Una risposta per Capaci, 25 anni dopo

A 25 anni dalla strage di Capaci – data tragicamente fondamentale nella storia d’Italia contemporanea, ben al di là del mero valore delle annuali commemorazioni – e proprio riflettendo sulla sua spaventosa consistenza storica, mi viene da ritenere che la domanda fondamentale da porsi, ancor più di quelle su chi sia stato, sul “come” e sul “perché”, che ho visto riportate dai media in questi giorni, è: la morte di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tutti gli altri funzionari dello Stato Italiano che hanno veramente combattuto la malavita organizzata rimettendoci per questo la vita, è servita a qualcosa? E non lo chiedo riguardo tanto la consapevolezza civica diffusa nella società in tema di mafie, quanto circa la realtà concreta della lotta dello Stato verso le mafie.

Perché – inutile rimarcarlo – se la perdita di tutti quegli uomini così valenti, fossero procuratori, giudici, funzionari delle Forze dell’Ordine o semplici agenti, non fosse servita allo Stato per sradicare nella maniera più incisiva e profonda possibile la presenza della malavita organizzata dal proprio corpo istituzionale e dalla società civile sottoposta, sarebbe per lo Stato stesso una colpa di gravità inaudita. O, per dirla altrimenti, un’ammissione di colpevolezza.

Dopo 25 anni dall’eccidio di Capaci, penso sia il caso di dare una risposta, a questa domanda. La coscienza civica nazionale non può e non deve avere macchie, in questo caso.

Ritrovare il fascino e la storia dei luoghi abbandonati… con Jussin Franchina in RADIO THULE, questa sera su RCI Radio!

radio-radio-thuleQuesta sera, 22 maggio duemila17, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 15a puntata della XIII stagione 2016/2017 di RADIO THULE, intitolata Di luoghi abbandonati e storie ritrovate!

Si sa, la nostra società non ha memoria. E non solo abbandona all’oblio del tempo ricordi, fatti, verità, ma sovente interi luoghi. L’Italia, infatti, è piena di spazi abbandonati d’ogni genere e sorta, da piccoli edifici fino a interi borghi: un autentico paradosso per un territorio sempre più cementificato. Dunque, riscoprire e indagare i luoghi abbandonati significa far rinascere storie di uomini e donne, di vite, di lavoro, singole esistenze ovvero trame sociali multiformi, in un processo dalle forti valenze metaforiche e dall’importanza notevole, in primis proprio per conservare la memoria d’un passato lontano o recente che è comunque base fondamentale per qualsiasi futuro. Jussin Franchina, scrittrice e giornalista, da tempo indaga i luoghi abbandonati per riscoprire le loro storie e ricavarne intriganti narrazioni: con lei, in questa puntata, scopriremo questa pratica, da alcuni già definita “abbandonologia”, e visiteremo virtualmente alcuni luoghi abbandonati nonché la sua visione di essi e del (nostro) mondo che vi sta intorno.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
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http://rciradio.listen2myradio.com (Streaming HD)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Quelli che hanno letto un solo libro nella vita… (Eschaton dixit)

Quelli che hanno letto un solo libro in vita loro li riconosci dal tono trionfale con cui ti rinfacciano di non avere letto quel libro.

Standing ovation per Eschaton a.k.a. Raffaele Alberto Ventura, dalla cui pagina facebook ho tratto la perla di saggezza di cui sopra.
Alla quale trovo solo da aggiungere che, nel caso vi ritroviate di fronte individui di tal natura, denunciatene subito la presenza alle Forze dell’Ordine ovvero al più vicino centro di riabilitazione sociale!

Oliviero Beha (1949 – 2017)

Non sono molti i giornalisti ai quali oggi si possa accostare il concetto di “libertà di pensiero”, e Oliviero Beha era certamente uno di essi. La sua scomparsa mi rattrista tanto quanto mi piacevano le sue uscite pubbliche – anche quando dissentissi dalle sue affermazioni – nelle quali non perdeva occasione di dimostrare quella propria dote di libertà intellettuale che lo ha reso inviso a buona parte dei suoi colleghi, tanto più se in posizione di comando nelle redazioni. Irriverente con classe, antipatico per alcuni eppure sempre ironico, provocatorio senza spocchia o pretesa d’infallibilità, sapeva dare informazioni e dire cose e opinioni che ti facevano pensare. Una qualità, questa, che dovrebbe (deve) essere propria della più autentica e onesta pratica giornalistica, ma che invece oggi pare sia sempre più trascurata, quando non del tutto dimenticata: ciò a discapito del dovere d’informazione, certamente, ma pure, e forse soprattutto, del diritto alla verità.

Nel derby dei saloni Torino è in vantaggio su Milano, ma…

Volendo usare una metafora calcistica ovvero assolutamente nazional-popolare, e immaginando Tempo di Libri, la nuova fiera milanese andata in scena lo scorso mese, e il Salone del Libro di Torino, che partirà il prossimo giovedì 18, come due squadre di calcio, si potrebbe dire che stiano giocando una finale in due turni per il titolo di “miglior evento nazionale dedicato ai libri” e che la partita di andata sia finita con un risultato del tipo 0 a 3 o 0 a 4 per Torino, in trasferta.

Già, perché Tempo di Libri è stata un sostanziale fallimento, ormai tutti lo hanno rimarcato: inventata per fini del tutto politici e assai poco culturali, organizzata malissimo sotto ogni punto di vista e poi, una volta aperta, gestita ancora peggio. Sia chiaro: non che ci si potesse aspettare un successo sconvolgente fin dalla prima edizione, per un evento del genere; d’altro canto si può tranquillamente dire che nulla o quasi è stato fatto al fine di ottenere almeno un discreto successo, generando con tutto ciò gran risate e facce divertite in quel di Torino, che lo sgarbo di Milano l’ha subìto in maniera profonda e chissà quante macumbe ha tirato – la città sabauda, in senso lato – ai milanesi per favorire l’insuccesso di Tempo di Libri.

Fatto sta che, appunto, ora Torino ha guadagnato a suo favore un gran vantaggio su Milano, proprio come se avesse largamente vinto in trasferta un match sportivo. L’imminente Salone peraltro si presenta piuttosto bene, con un aumento di superficie, di editori, di eventi collaterali, una gran bella locandina e, in generale (pare) una verve parecchio diversa dal passato. Tuttavia, continuando nella metafora calcistica, vincere largamente la partita di andata non significa ancora portarsi a casa il “titolo” finale, e non di rado quelle squadre che lo pensano, sentendosi già forti di quanto conseguito nella prima partita e, di conseguenza, sedendosi su allori ancora virtuali, sovente piangono lacrime amare, alla fine di tutto. Ecco: Torino ha un gran vantaggio su Milano, lo ribadisco: di immagine, di prestigio del momento, di gioco – dacché ora può giocare totalmente all’attacco senza più dover pensare a difendersi – di potenziale gradimento del pubblico. Ma di contro ha un passato alquanto pesante da scrollarsi di dosso, un’immagine (propria) da ricostruire, svecchiare, rinnovare, la responsabilità di affermarsi come unico “vero” evento di promozione autenticamente culturale dei libri e della lettura in senso generale, senza legami con attori più o meno potenti del panorama editoriale nazionale e senza altri fini ben più “materiali”… Insomma: potrebbe conseguire una vittoria totale, da “cappotto” o quasi ma, se sbagliasse “partita”, potrebbe essere veramente l’ultima possibilità di poter “giocare” a così alto livello. Se Milano avesse toppato il proprio evento – e l’ha toppato – poteva campare mille scuse al riguardo, magari vacue ma tant’è – e le ha campate, in effetti; se toppa Torino, con trent’anni di storia alle spalle, lo “sporco” di passate polemiche e scandali da spazzare via, la necessità di rinnovarsi e riaffermare il proprio ruolo centrale e insostituibile per il mercato editoriale italiano, rischia veramente di non “giocare” più, lasciando paradossalmente il campo libero a un evento al momento perdente sotto ogni aspetto ma, nel caso, libero di poter agire in regime di monopolio o quasi (dipende dal futuro di Roma, evento certamente dotato di grandi potenzialità ma ancora incapace di sfruttarle al meglio) facendo ciò che vorrà a scapito di tutti.

Credo che Nicola Lagioia, direttore editoriale del Salone di Torino, e il suo staff siano ben consci di ciò e abbiano allestito l’evento di conseguenza, mettendoci tutto l’impegno del caso e pure di più. Hanno la vittoria in tasca, lo ripeto, ma come dice un vecchio proverbio, “Non convien cantare il trionfo prima della vittoria”.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.