Il nome giusto per il comprensorio sciistico sul Monte San Primo

Come forse avrete letto sui media d’informazione, gli enti promotori del progetto di nuovi impianti sciistici sul Monte San Primo a soli 1100 metri di quota (Comune di Bellagio, Comunità Montana del Triangolo Lariano, Regione Lombardia) hanno confermato di voler andare avanti con il progetto e di spenderci più di due milioni di Euro di soldi pubblici. Ciò nonostante la crisi climatica in corso e che sul San Primo da lustri non ci sono più le condizioni ambientali e non nevica a sufficienza per sciare (piove, semmai), nonostante i danni ambientali conseguenti e la palese insostenibilità economica degli impianti, nonostante i pareri contrari, solidamente motivati, di esperti d’ogni settore e l’opposizione generale, nonché rifiutando ogni confronto sul progetto e qualsiasi interlocuzione con la comunità locale.

[La quota delle piste in concessione sul Monte San Primo, tratto dall’“Elenco regionale delle piste dedicate agli sport sulla neve”, Decreto nr.8838 del 11/06/2024 di Regione Lombardia.]
Nonostante un progetto che da subito si manifesta sotto ogni aspetto come un disastro annunciato, in buona sostanza.

A questo punto, ai suddetti promotori degli impianti sul San Primo vorrei proporre il nuovo nome del comprensorio sciistico, che mi pare assolutamente consono alle circostanze e alla “filosofia” di fondo del progetto:


Ecco.

N.B.: per qualsiasi altra informazione al riguardo, potete visitare il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, qui.

2025.02.16

Anche questa sera, come è stato per l’intera giornata, veli di tulle nebuloso giacciono sui fianchi dei monti nascondendone le forme, impigliati tra i rami degli alberi, avvoltolati nelle vallette, ammassati nelle conche.

I panorami sono invisibili ma l’atmosfera è magica, potrei dire fiabesca se pensassi che le fiabe esistano nella realtà. Ha ragione l’amico Franco Michieli quando dice che «col bel tempo c’è meno verità», che «la bellezza assoluta è amante del nascondimento»[1] e che certe condizioni meteorologiche che abitualmente definiamo “brutte” in realtà acuiscono e esaltano il mistero insito nel paesaggio naturale, quello che noi a volte non sappiamo più cogliere e comprendere.

Anche ai Piani Resinelli, dove siamo stati oggi a passeggiare (i miei acciacchi fisici al momento mi impediscono di fare di più), l’intera zona era avviluppata dai veli nebbiosi, impigliati alle guglie della Grignetta e da lì distesi sulle faggete, le abetaie, le case, i prati, le strade e i viottoli campestri… una dimensione straordinariamente affascinante dalla quale ogni tanto, quando le velature nebbiose si sfilacciavano per pochi attimi, la mole della Grignetta appariva come un miraggio, dando l’impressione di una montagna ciclopica la cui vetta era così elevata da sparire a quote himalayane nel cielo, in alto terso e azzurrissimo.

E, devo ammetterlo (non me ne vogliano i ristoratori locali), l’atmosfera era affascinante anche perché il tempo apparentemente incerto ha fatto sì che non ci fosse troppa gente in giro, troppe macchine a ingolfare i parcheggi, troppo rumore, troppi schiamazzi. Un tale fascino così peculiare non ammette fracassi: esalta l’amenità del luogo perché smorza ciò che lo disturba.

D’altro canto i Piani Resinelli sono un luogo di bellezza veramente emozionante. A pochi passi dal caos di Lecco, e in vista dei grattacieli di Milano, condensano e fondono diverse nature tipicamente alpestri generandone un paesaggio armonioso, speciale come pochi altri. C’è la Grignetta, una vetta alpina fatta di “pezzi” di Dolomiti, ci sono le abetaie e le faggete maestose, le radure prative punteggiate di case e baite, le pareti verticali e i sentieri placidi, c’è la storia del turismo, dell’alpinismo, dello sci, c’è un’anima vibrante, un Genius Loci che racconta la propria vita su un palcoscenico di raro prestigio.

I Resinelli sono un luogo che deve essere conosciuto e visitato da tanti ma non da troppi, che merita di essere scoperto, esplorato, compreso, amato, non semplicemente fruito e tanto meno goduto, consumato, sperperato. Non come alcuni di quelli che hanno in gestione le sorti politiche dei Piani vorrebbero, per i quali ciò che conta del luogo sembra siano solo i posti auto a disposizione.

No, non sono i posti auto a disposizione che contano, ai Resinelli, ma la pre-disposizione di chi vi sale a coglierne tutta la bellezza peculiare. È un luogo nel quale non si sta ma si è perché genera ben-essere in chi sa percepirlo e farlo proprio.

Sarebbe un peccato, anzi, un disastro lasciarlo in mano al turismo più becero e fracassone. Anche se ci fosse il più bel “bel tempo” immaginabile, ecco.

Intanto il segretario Loki ci sta mettendo un sacco a espletare il suo ultimo bisognino quotidiano. È stanchissimo, ci siamo fatti due passeggiate in due giorni sulla neve e Loki quando vede la neve si entusiasma (e di conseguenza corre e zompa pazzamente) come farebbe un alcolista indefesso se trovasse per strada una chiave sulla cui etichetta ci fosse scritto “Ingresso enoteca”. Già.

Buonanotte.

[1] Le Vie invisibili, pagina 86. Trovate la mia “recensione” qui.

Da oggi “Uomini e montagne”, il nuovo podcast di Orobie (e ci sono anch’io!)

Da oggi, 15 gennaio, sul sito di “OROBIE” e sulle principali piattaforme potete ascoltare “Uomini e montagne”, il nuovo podcast curato da Davide S. Sapienza con la regia e il sound design di Damiano Grasselli: un’affascinante immersione per voci e suoni tra vette che toccano il cielo e storie che sfidano il tempo, da scoprire, esplorare, conoscere lascandosi guidare un passo dopo l’altro fin nel cuore e nell’anima della montagna.

Il primo episodio si intitola “L’intelligenza dei piedi” ed è dedicato a uno degli angoli più spettacolari e emblematici delle Grigne, la parete Fasana del Pizzo della Pieve, alla cui storia si intreccia quella di un figura fondamentale per le montagne e l’alpinismo: Vitale Bramani, primo salitore con Eugenio Fasana della parete e inventore delle suole “Vibram”, negli anni Trenta rivoluzionarie e a tutt’oggi tra le più utilizzate in assoluto da chiunque vada per monti e vette.

[Immagine tratta da “Orobie Extra” del 07/01/2025. Cliccate qui per vedere la puntata.]
Nel podcast ci sono anche io: cercherò di raccontarvi il Genius Loci della parete Fasana e la relazione speciale, geografica, antropologica, culturale che lega la parete e il Pizzo della Pieve con la Valsassina, la sua gente e con chi da turista o escursionista vi passi alle sue pendici e volga lo sguardo verso l’alto cogliendone l’imponenza e la referenzialità per l’intero territorio valsassinese.

Dunque, vi invito calorosamente all’ascolto di “Uomini e montagne” e, nel caso, fatemi sapere che ne pensate!

Un nuovo podcast “montano” da non perdere

Nell’ultima puntata di “Orobie Extra”, in onda da martedì 7 gennaio scorso e condotta al solito da Cristina Paulato (cliccate sull’immagine qui sopra per vederla), gli amici Ruggero Meles e Davide Sapienza hanno presentato alcune delle novità che caratterizzeranno la rivista “OROBIE” appena rinnovatasi con il numero di gennaio in edicola: il primo reportage della serie “Uomini e montagne”, dedicato ad alcune grandi e emblematiche pareti delle Alpi lombarde – apre la serie il Pizzo della Pieve e la sua parete Fasana, la più alta delle Grigne, raccontata da Meles – e un ciclo di podcast curato da Davide Sapienza con la regia di Damiano Grasselli, drammaturgo e fondatore del Teatro Caverna, che accompagnerà i reportage ampliandone e arricchendone tanto i contenuti quanto le visioni.

Il primo, quello sulla parete Fasana, si intitola “L’intelligenza dei piedi” e ci sono dentro anche io: lo potrete ascoltare dal 15 gennaio sul sito di “OROBIE” e sulle principali piattaforme.

Ringrazio di cuore Davide – che di podcast dedicati alla Natura è ormai uno degli autori più apprezzati – per avermi coinvolto in questa bella e affascinante novità (e Meles che l’ha sostenuta), che rappresenta un modo non solo innovativo di raccontare le montagne ma pure di dare ancora più senso, sostanza e valore a molto di ciò che rappresentano per i territori, le geografie, i paesaggi e le comunità che abitano alle loro pendici, oltre che per l’identità culturale che rende peculiare la loro vita lassù nel tempo e ancor più nel prossimo futuro.

Dunque, appuntamento al prossimo 15 gennaio!

A volte “stare” nel(la) Melma non è affatto una brutta cosa. Ovvero: breve diario di un’esplorazione della montagna di Lecco (forse) meno considerata, a torto

Ultima domenica prima di Natale, tutti o quasi sciamano verso le città, le vie pedonali, le zone dello shopping, i centri commerciali: per recuperare i regali non c’è più molto tempo e per giunta la giornata grigia, con nubi basse e pioggia incombente, convince al riguardo anche i più restii.

Tutti o quasi, dicevo: ecco, tra i “quasi” ci siamo io e il segretario personale (a forma di cane) Loki, che invece risaliamo la corrente veicolare fluente a valle al contrario, verso monte, con l’intenzione di esplorare la montagna più “negletta” tra quelle che fanno da cornice alla città di Lecco: il Monte Melma. Negletta inesorabilmente: la modesta quota massima, 914 metri, la fa sovrastare da tutti gli altri rilievi d’intorno, ben più alti e incombenti oltre che più celebrati – il Coltignone coi suoi satelliti, il Monte Due Mani, il Pizzo e i Piani d’Erna, il Resegone e lassù, oltre modo svettante, la Grignetta – e pure l’oronimo non appare così attrattivo, visto l’uso vernacolare sovente negativo che a volte se ne fa (in realtà il termine “melma” deriva dal longobardo malm che, prima di denominare un terreno variamente fangoso, in origine significa “sabbia”, e in effetti delle cave di sabbia c’erano, sul versante occidentale del monte, che potrebbero spiegarne la denominazione).

[Mostro a chi non fosse esperto della zona la posizione del Monte Melma. Immagine tratta da www.italia.it.]
Di contro, il Melma risulta alquanto importante per il paesaggio antropico e antropologico di Lecco: sui suoi fianchi, i più dolci e accessibili tra quelli direttamente a monte del centro città, si sono addensati alcuni dei rioni più importanti e da lì nel passato si transitava per andare verso la Valsassina, la Valtellina e la Valle Brembana quando ancora la strada a lago non esisteva. Ciò spiega la presenza di numerose mulattiere selciate, tutt’oggi ben conservate – anche grazie al prezioso lavoro manutentivo recente del CAI di Lecco – che risalgono il monte, segni antropici che, con le tante baite sparse sul versante, i diffusi terrazzamenti, i pascoli certamente ricavati in boschi un tempo imperanti ovunque e le selve castanili ormai pressoché abbandonate, raccontano la secolare frequentazione del monte e la sua importanza nell’economia delle genti che ne abitavano le pendici.

Io e Loki percorriamo una di quelle mulattiere fino a Montalbano, località che i boomer appassionati di musica rock ricorderanno come sede dell’edizione del 1971 del “Re Nudo Pop Festival”, evento musicale itinerante tra i primi e più noti dell’epoca con nomi importanti della scena musicale (soprattutto progressive), che seppe radunare in questi boschi raggiungibili solo a piedi oltre diecimila persone (!). Oggi qui invece regna il silenzio: anche i rumori della città, del traffico e della sua iper vitalità prenatalizia, nel primo tratto ben presenti in forma di un indistinto rumore bianco, si sono fatti sempre più flebili ad ogni passo verso l’alto e ora sono completamente svaniti. Il bosco è piuttosto cupo, tinto delle più svariate tonalità brune e certo il cielo spento non aiuta a illuminarlo: il tentativo di farlo è completamente affidato agli ellebori che biancheggiano qui e là, unica variante cromatica presente e distinguibile.

Superata Montalbano, il sentiero per la vetta del Melma si fa deciso e erto, zigzagando sulla dorsale che separa il versante settentrionale da quello più scosceso verso sud; la fatica dell’ascesa si fa sentire, ma per alleviarla basta voltarsi verso valle e tra la vegetazione mai troppo fitta si ammirano notevoli vedute della città di Lecco, dei laghi e dell’alta Brianza lecchese, mentre dalla parte opposta si traguarda la conca ove si stende il paese di Ballabio, che per abitudine si ritiene già parte della Valsassina quando invece non lo è (geograficamente la Valsassina inizia oltre il Colle di Balisio) e la sua valle è semmai opera delle acque del torrente Grigna, che poi scendono verso Lecco a nord del Melma.

L’erta salita termina al cosiddetto Sass Quader, cumulo di massi che pare piazzato lì a mo’ di enorme cairn da un gigante piuttosto maldestro, punto panoramico assoluto del Monte Melma che anche per ciò alcune mappe (Google Maps, tanto per non far nomi) e certe descrizioni escursionistiche considerano la vetta della montagna. Ma non lo è: oltre il Sass Quader il sentiero continua lungo il filo della dorsale per ancora duecento metri circa e risale infine alla vera massima sommità del Monte Melma, contrassegnata dalla presenza di un ripetitore. Seppur qui la vista verso Lecco è occlusa dalla morfologia del monte, alzando gli occhi si possono osservare con visuale a trecentosessanta gradi quasi tutte le più elevate vette che circondano il Melma e sovrastano la città, e così rendersi conto che, per molti versi, questo piccolo monte rappresenta pure il centro del paesaggio montano lecchese che gli ruota tutt’intorno:

Il Coltignone con la sua articolata struttura, la Grigna Meridionale che veglia maestosa sul paesaggio (approfittando del fatto che il più alto e dominante Grignone qui non si vede), l’accigliato Monte Due Mani con la sua struttura a bancate rocciose sovrapposte, il massiccio Pizzo d’Erna sul quale si poggiano gli appuntiti denti del Resegone… insomma, un piccolo ma fondamentale fulcro geografico, il Monte Melma, che in qualche modo ha cercato di sopperire alla propria modesta altitudine facendosi spazio tra quei monti ben più grandi come un bambino curioso tra le gambe degli adulti e intestardendosi nel rimanere lì, al punto da respingere pure la spinta del grande ghiacciaio dell’Adda che ne circondò i fianchi meridionali senza riuscire ad andarvi oltre così invadendo la conca di Ballabio – rimasta inopinatamente libera dai ghiacci anche nel periodo della loro massima espansione, circa 20.000 anni fa, dalla parte opposta protetta dal conoide alluvionale del Pioverna che poi ha formato il colmo del citato Colle di Balisio.

Oggi la visuale dei monti è assai parziale: nubi sempre più dense nascondono le vette e più sotto si sfilacciano tra torri, canaloni e vallecole, mentre la pioggia lentamente ma inesorabilmente aumenta d’intensità – ma lo rimarco spesso, d’altro canto, che in montagne le “giornate brutte” non esistono. Io e Loki scendiamo a Ballabio, sostiamo su una panchina per mangiare qualcosa osservati con sguardo basito dagli automobilisti in transito come fossimo l’ebreo errante e il suo cane, e poi imbocchiamo la valletta dalla quale fluisce il torrente Grigna, solco ombroso chiuso a sud dallo stesso Monte Melma e a nord dai fianchi franosi del Due Mani, che rappresenta lo sbocco idrografico della conca ballabiese quando invece verrebbe da credere che lo sia la valle percorsa dalla strada provinciale che collega il paese a Lecco, la quale di contro è parte di un altro sottobacino idrografico, quello del torrente Gerenzone. Percorriamo il vecchio tracciato di servizio alla nuova strada che sale in Valsassina (tecnicamente denominata “Strada statale 36-racc Raccordo Lecco-Valsassina”, invero aperta quasi vent’anni fa, nel 2006, ma abitualmente definita “nuova” proprio per differenziarla dalla vecchia strada sopra citata) e poi per sentiero scendiamo al Passo del Lupo, proprio sotto il viadotto della statale che sorvola la forra del torrente Caldone, nel quale più a valle confluisce anche il Grigna. Chissà se quel toponimo in origine indicasse effettivamente la presenza di lupi in zona: una leggenda locale racconta che il nome deriverebbe dalla presenza di un lupo ferito che si sarebbe nascosto in una grotta nel pressi del torrente Caldone le cui rocce sarebbero rimaste macchiate del sangue della bestia. Più razionalmente verrebbe da spiegare il rossore litico con la presenza di minerale ferroso, assai diffuso nella zona; di contro l’altrettanto ampia presenza di fauna selvatica un tempo avrebbe potuto giustificare anche quella dei lupi, da cui il nome del “passo” – che in verità un passo propriamente detto non è, il termine va inteso come passaggio. In effetti proprio da qui un tempo si passava per andare a Morterone, il piccolo centro abitato (tra i comuni meno popolosi d’Italia) la cui chiesa fin dal Trecento era parte della Pieve di Lecco, con un percorso più diretto rispetto a quello che risaliva i fianchi del Monte Melma per andare a Ballabio e in Valsassina. Peraltro, volgendo lo sguardo a settentrione, mi rendo conto di come il Melma acquisisca qui il suo aspetto più alpestre, di montagna “vera”, irta, con cuspidi aguzze, speroni rocciosi ben definiti e accenni di verticalità che ogni altro suo versante non rivela.

A proposito di antropizzazione del territorio, in questa zona se ne può raccogliere una testimonianza diversa dalle precedenti di cui ho detto e piuttosto emblematica in forza della sua narrazione diacronica. Andando verso il piccolo e suggestivo nucleo rurale di Versasio, con i suoi terrazzi prativi, gli orti, le selve, la piccola chiesa sul limitare del bosco, io e Loki incrociamo più volte (tramite sottopassi) la citata nuova strada per la Valsassina col suo traffico incessante, nei giorni feriali prevalentemente industriale e nei fine settimana quasi del tutto turistico. Il tracciato stradale – veloce, comodo, per buona parte in galleria, che ha avuto il pregio di togliere quel gran traffico dai rioni alti di Lecco che stava avvelenando – qui delimita i prati di Versasio e col bastione di cemento sul quale corre li separa dal resto del versante che divalla verso Lecco. È una cesura emblematica, come detto, che dà l’impressione di aver diviso nettamente la città dalle montagne – al di sotto la parte più antropizzata e l’anima cittadina più urbanizzata, al di sopra quella mantenutasi rurale e legata alla dimensione montana: così circondata da prati e boschi, sfiorante baite e stalle vecchie di secoli oltre che le bancate rocciose che sorreggono i Piani d’Erna, la strada appare un elemento inevitabilmente alieno al luogo, una sorta di disturbo temporale, una sciabolata di contemporaneità che taglia un paesaggio che invece sembra rimasto fermo nel passato. Percezioni inevitabili, ribadisco, cagionate da elementi troppo differenti messi l’uno accanto all’altro ma privi di un vero dialogo reciproco, difficile da instaurare ma non impossibile, io credo, con un po’ di sensibilità in più per il paesaggio: fatto sta che ne esce una geografia antropica bizzarra, un po’ confusa, sicuramente significativa e per certi versi interessante – eccetto che per la fascia appena a valle della statale, trasformata in discarica da alcuni utenti della stessa… all’inciviltà non esiste mai un limite, purtroppo.

Per fortuna, poco sotto, il tracciato riprende l’aspetto di bella mulattiera selciata e in parte gradinata che, con alcuni tornanti, ci riporta sul fondo della valle del Caldone alle prime case del rione di Bonacina, un altro dei tanti che compongono la parte alta di Lecco. La pioggia s’è fatta ormai battente, le montagne sono del tutto scomparse nelle nubi e più in basso la foschia vela il resto del territorio ma, a questo punto, il paesaggio esteriore che abbiamo esplorato, con le sue tante peculiarità alcune delle quali ho cercato qui di raccontare, si è già fatto interiore: i selciati delle mulattiere, le pietre dei sentieri percorsi, i colori e gli odori del bosco, le acque fredde, i rumori umani e quelli naturali, le visioni del territorio d’intorno, il vento e la pioggia, le presenze e le assenze, le percezioni, le sensazioni e le intuizioni e ogni altra cosa più o meno còlta hanno disegnato una mappa impressa tanto nella mente quanto nell’animo che rappresenta e racconta questa minima parte di mondo attraversata con una gran messe di referenze e un dettaglio insuperabile, e ciò perché noi stessi ora siamo diventati suoi elementi, vi abbiamo lasciato la nostra traccia e con il cammino percorso abbiamo disegnato su quella mappa l’esperienza vissuta, la conoscenza ricavata e la relazione intessuta con i luoghi, intensa, genuina e incontaminata (d’altro canto, persone incrociate lungo l’intero percorso: tre, ma se considero la sola parte prettamente escursionistica: zero).

Eco, stavolta nel(la) Melma ci siamo finiti volontariamente e consapevolmente, ed è stato quanto mai piacevole e affascinante.

Il solito N.B.: le foto che trovate qui, le ho fatte da non fotografo quale sono con un cellulare ormai datato, dunque chiedo venia a chi le giudicherà di qualità carente.