneo. Credo stia qui il discrimine tra la salvezza del nostro mondo – quella salvezza derivante dalla celeberrima bellezza dostoevskijana, sempre valida, anzi, sempre di più – e la sua rovina definitiva, dalla possibilità delle arti di continuare a trainare il progresso intellettuale, culturale e sociale del genere umano, anche attraverso la costante generazione di punti di vista differenti e innovativi sulle realtà del mondo.

È una questione, dunque, di saper fare ciò così come di poterlo fare, cioè di godere della libertà di farlo. Causa/effetto l’una cosa dell’altra, condizione indispensabile all’evoluzione della nostra civiltà. Altrimenti, appunto, la più nefasta sorte è giusto dietro l’angolo, ben più prossima di quanto si possa ritenere.