[Articolo originariamente pubblicato il 7 aprile 2024 su “L’AltraMontagna“.]
Nei dibattiti sul cambiamento climatico e la transizione ecologica che ormai stabilmente trovano spazio sulla stampa e nell’opinione pubblica, il tema delle energie rinnovabili è tra quelli più dissertati, soprattutto in relazione alla necessità assodata di svincolarci dall’uso dei combustibili fossili nel tentativo di contenere le conseguenze del riscaldamento globale. Su questo dibattito negli anni recenti è comparsa una variabile inattesa eppure per molti versi drammatica, l’emergenza idrica, che ha rivelato la fragilità di territori che mai prima si sarebbero ritenuti in pericolo per la carenza di acqua come quelli alpini. Eppure, anche al netto di quel periodo siccitoso verificatosi tra il 2021 e il 2023, la crescente mutevolezza dei fenomeni meteorologici, le nevicate in diminuzione, la fusione dei ghiacciai e dunque la costante perdita del “magazzino” di acqua potabile che rappresentano, oltre a varie carenze infrastrutturali croniche del paese, ha riportato in auge numerosi progetti di “nuove” dighe e invasi artificiali (invero elaborati in origine decenni fa), non solo come elementi necessari alla transizione energetica ma ora anche come riserve di acqua ad uso domestico e agricolo e opere utili alla gestione idrogeologica dei territori alpini e subalpini.
Tra questi progetti forse quello più dibattuto in assoluto sulle Alpi italiane è quello del Vanoi, vallata tra Trentino e Veneto percorsa dall’omonimo torrente: qui, in territorio comunale di Lamon (Belluno) si vorrebbe edificare una grande diga, alta circa 120 metri, che formerebbe un bacino tra i 33 e i 40 milioni di metri cubi. Un progetto la cui prima ideazione risale addirittura al 1922 e la cui versione più recente e ora dibattuta è del 1998, pensato innanzi tutto per la produzione idroelettrica ma sempre più, negli anni recenti, propugnato come serbatoio necessario per alimentare l’asta del Brenta – il fiume che sviluppa a valle del Vanoi – e sopperire alle necessità dell’agricoltura nelle pianure tra Vicenza e Padova. Come detto, le recenti emergenze idriche hanno contribuito a sostenere ancora di più queste supposte finalità, d’altro canto ritenute da numerosi esperti strategiche per il nostro paese seppur con punti di vista differenti riguardo la loro realizzazione.
[Immagine tratta da www.giornaletrentino.it.]Probabilmente molti di voi, e innanzi tutto chi abita nel Triveneto, avrà letto del progetto del Vanoi sulla stampa. Il motivo primario per il quale la vicenda è nota è per come il progetto abbia messo in conflitto due amministrazioni dello stesso segno politico, la Regione Veneto da una parte e la Provincia Autonoma di Trento dall’altra: la diga si ubicherebbe per pochi metri in territorio veneto ma l’intero bacino imbrifero che alimenterebbe il lago è trentino, parte che dunque subirebbe le maggiori conseguenze idrogeologiche e ecologiche per un uso della risorsa idrica di cui gioverebbe un’altra regione. Lo scontro tra i due enti locali “amici” è stato a tratti aspro, con la Provincia autonoma di Trento che lamenta da sempre una «mancanza di trasparenza» da parte della giunta regionale veneta e l’assenza di coinvolgimento nella discussione politica sul progetto: identiche lamentele vengono rimarcate dai comuni trentini (Canal San Bovo e Cinte Tesino) sul cui territorio insisterebbe il nuovo bacino. Ma anche sul lato veneto il comune di Lamon, che ospiterebbe la diga, ha più volte evidenziato il proprio diniego al progetto e la stessa Provincia di Belluno lo ha già ufficializzato lo scorso ottobre all’unanimità, per di più ottenendo proprio di recente dal Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste l’accesso agli atti relativi al progetto (in precedenza negato alla Provincia di Trento), così da fare maggiore chiarezza su quanto previsto in Vanoi.
[La valle del torrente Vanoi.]Infine, le associazioni ambientaliste attive tra Veneto e Trentino, a partire dal “Comitato per la difesa del torrente Vanoi e delle acque dolci” nato nel 1998 all’epoca della presentazione dell’ultima versione del progetto, da tempo segnalano le tante criticità presenti nell’area della Val Cortella, nella quale scorre il Vanoi: innanzi tutto lo stato di rischio geologico 4, il massimo della scala di riferimento, reso peraltro palese dal lungo elenco di smottamenti degli ultimi anni; lo stato di unicum biologico del torrente Vanoi, che ospita specie ittiche endemiche a rischio di estinzione, le valenze naturalistiche, storiche e paesaggistiche di una valle ancora significativamente integra, inoltre l’assenza di una concreta valutazione ecologica riguardante vantaggi e svantaggi dell’opera, se realizzata. Al riguardo lo scorso luglio Italia Nostra ha emesso un position paper particolarmente esaustivo al riguardo, con le motivazioni in base alle quali il progetto sarebbe da accantonare senza ulteriori indugi.
[Una scritta apparsa di recente nella zona di Lamon. Immagine tratta da www.lavocedelnordest.eu.]Insomma: una diga che non vuole nessuno eccetto la giunta che attualmente governa la Regione Veneto e, ovviamente, il Consorzio del Brenta, beneficiario dell’opera. Nonostante ciò, la regione nel dicembre 2022 ha stanziato un milione di Euro per avviare l’iter esecutivo dell’opera, il cui costo complessivo è stimato in ben 962 milioni di Euro. Poco meno di un miliardo di soldi pubblici – ma siamo in Italia, paese nel quale quasi mai un’opera pubblica, una volta finita, costa come il preventivo iniziale ma sempre di più, a volte moltissimo di più – per una diga che non solo nessuno o quasi vuole, come detto, ma che rischia di risultare per diversi aspetti inutile, inefficace, sprecata, al di là delle problematiche più specificatamente ecoambientali…
[⇒⇒⇒ Continua con altre osservazioni importanti e molti dati significativi su “L’AltraMontagna”, qui.]
Vorrei ringraziare tutti quelli che hanno espresso il proprio parere nei commenti (che potete leggere cliccando qui sopra) al post di qualche giorno fa nel quale ho chiesto di dichiararsi favorevoli o contrari alla costruzione di nuove grandi dighe sulle montagne italiane. Non può essere certamente considerato un vero e proprio sondaggio, ma certamente le risposte forniscono un’interessante opinione tendenziale, nel suo piccolo comunque significativa, ancor più se contestualizzata all’ambito montano del quale mi occupo e che quasi tutti voi frequentate più o meno assiduamente, il che dà maggior peso alle vostre opinioni.
Per riassumere rapidamente i risultati: la gran parte di voi si dice contraria alla costruzione di nuove grandi dighe e ritiene che si debba puntare su altre energie alternative e rinnovabili; se questo fosse stato un referendum, tra le risposte qui e sul blog i “NO” inequivocabili avrebbero vinto alla grande (sarebbero oltre il 58%; favorevoli il 9%, incerti per vari motivi il 33%). Di contro permangono dei dubbi rispetto alla sostenibilità del fabbisogno energetico nazionale, in costante aumento, mentre qualcuno ritiene possibile la valutazione di singoli casi solo se ben ponderata.
In generale la questione va ovviamente oltre la mera domanda posta, e concerne in senso più ampio la gestione complessiva dei territori antropizzati, ancor più se delicati come quelli montani, la nostra relazione con essi nonché l’impronta che la nostra presenza vi imprime e agisce sui loro ambienti e sui paesaggi. Cioè, per dirla in poche parole, il tema concerne il rapporto tra ecologia e economia e la nostra volontà di stabilirne l’equilibrio adattivo o il contrasto funzionale.
Tornerò presto a occuparmi del tema e a chiedere le vostre opinioni. Per ora, se volete saperne di più al riguardo, è possibile consultare il “Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima” nella versione più aggiornata (luglio 2023), anche se (spoiler!) non dirime tutti i dubbi che sorgono sulla questione: lo trovate qui.
[Il cantiere della nuova diga di Spitallamm, nei pressi del Passo del Grimsel sulle Alpi svizzere. Immagine tratta da www.grimselstrom.ch.]Negli articolati dibattiti sui temi del cambiamento climatico e della transizione ecologica, quello delle energie rinnovabili è certamente tra i più dissertati e in esso, per diversi motivi ma soprattutto in forza dei recenti periodi di siccità (che peraltro ora interessano il sud Italia), lo sono divenuti alcuni progetti, vecchi e recenti, di realizzazione di nuove grandi dighe nelle valli alpine (Moiola, Combanera e Pont Canavese in Piemonte, Vanoi tra Trentino e Veneto, Valcellina in Friuli-Venezia Giulia, per citarne alcuni): per produrre energia idroelettrica pulita e rinnovabile, per creare riserve idriche utili in caso di future siccità, per aumentare le difese idrauliche rispetto agli eventi meteorologici estremi, sempre più frequenti. Tutti vantaggi innegabili per i territori interessati ma a fronte di non meno irrefutabili svantaggi: impatti paesaggistici, ecologici e ambientali locali pesanti, costi elevatissimi (fino a 1 miliardo di Euro a impianto) con periodi di ammortamento molto lunghi, efficacia condizionata dallo stato delle reti di distribuzione idrica a valle delle dighe, che in Italia perdono quasi metà dell’acqua immessa (42,4%, da ultimi dati Istat; in certi territori alpini anche di più).
Posta tale situazione generale (che ho riassunto rapidamente ma, spero, compiutamente), vi chiedo: che ne pensate voi? Siete favorevoli o contrari alla costruzione di nuove dighe sulle Alpi? I vantaggi sono maggiori degli svantaggi o viceversa?
[Favorevoli e contrari al progetto della diga sul Vanoi. Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]Prossimamente, grazie ad altri significativi contributi, approfondirò il tema, al quale sono ovviamente sensibile per averci scritto sopra un libro (Il miracolo delle dighe, sì, anche se racconta molto altro sulle dighe delle Alpi) e che risulta senza dubbio tra i più emblematici riguardo il futuro non solo delle nostre montagne e delle comunità che ci abitano ma di tutto il paese.
[Panorama della Valle Varaita dal Monte Ricordone, sopra Frassino.]Sabato prossimo, 6 aprile, avrò la possibilità di fare una delle cose che trovo più interessanti, affascinanti e al contempo più importanti: partire dalle mie montagne per andare a parlare di montagne su altre montagne! Alle ore 16 di sabato infatti sarò ospite della Biblioteca di Frassino, in Valle Varaita (Cuneo) insieme a una delle figure più significative della cultura di montagna italiana, Maurizio Dematteis, direttore dell’Associazione Dislivelli, per parlare di Dighe, acqua e montagna nell’ambito dell’edizione 2024 della rassegna “Parole Erte. Storia e memoria al tempo presente” organizzata dalla stessa Biblioteca in collaborazione con Fusta Editore, con ingresso libero.
Partendo dai rispettivi libri – il mio Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne (Fusta Editore, 2023) e quello di Dematteis con Michele Nardelli Inverno Liquido. La crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa (DeriveApprodi, 2022) – e con la partecipazione indispensabile del pubblico, discuteremo insieme di montagne viste osservate attraverso la “lente liquida” di una delle loro risorse fondamentali, l’acqua, che con le dighe produce energia e in forma di neve produce turismo, due ambiti economici e a modo loro industriali che hanno fortemente caratterizzato la realtà dei territori montani da un secolo a questa parte, nel bene e nel male. D’altro canto l’acqua non è che uno degli elementi materiali più emblematici del mondo delle terre alte, la cui dimensione ricca di potenzialità tanto quanto di criticità è stata e sarà sempre fondamentale per il nostro paese, che è fatto per gran parte di montagne anche se sovente se lo dimentica, o se ne rende conto ma non nel modo migliore.
Sarà un gran piacere per me e per Maurizio Dematteis se, essendo di zona o nei paraggi, potrete e vorrete essere presenti: ne uscirà un incontro e una chiacchierata estremamente interessante, costruttiva e, mi auguro, pure istruttiva per tutti. Al termine dell’incontro la Biblioteca di Frassino offrirà ai presenti un gustoso aperitivo, occasione ulteriore per continuare a chiacchierare insieme delle “nostre” montagne.
Dunque ci vediamo a Frassino, sabato alle ore 16!
[Il Monte Ricordone visto dal Monte Birrone; a destra, nel fondovalle, l’abitato di Frassino. Foto di Luca Bergamasco, opera propria, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
(Articolo originale pubblicato su “L’Altra Montagna” il 27 marzo 2024; cliccate sull’immagine qui sotto per leggerlo.)
Sono passati all’incirca due anni da quando, su alcuni organi di informazione locali, comparve la notizia di un progetto con il quale si prospettava il ritorno dello sci sul Monte San Primo, nel Triangolo Lariano in comune di Bellagio, provincia di Como. Nuovi impianti di risalita, innevamento programmato, nuove strade e parcheggi nonché l’ipotesi di una nuova seggiovia, il tutto finanziato con 5 milioni di Euro di soldi pubblici. A 1100 metri di quota, in una località che, stante le caratteristiche geografiche e la realtà climatica in divenire, non può più garantire le condizioni atte alla permanenza della neve al suolo (sul San Primo, la cui quota massima è 1682 metri, non nevica più seriamente da anni ormai) e peraltro ha conosciuto in passato diverse traversie nella gestione degli impianti sciistici, aperti, chiusi e riaperti più volte fino alla chiusura definitiva nel 2013.
[Uno dei primi articoli usciti sulla stampa locale nel 2022 che annunciava il progetto sul Monte San Primo.]Posta la vicinanza della data del 1° di aprile, non pochi alla lettura di quelle notizie che davano conto di un progetto così assurdo – la cui denominazione ufficiale è “OltreLario: Triangolo Lariano meta dell’outdoor” – pensarono a uno scherzo, anche piuttosto ben fatto e divertente per come vi fossero citati enti e amministratori locali aventi effettivamente competenza sul Monte. Invece, malgrado l’assurdità palese, non si trattava di uno scherzo: era – ed è – tutto vero.
La mobilitazione della società civile contro un progetto così scriteriato e avulso dalla realtà del territorio in questione e dalle sue effettive potenzialità riguardo una frequentazione turistica dolce e sostenibile, è stata immediata e imponente, radunando tanto associazioni di varia specie, non solo di tutela ambientale e non soltanto locali, quanto soggetti privati e singoli cittadini, che ben presto si sono riuniti in un collettivo a difesa del monte, il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”. Al contempo è cominciata l’attività di denuncia e di sensibilizzazione sulla questione, incessante e sempre più partecipata, con appelli, comunicati stampa, una raccolta firme di tipo tradizionale, dunque in forma cartacea e non come petizione online, allo scopo di radicare l’iniziativa sul territorio e di farne una manifestazione autentica e consapevole di protesta e diniego nei confronti del progetto, eventi sul monte e incontri pubblici (il più recente ha avuto come ospite Marco Albino Ferrari), la realizzazione del sito web https://bellagiosanprimo.com/ che testimonia tali attività e l’impegno condiviso da tutte le associazioni, ben trentacinque, che oggi fanno parte del Coordinamento, nonché la frequente sottoposizione agli enti pubblici che sostengono il progetto – in primis il Comune di Bellagio e la Comunità Montana del Triangolo Lariano, spalleggiati da Regione Lombardia – della richiesta di un confronto su quanto proposto, di un incontro, un dibattito che innanzi tutto rendesse noti alla comunità locale in maniera chiara e non solo approssimativa tutti gli interventi proposti nel progetto, oltre che, per quanto necessario, una discussione sulla qualità degli stessi e sulle conseguenze, positive e negative, sul territorio e i suoi abitanti. Confronto sempre ostinatamente negato dalle suddette istituzioni, da allora e fino a oggi.
[Alcune immagini invernali del Monte San Primo e di una delle tante manifestazioni a difesa della montagna contro il progetto sciistico.]Viceversa, la stampa nazionale e internazionale non poteva restare insensibile alla sconcertante assurdità del progetto previsto sul Monte San Primo: decine e decine di articoli giornalistici e radiotelevisivi, tutti documentati nel sito del Coordinamento, hanno reso il “caso San Primo” uno dei più significativi e emblematici di quell’assalto alle Alpi, per citare il noto libro di Marco Albino Ferrari, da più parti e in numerose località perpetrato ma che nel caso del territorio lariano assume inevitabilmente caratteri parossistici. Diversi di quegli articoli hanno utilizzato il termine “follia”: come d’altronde definire un progetto che pensa di riportare lo sci a poco più di 1000 metri di quota, dove non nevica più e se pur nevicasse non ci sono le temperature adatte a mantenere la neve al suolo oppure per produrla artificialmente? Inoltre: il Monte San Primo è una delle zone carsiche più famose d’Italia, con complessi ipogei tra i più vasti del sud Europa: dove si penserebbe di prendere l’acqua necessaria ad alimentare i cannoni sparaneve? D’altro canto “folle” è anche non vedere e comprendere le innumerevoli potenzialità del San Primo dal punto di vista ecoturistico: un monte a un’ora d’auto da Milano e ancora meno dal suo iper antropizzato hinterland settentrionale, dotato di una bellezza paesaggistica unica che diventa manifesta in alcuni dei panorami che offre, celeberrimi in tutto il mondo, di una rete sentieristica di pregevole valore seppur a volte carente di manutenzione, di angoli che paiono fatti apposta per svilupparvi attività di educazione ambientale e didattiche sulla realtà montana e prealpina nonché di un vastissimo pubblico che ama e frequenta il Monte San Primo proprio per tutte queste sue peculiarità, e che il ritorno a una infrastrutturazione sciistica probabilmente allontanerebbe, stante la banalizzazione del luogo imposta da quel modello di frequentazione turistica. Senza contare, in caso di realizzazione delle opere del progetto, il notevole danno ambientale inferto al territorio, nel quale ancora si possono ritrovare i resti ridotti a rottami dei passati tentativi di “valorizzazione” – gli impianti di risalita dismessi, le opere ad essi accessorie, piste e strutture per le mtb e il downhill, addirittura un vecchio battipista…