Credo che quella “società civile” che non si adoperi costantemente e con la massima risolutezza contro la maleducazione e l’inciviltà eventualmente in essa presente, o che trascuri tale presenza mostrando indifferenza e apatia, non solo sia inesorabilmente destinata alla rovina ma meriti di finire quanto prima in rovina.
Per il bene di tutti – e di quella “società civile” in primis, già.
Tag: cultura
Sugli intellettuali senza più coraggio
“Il declino del coraggio è la caratteristica più sorprendente che un osservatore può oggi riscontrare in Occidente. Il mondo occidentale ha perso il suo coraggio civile, sia nel suo insieme che separatamente, in ogni paese, in ogni governo, in ogni partito politico e, naturalmente, nell’ambito delle Nazioni Unite. Il declino del coraggio è particolarmente evidente tra le élites intellettuali, generando l’impressione di una perdita di coraggio dell’intera società. Vi sono ancora molte persone coraggiose, ma non hanno alcuna determinante influenza sulla vita pubblica. Funzionari politici e classi intellettuali presentano questa caratteristica, che si concretizza in passività e dubbi nelle loro azioni e nelle loro dichiarazioni, e ancor di più nel loro egoistico considerare razionalmente come realistico, ragionevole, intellettualmente e persino moralmente giustificato il poter basare le politiche dello Stato sulla debolezza e sulla vigliaccheria”
(Aleksandr Solženicyn, discorso all’università di Harvard, 8 giugno 1978. Citato da Christian Caliandro sulla propria pagina facebook.)
Nuovamente, il pensiero di un intellettuale grande anche perché capace di comprendere nel profondo il suo presente e vedere nel futuro, che dopo 40 anni dalla sua espressione risulta assolutamente valido e probabilmente oggi ancor più di allora. Segno drammatico dell’indugio del nostro mondo in una inerte, melmosa attualità che, con il tempo che invece corre inesorabile in avanti, verso il domani, diviene altrettanto inesorabile involuzione, cioè incapacità di progresso intellettuale, culturale, sociale, ovvero mancanza di visione e di progettazione di un buon futuro. Il futuro che si costruisce soprattutto grazie al coraggio civile citato da Solženicyn: chissà se lo si può ritrovare, nella nostra società e in ognuno di noi, o se ormai è andato perduto per sempre.
La scrittura della realtà, o la realtà della scrittura
In uno scritto sembra che accadano eventi. Ma c’è realmente qualche rapporto tra gli eventi e lo scritto? È lo scritto in sé un evento? O è un insieme infinito di eventi, compresi in piccoli segni sparsi, spesso neri su fondo bianco? E in generale, si verificano eventi nella realtà, eventi con un principio e una fine? Oppure vengono creati nello scritto con le sue frasi, i suoi paragrafi e capitoli, insomma come risultato dell’ordine e della chiarezza che esige lo scritto?
(Torgny Lindgren, La ricetta perfetta, Iperborea, 2004, pag.22.)
Se qualche giorno fa, in questo post, ponevo domande sul chi/cosa/quanto e perché dell’essere scrittori (o sul definirsi tali), in questo brano Lindgren pone domande altrettanto fondamentali (sia chiaro: non voglio certo pormi al suo livello, anzi!) sul rapporto tra realtà effettivamente accaduta e realtà scritta/narrata che, seppur qui riferite alla scrittura letteraria, detengono un valore immutato anche quando riferite ad altre scritture pubbliche. Per questo, sono domande fondamentali proprio oggi, nell’era del web e di social dove tutti scrivono di tutto e nessuno legge veramente, delle fake news ormai pandemiche, delle verità assodate ritenute false e delle falsità imposte come vere e indubitabili. C’è da meditarci sopra per bene, insomma, e cercare di formulare risposte valide e importanti. Già.
(Cliccate qui per leggere la personale “recensione” di La Ricetta perfetta.)
Miss Italy
“Miss Italia”.
Detta in inglese, Miss Italy.
Che nella suddetta lingua inglese può significare anche “perdere l’Italia”. Ovvero, quanto meriterebbero quelli che insultano la concorrente dell’annuale concorso di bellezza nazionale che vedete nell’immagine – ne avrete letto certamente, sul web o altrove.
Perché se si può discutere come e quanto si vuole del concedere la cittadinanza italiana a persone straniere, bisognerebbe cominciare a mettere in discussione pure la legittimità della cittadinanza per certi “italiani” che, palesemente, si mostrano indegni di rappresentare un paese di così ampia e nobile (ancorché ignorata e calpestata da molti) cultura.
Perché è un problema culturale, questo, cioè di grave mancanza di cultura, umanistica, civica, sociale – quella che una persona dovrebbe avere per via “congenita”, non certo in forza di precetti o insegnamenti, e che segnala in modo ben poco discutibile il valore umano, la socialità e il senso civico della persona stessa. Comportamenti come quelli che Chiara Bordi sta subendo, come i tanti altri similari di cui si hanno pressoché quotidiane notizie, per quanto mi riguarda sono da sospensione della cittadinanza e dei relativi diritti (quando non, in certi casi particolarmente vergognosi, da carta d’identità fatta all’istante a pezzetti), senza star lì a perdere troppo tempo con dichiarazioni di condanna e di solidarietà (ben vengano, sia chiaro, ma a quanto pare non servono a molto) o con “rieducazioni civiche” e altro del genere, semmai da attuare a chi veramente se le meriti. Punto.
(Fotografia di Alessandro Capoccetti, www.modelsofdiversity.org)
Della nobile arte del “creare frasi”
Quando si fa una frase, si è totalmente liberi. Una frase che solo sé stessa. Creare frasi e ciò che vi è di più alto e più nobile nella vita dell’uomo. Molti vivono per ottanta o novant’anni senza produrre una sola frase.
(Torgny Lindgren, La ricetta perfetta, Iperborea, 2004, pag.59.)
Non solo ha ragione, Lindgren, nell’affermare quanto sopra, ma suggerisce pure un’ottima e virtuosa definizione di chi sia in verità uno “scrittore”: colui che nello scrivere frasi, ovvero attraverso la scrittura che produce, riesce a essere realmente libero.
In effetti, quanti di noi che scriviamo sappiamo essere veramente liberi, quando lo facciamo? Liberi nel senso più completo e profondo del termine, nel senso più culturale, antropologico, umano, liberi da qualsivoglia condizionamento, influenza, pretesa, presunzione, interesse mero e particolare, emulazione? Quanti?
Per carità: non che sia esecrabile sottostare a tutto ciò (lo è semmai il non produrre frasi, come osserva Lindgren) ma, appunto, forse con l’essenza più pura dell’arte letteraria (e la letteratura in quanto arte, come tutte le altre arti, o è plagio o è rivoluzione – Gauguin dixit), che è segno ed effetto della libertà creativa assoluta, tutto questo non c’entra molto.
(Cliccate qui per leggere la personale “recensione” di La Ricetta perfetta.)