Sciare è roba da ricchi (finché si potrà)

[Foto di Brigitte Werner da Pixabay.]
Una delle cose più palesi che emergono nell’analizzare l’industria turistica dello sci contemporanea, è che sia un comparto che in moltissimi casi si sta scavando la fossa da sé sotto i propri piedi e ciò pure al netto degli effetti del cambiamento climatico in corso. Una chiara prova di questa realtà è la lettura degli articoli sui media (come quello qui sotto, che ho intercettato grazie a “Gogna Blog”, il blog di Alessandro Gogna, che ne ha parlato; cliccate sull’immagine per leggerlo) i quali riferiscono dei continui aumenti che anno dopo anno subiscono i prezzi degli skipass, ben maggiori dell’aumento medio del costo della vita. Ma sono aumenti inevitabili, viste le spese crescenti che lo sci deve sostenere per sopravvivere (che siano ordinarie, come l’innevamento artificiale, o straordinarie come il rinnovo degli impianti di risalita), le quali possono essere coperte in due soli modi: da contributi pubblici – soluzione del tutto opinabile, peraltro – e dal ricavo della vendita degli skipass appunto.

Fino a qualche tempo fa si diceva ironicamente che una famiglia media con due o più figli, per passare una domenica con gli sci e calcolando tutto ciò che comporta – benzina, skipass, pranzi, magari il noleggio dell’attrezzatura o il maestro di sci, eccetera – avrebbe quasi fatto fuori uno stipendio mensile. Oggi quel tono ironico lo si può tranquillamente trasformare in un lamento sconfortato, visti i costi della stagione sciistica imminente. Tutto sta rincarando, lo sappiamo bene, ma in un comparto come quello dello sci questa circostanza genera effetti e ripercussioni ben più profonde che altrove.

Insomma, lo sci sta sempre più diventando un’attività ricreativa per ricchi: i gestori dei comprensori se ne rendono certamente conto – a meno che non siano totalmente alienati dalla realtà delle cose – ma, salvo pochissimi che hanno il coraggio di ammetterlo, tirano dritto verso l’implosione finale. Non possono fare altrimenti, d’altro canto, volendo mantenere il modello turistico del quale sono manifestazione: un modello nato mezzo secolo fa, in un altro mondo (soprattutto ben più regolarmente innevato di quello odierno), ormai obsoleto, distorto, insostenibile, sovente già fallito, in altri casi prossimo a fallire e comunque quasi ovunque tirato come un elastico sempre più fine e ormai prossimo al punto di rottura. Perché, inutile rimarcarlo, il pubblico di sciatori in grado di sostenere i prezzi attuali degli skipass non solo non è ampio ma si sta pure restringendo, posto il costo della vita che cresce per chiunque e screma di continuo quel pubblico, dunque non è affatto in grado di sostenere l’industria sciistica nella sua interezza. La quale non è nemmeno più in grado di garantire un rapporto qualità (del comprensorio di piste e impianti offerto al cliente)/prezzo equilibrato, il che inesorabilmente avvantaggerà i pochi comprensori capaci di farlo accentuando la scrematura del comparto. Un cane che si morde la coda e a breve finirà per divorarsela del tutto, in buona sostanza.

Chissà se i proclami riguardo l’offerta turistica variegata extra-sciistica e la destagionalizzazione potrà salvare le stazioni dalla sorte palesemente segnata: posto che spesso sembrano solo belle parole alle quali fanno seguito ben pochi fatti, e che quando questi fatti si palesino appaiono basati sullo stesso modello turistico in autodistruzione, forse è ormai già troppo tardi per salvarsi. Senza contare che il «forse» verrà definitivamente eliminato dal divenire della realtà climatica: per molte stazioni sciistiche stanno per partire i titoli di cosa, nei quali alcun ringraziamento sarà dovuto a chi le ha gestite negli ultimi anni. Severo ma giusto, come si dice in questi casi – ma lo scrivo senza alcuna ironia, anzi.

Fare cose belle e buone (forse) in montagna: a Carezza (Val d’Ega, Alto Adige/Südtirol)

Qualche tempo fa, in una serie di articoli dedicati ai comprensori sciistici e al loro futuro – al netto dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze nivologiche – avevo indicato cinque punti a mio parere necessari per poter considerare le località dedite allo sci su pista veramente e pienamente sostenibili – non solo in ottica climatica, ribadisco – e dunque giustificabili nella loro presenza come operatori turistico-commerciali nei territori montani di riferimento.

I cinque punti, in brevissimo, erano: essere a bilancio energetico ed ecologico zero o positivo certificato; non costruire più nessun nuovo impianto di risalita e nessuna nuova pista di discesa al di fuori dei comprensori già attivi; eliminare totalmente l’innevamento artificiale; avere l’obbligo, in qualche modo adeguatamente sancito e verificato, di offrire servizi turistici non legati allo sci su pista in maniera equiparabile a quelli offerti agli sciatori; essere obbligate a mettere in atto soluzioni di mobilità sostenibile all’interno dei territori delle stazioni sciistiche. Come detto, questi punti li trovate esposti in maniera ben più articolata ad esempio qui.

Tutto ciò, posto che si possa e si debba considerare la salvaguardia del comparto economico dello sci su pista nel panorama turistico delle nostre montagne, ove possibile: ad esempio, appunto, in quei comprensori che almeno si rendano il più possibile sostenibili e non solo con scaltri tanto quanto biechi greenwashing ma concretamente, presentando fatti effettivi e risultati constatabili al riguardo.

Tra le stazioni sciistiche italiane che – dando credito a quanto si legge – hanno almeno avviato un percorso articolato verso la più elevata sostenibilità delle loro attività economica c’è Carezza Dolomites, comprensorio dotato di 40 chilometri di piste da sci al cospetto dei gruppi dolomitici del Catinaccio e del Latemar posto in comune di Nova Levante (provincia di Bolzano), del quale Carezza è una frazione.

Come si può leggere ad esempio in questo articolo di “Esquire”,

A Carezza da qualche anno l’attenzione è tutta rivolta all’ecosostenibilità. Da accortezze come lo spegnimento degli impianti quando l’afflusso di sciatori è basso alle modalità più verdi per la produzione della neve fresca, dall’eliminazione dell’inquinamento acustico attraverso l’offerta di navette fino alla riduzione dello spreco di carburante da parte dei gatti delle nevi grazie alle tecnologie GPS, l’area di Carezza ha conquistato nel tempo il titolo di comprensorio sciistico più verde dell’Alto Adige.

Su “Wisesociety.it” si legge in aggiunta che

Carezza è il primo comprensorio sciistico italiano a impegnarsi ufficialmente nell’impresa di diventare neutral entro un massimo di tre anni. L’area sciistica altoatesina ha infatti recentemente aderito al Patto per la Neutralità Climatica 2025, l’accordo stipulato nel 2015 da dieci aziende della regione austriaca del Vorarlberg che, grazie al coordinamento di Terra Institute, ha lo scopo di rendere tutte le attività imprenditoriali climaticamente neutrali. Un nuovo e importante impegno per l’area che aveva già intrapreso il suo percorso nel 2011 con l’introduzione, assieme alla località svizzera di Arosa, del progetto “Zone sciistiche climatiche alpine” rendendo possibile una consistente riduzione di carburante, grazie a un sistema di innevamento intelligente e a un metodo di preparazione basato su tracciati GPS e misurazione della profondità della neve. Il carburante risparmiato, in quel caso, è stato fino al 30%, nella preparazione delle piste, e fino al 25% nelle operazioni di innevamento. A guidare le future azioni del comprensorio verso l’obiettivo neutrale, sarà il motto: “Misurare, ridurre e compensare”. Sotto la lente di ingrandimento ci saranno le emissioni di CO₂ e gli altri gas ad effetto serra, come metano o protossido di azoto.

Alla collaborazione tra il comprensorio di Carezza e il Terra Institute è dedicata una sezione del sito di questo secondo, che potete leggere qui.

Questo è quanto. Il “forse” che ho deciso di inserire nel titolo di questo articolo è dovuto al fatto che non ho una conoscenza diretta e approfondita della concretezza e dell’efficacia delle misure di sostenibilità messe in atto a Carezza: ciò non significa affatto che le metta in dubbio ma che, oltre a quanto ho appena osservato, invito chiunque ne sia a conoscenza a fornirmi ulteriori dettagli sul comprensorio altoatesino e sulla sua realtà, in attesa che lo possa conoscere meglio direttamente in loco. Di contro, al netto di tali osservazioni, trovo che l’attivismo a favore dell’ecosostenibilità di Carezza sia un esempio assolutamente interessante, da seguire con attenzione e da proporre come potenziale modello per la miriade di altri comprensori sciistici che viceversa, in tema di armonia con il proprio territorio montano, palesano nella teoria e nella pratica un sostanziale disinteresse quando non un atteggiamento prevaricatore e dannoso. Peraltro in tal modo scavandosi da soli la fossa sotto i piedi senza rendersene nemmeno conto o fingendo al riguardo – il che è anche peggio.

P.S.: tutte le immagini che vedete nell’articolo sono tratte dalla pagina Facebook Carezza Dolomites.

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna delle quali ho scritto qui sul blog:

La «visione istituzionale» delle montagne: due casi interessanti

[I Piani di Bobbio in inverno; al centro della foto, parzialmente in ombra, il Vallone dei Mughi.]

Si dice che la visione che le persone hanno della natura determini tutte le loro istituzioni.

[Ralph Waldo Emerson, English Traits, 1857.]

Nei giorni scorsi sugli organi di informazione locali si è potuta leggere la notizia (io la prendo direttamente dal notiziario della Regione Lombardia per non far torto a nessun media, si veda lì sotto) dell’approvazione, da parte della Giunta regionale lombarda, dell’atto integrativo all’accordo di programma che prevede la realizzazione del “progetto strategico di ammodernamento, potenziamento e valorizzazione dei comprensori sciistici in Valbrembana, in provincia di Bergamo, e in Valsassina”, in questa finanziando la nuova seggiovia dei Megoffi ai Piani di Bobbio e l’impianto di innevamento artificiale ai Piani di Artavaggio. Ecco, a (ri)leggere notizie come questa, riferite a località per me “casalinghe” delle quali mi sono occupato più volte qui sul blog e altrove (si veda qui e qui), mi è venuta in mente l’affermazione di Emerson che ho citato, letta di recente nel testo citato. Poche parole che sanno dire tanto (d’altro canto il filosofo americano è un pilastro del pensiero moderno e contemporaneo), le quali citano termini chiave per lo sviluppo delle montagne come «visione» e «istituzioni» e che, elaborandone il senso espresso da Emerson, fanno inevitabilmente riflettere alla qualità politica (nell’etimologia originaria del termine) delle istituzioni che formulano e manifestano certe visioni della Natura – nonché poi la amministrano politicamente, appunto. Sia nel bene che nel male, ovviamente, ma con inevitabile maggior risalto nel secondo caso.

Detto ciò, posto che ormai da tempo seguo le vicende legate allo «sviluppo turistico» delle due località valsassinesi, per quanto mi riguarda la “nuova” seggiovia (invero già presente ai Piani di Bobbio) c’è obiettivamente da rimarcare che non ha apportato nulla di veramente significativo in più al comprensorio della località, già maturo e sostanzialmente privo di possibilità di sviluppo rilevanti (se non attraverso interventi disastrosi sotto ogni punto di vista, come quella prospettato anni fa per collegare Bobbio con Artavaggio ma che ci si augura messi da parte definitivamente). Non si tratta di un “investimento”, non può essere definito in tali termini allo stato delle cose; d’altro canto è un intervento che a me – ribadisco, a me – può non piacere e del quale non posso trascurare la portata materiale (ovvero ecologica) sul terreno ma che capisco, ponendomi nell’ottica commerciale che governa la località e nelle sue esigenze di (r)esistenza turistica che fanno di Bobbio ciò che è, piaccia o meno: oggi se si vuole pensare allo sci su pista in Valsassina si deve parlare dei Piani di Bobbio, non più di altri comprensori ormai definitivamente superati.

Ciò che invece si vuole fare ai Piani di Artavaggio, ribadisco quanto affermato in numerose altre precedenti occasioni, non riesco ad ammetterlo e non lo capirò mai. Innevare artificialmente la località è un atto che va ben oltre la propria mera funzionalità: significa artificializzare la Natura e il paesaggio dei Piani corrompendo il senso del luogo e dimostrando pervicacemente di non comprenderne la realtà, il valore, le valenze, le peculiarità, le potenzialità naturalistiche e non solo (già più volte elencate da me e da altri) per imporvi le proprie “prepotenze” artificiali. Non è una mera questione ambientale, che ovviamente ci può ben essere – scavi, tubi, cavi, impianti vari, eccetera – ma si potrebbe anche risolvere, se poi le cose venissero sistemate a dovere e il terreno rinaturalizzato come dovrebbe essere; semmai è innanzi tutto una questione culturale, di pensiero, di atteggiamento e predisposizione nei confronti della montagna e del paesaggio, di umiltà e razionalità. Di visione, come indicava Emerson. È l’inabilità – o la non volontà – di comprendere quale tesoro si ha a disposizione e, per questo, decidere di dimenticarlo e “metterci sopra” altra roba, ben più dozzinale, banale, monotona, alla lunga noiosa. Perché è questa la parabola inesorabile di opere del genere: un certo successo iniziale dovuto alla “novità” (?), poi l’ordinarietà, la normalizzazione, l’indifferenza, la noia, infine il fastidio. Che si manifesta sia in chi frequenta il luogo sia nel luogo stesso, il cui paesaggio è stato infastidito in così grossolani modi. Infastidendo pure chi in loco ci lavora e magari si sarà illuso (o sarà stato illuso) di essersi assicurato il miglior futuro possibile.

Quelli per la “nuova” seggiovia di Bobbio sono soldi spesi, banalmente ma, nell’ottica turistica commerciale del luogo e tralasciando il suo equilibrio ecologico, comprensibilmente. Quelli su Artavaggio sono soldi buttati, sia perché irrazionali rispetto alla realtà che stiamo vivendo e vivremo sempre più in futuro e sia perché destinati inesorabilmente a impoverire il luogo del suo valore peculiare, della sua attrattiva, della sua bellezza naturale, offuscandone il fascino genuino che così tante persone apprezzano. E constatare, citando nuovamente Emerson, che siano proprio le istituzioni a volere tali opere è quanto mai emblematico della «visione» che vorrebbero imporre alla montagna come parte del paesaggio naturale. Che è sua volta “istituzione” ma in senso culturale autentico e fondamentale nonché patrimonio di tutti, per come sappia istituire un senso importante alla nostra vita e al nostro vivere il mondo in modo armonioso e equilibrato. Se sappiamo percepirlo con la giusta visione delle cose, ovviamente.

Uno strano fenomeno, sulle Alpi italiane

[Panorama della conca di San Simone, Val Brembana, Alpi Bergamasche. Foto tratta da Ciaspole.net.]
Questo inverno in giro per le Alpi italiane sta accadendo uno strano fenomeno. Anzi, accadeva anche negli inverni scorsi, ma quest’anno pare in modo più evidente. Spiego: molte località sciistiche che per un motivo o per l’altro non hanno aperto gli impianti di sci (per problemi finanziari delle società a cui fanno capo, assenza di concessioni, mancanza di gestori, eccetera) e per le quali tale chiusura è stata considerata da alcuni come «una catastrofe», «la morte della località», «la fine dell’economia locale» e via di questo passo, stanno invece inopinatamente vedendo un notevole afflusso di gitanti, con parcheggi stracolmi, ristoranti e rifugi a pieno regime, scialpinisti e ciaspolatori un po’ ovunque, famiglie con bambini che si godono la sicurezza e la tranquillità di una gita sulla neve priva dei pericoli e dei disturbi per impianti e piste da sci inevitabilmente genererebbero.

In pratica: dove un tempo si sciava e ora non più, e dove per questo si credeva ci sarebbe stato il “deserto”, c’è invece più gente di quando gli impianti erano funzionanti e più di altre località nelle quali i comprensori sciistici sono aperti. Che cosa stranissssssssima, vero?

Spiega bene il “fenomeno” Massimo Sonzogni nel servizio realizzato di recente per “BergamoTV” e dunque con un focus specifico sulle località nelle condizioni sopra descritte sulle montagne bergamasche, ma mi giungono notizie simili anche da altri paragonabili territori montani lungo un po’ tutte le Alpi:

Ma dunque, quelli che sostengono a spada tratta e sovente con sprezzante sicumera lo sci su pista, adducendo come motivazione fondamentale che senza lo sci la montagna muore (qui, ad esempio), e per giunta in base a ciò chiedendo continuamente sostegni finanziari pubblici, che dicono? E che dicono gli amministratori politici che quei sostegni finanziari elargiscono munificamente ignorando totalmente o quasi il supporto a qualsiasi altra forma di frequentazione turistica non sciistica e più sostenibile della montagna invernale (parimenti ignorando i servizi di base di cui i residenti avrebbero realmente bisogno? Dove sono gli effetti dell’altrettanto sbandierato “indotto” economico che lo sci su pista creerebbe nei territori ai quali viene imposto, dove sono i benefici diffusi sul lungo periodo per l’intera comunità che li abita? Siamo dunque proprio sicuri che i comprensori sciistici siano l’unica via di sviluppo possibile per le montagne, anche al di là dei loro esorbitanti costi di gestione e le problematiche ambientali che presentano, o forse, come anche Sonzogni osserva (anche in modo parecchio retorico) nel servizio di “BergamoTV”, forse è lecito porsi qualche interrogativo sul futuro della montagna e riflettere sul reale stato delle cose in modo sensato, coerente e costruttivo, stando ben lontani dalle strombazzate propagande filosciistiche che obiettivamente appaiono – in buona parte dei casi – sempre più forzate se non proprio prepotenti e oppressive in primis per le montagne alle quali vengono imposte e per le comunità che le abitano?

Sono solo alcune delle tante altre domande, nette e chiare, alle quali non sembrano giungere risposte di alcun genere da parte di coloro ai quali vengono poste ma la cui formulazione riceve solo insulti nemmeno tanto velati e asserzioni sovente arroganti. Tuttavia restiamo in attesa, fiduciosi tanto quanto vigili – ma più la seconda che la prima, già.

Cronache del cambiamento (climatico): futuri disoccupati delle montagne?

[Foto di Yann Allegre su Unsplash.]

Tempi duri per i maestri di sci e di snowboard. L’assenza di neve, infatti, influisce in maniera pesante sulle loro attività. In particolare, a essere penalizzati sono i professionisti senza un’attività propria parallela.
Ogni inverno, a Les Paccots (FR), una quarantina d’istruttori venivano mobilitati durante le prime tre settimane della stagione. Per una ventina di loro, le lezioni di sci sono l’unica fonte di reddito. Purtroppo, però, quest’anno la stagione è iniziata in ritardo.
«Due o tre sono riusciti ad andati a lavorare in Francia durante le vacanze, ma per molti è una grossa perdita di reddito», lamenta Yves Büchler, direttore della scuola di sci di Paccots. «Incrociamo le dita affinché la neve scenda. Ma, guardando in prospettiva, con il passare degli anni la situazione sarà sempre più complicata», afferma Jefferson Dumas, uno degli istruttori.

[Dall’articolo La mancanza di neve costringe gli istruttori a licenziarsi pubblicato su “Tio.ch” il 9 gennaio 2023.]

I maestri di sci: ennesime vittime – loro malgrado – della monocultura dello sci nell’epoca del cambiamento climatico? Potrebbe essere una questione marginale, certo, ma è a sua volta emblematica riguardo gli stravolgimenti in corso sulle nostre montagne, tanto inesorabili (salvo inopinati miracoli climatici) quanto ancora poco o nulla analizzati, compresi, gestiti parimenti all’elaborazione della conseguente, necessaria resilienza socioeconomica – oltre che ambientale. Che succederà, dunque?

(Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo di “Tio.ch” nella sua interezza.)