Nel “derby” dei saloni del libro Torino asfalta Milano e stravince la sfida!

Nel mio precedente articolo (anche qui) sulla “querelle” tra Milano e Torino in tema di saloni del libro, m’era venuto di allegorizzare il tutto immaginandolo come una specie di finale a doppio turno, andata e ritorno, d’un torneo di calcio tra le due “compagini”. Bene: l’andata – Tempo di Libri, a Milano – era finita con una bella vittoria della squadra ospite, Torino – un 3 a 0, ecco, – e tutto grazie ai demeriti della squadra di casa. La partita di ritorno – il Salone Internazionale del Libro di Torino – s’è appena conclusa, e alla fine ne è scaturita una sonora asfaltata dell’evento torinese su quello milanese: tipo un 7 a 0, una roba veramente clamorosa, insomma.

Ora qui è inutile che mi metta ad elencare, pure io, ciò che certamente leggerete in mille articoli circa i motivi – ovvero i pregi – per i quali dalla suddetta disfida il Salone del Libro sia uscito innegabilmente vincente; una cosa tuttavia la posso e voglio denotare, dato che a Torino ci sono stato e ho chiacchierato parecchio con editori, librai, scrittori e altri professionisti della filiera editoriale. Nonostante non è che nei padiglioni del Lingotto si vedesse qualcosa di completamente nuovo e inopinatamente rivoluzionario, rispetto ai precedenti saloni – alla fine ciò che spiccava di più, a mio modo di vedere, era l’assenza dei grandi editori che hanno voluto la fiera di Milano, e devo dire che da tale assenza il salone torinese ci ha assolutamente guadagnato, sotto ogni punto di vista -, la cosa veramente nuova e sorprendente rispetto alle edizioni precedenti è stata l’atmosfera generale: un mix di entusiasmo, spirito di rivalsa verso la cronica crisi del mercato editoriale nonché di “orgoglio anti-sistema”, per così dire, ovvero contro il sentore di oligopolio assolutista che si percepiva dietro Tempo di Libri e soprattutto dietro il modus operandi AIE (e dei grandi editori che la controllano, “Mondazzoli” in primis) che l’ha creata.

Sia chiaro, non è che ora ‘sto successone di Torino guarisca il mercato dei libri nostrano dal suo coma o faccia rinascere negli italiani la passione per la lettura forte (magari!), ma senza alcun dubbio contribuisce a rimettere le cose al proprio posto, almeno in tema di grandi eventi pubblici dedicati ai libri: il Salone torinese come manifestazione principale, sia per i lettori che per gli addetti ai lavori, e Milano che innanzi tutto deve mettersi davanti a uno specchio e farsi un bell’esame di coscienza, eppoi che deve profondamente ripensare la propria fiera, magari ripartendo da ciò che la città già da tempo sa fare bene – BookCity per prima cosa: ma perché creare (malissimo) un pastrocchio come Tempo di Libri e invece non potenziare al meglio un evento che già c’è da anni e che s’è conquistato la sua bella credibilità e un altrettanto bel pubblico? – senza più l’arroganza e la supponenza (nonché la concreta e sconcertante incapacità organizzativa) che ha contraddistinto la fiera milanese andata in scena ad aprile.

Il tutto, a prescindere da ciò che vado dicendo da tempo: due eventi “rivali” (o impostati come tali) di questa portata in un paese nel quale 2 italiani su 3 non leggono un libro all’anno, è qualcosa di francamente incomprensibile. In tal senso concordo perfettamente con Nicola Lagioia, direttore del salone torinese, quando afferma: “Ben vengano anche dieci saloni, purché non ci sia il rischio né della fotocopia né del rito cannibalico” Anche perché, come già qualcuno ha rimarcato, è ormai appurato che non sia il successone anche imponente di eventi del genere a fare di un paese una comunità di veri e forti lettori. I problemi di fondo del mercato dei libri italiano restano, e sono ancora sostanzialmente irrisolti; c’è solo da sperare che l’entusiasmo torinese diventi contagioso, e quanto prima.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

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8 pensieri riguardo “Nel “derby” dei saloni del libro Torino asfalta Milano e stravince la sfida!”

    1. Assolutamente! Anzi… se c’è una fiera che dovrebbe chiudere (se insistesse nel fare ciò che ha fatto), sarebbe un’altra. (Ogni riferimento è puramente… insùma, te capì, no?!)
      😀 😉

  1. CHE POI non sono proprio d’accordo su tutto tutto…
    Hai lamentato che i grandi editori non fossero presenti a Torino. Poi, tra le righe, hai detto:” meglio!”
    Secondo me il libro è libro. Una fiera di Milano o Torino dovrebbe avere TUTTI gli editori, grandi e piccoli. Che poi sia la gente a scegliere cosa comprare. Ma io sogno troppo…
    Pace e amore. Ciao.

    1. AAAAAAHHH, COME OSI CONTRADDIRMI?!?!? 😮 😦
      Ok, ok, tu puoi. 😀
      Ho lamentato l’assenza dei grandi editori in quanto è stata meramente politica – infatti tu stessa dai una buona risposta a ciò: una fiera di Milano o Torino dovrebbe avere TUTTI gli editori, grandi e piccoli – proprio così.
      Per come, negli anni scorsi, erano presenti, ovvero in un modo che catalizzava totalmente (sempre per mere ragioni politiche) le attenzioni del Salone e del pubblico più generalista, è stato molto meglio per Torino non averli tra i piedi, quest’anno. Il punto credo sia di trovare il giusto equilibrio tra la presenza di TUTTI gli editori – appunto – siano essi grandi o piccoli, istituzionali e indipendenti. Allora sì, il Salone – e qualsiasi altra fiera – potrà dirsi veramente utile alla causa dell’intero mercato editoriale italiano. In caso contrario no, ribadisco: meglio non ci siano, e lascino (più) spazio a editori piccoli ma di gran qualità e ai librai.
      😉

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