Il vero problema di molta turistificazione dei territori montani

In tema di infrastrutture turistiche nei territori montani, pensate, progettate, realizzate, l’aspetto che di frequente trovo irrimediabilmente discutibile e contestabile non è tanto legato alle opere proposte, al loro impatto ambientale o ai soldi necessari, quasi sempre pubblici, ma alla visione e all’idea della montagna elaborata dalla politica e dai soggetti promotori che da esse risulta ben evidente. Che è quella, invariabile, di un parco giochi ove i “cittadini” possano svagarsi. Fine, null’altro.

Vi è una palese mancanza di volontà, o una mera incapacità, di pensare la montagna come un luogo dotato di vita propria di sviluppo socio-economico peculiare, slegato da modelli importati e imposti anche quando non consoni. Vi si impone il mantra del “turismo-miniera d’oro”, pretesa panacea di tutti i mali, che trasforma i territori montani in divertimentifici e le comunità residenti in servitori oppure in testimoni inermi, e su quel mantra si concentrano la grandissima parte delle risorse finanziarie, lasciando alle iniziative non turistiche e allo sviluppo delle economie locali slegate dal turismo soltanto le briciole e una ben scarsa considerazione. Si continua a sostenere che il turismo sia l’unica cosa che possa contrastare lo spopolamento dei territori montani e sostenerne lo sviluppo, ma basta dare una rapida occhiata ai dati demografici e economici per capire che non è affatto così, che le montagne turistificate perdono abitanti e dunque reddito tanto quanto quelle non sottoposte alle dinamiche del turismo di massa, anzi, a volte anche di più di questi.

Di contro, la costante spinta politica a favore dell’infrastrutturazione turistica, che si palesa in modi altrettanto costanti, dimostra l’assenza pressoché totale di una visione strategica e organica di sviluppo autentico dei territori montani, di sostegno concreto alle loro comunità, di volontà di conoscenza e comprensione delle peculiarità specifiche di essi e, dunque, delle reali potenzialità che offrono e delle necessità di cui abbisognano. È un lavoro troppo difficile, evidentemente, troppo impegnativo e prolungato nel tempo, dunque si va con il copia/incolla dello stesso modello omologato e massificato, con le stesse opere ovunque, con l’identica mentalità di fondo cioè quella del luna park di montagna, appunto. Un panem et circenses alpestre, insomma, funzionale da un lato a far credere di agire “a favore” delle montagne e, dall’altro, a soddisfare le dinamiche turistiche più massificate e degradanti. Oltre che a spendere rapidamente i finanziamenti disponibili, ovviamente, sena pensare troppo né alla logicità e alla sensatezza della spesa, né alle conseguenze.

Va benissimo sostenere e sviluppare l’economia turistica, ci mancherebbe, ma non nei modi monoculturali e assoggettanti imposti dalla politica, semmai come elemento equilibrato e organico di uno sviluppo complessivo dell’intero territorio coinvolto, espanso nel lungo periodo così da consolidarne gli effetti nel tempo, e con fulcro di tutto la comunità residente e la sua stanzialità. Il turismo deve sostenere e alimentare i territori, non consumarli e degradarli, così come la politica deve fare innanzi tutto gli interessi dei luoghi amministrati e dei loro abitanti, non di chi li frequenta senza alcuna connessione con il tessuto sociale e culturale locale. Va benissimo salire sui monti per sciare, pedalare, correre, abbronzarsi, divertirsi, ma solo se la matrice ludico-ricreativa del turismo montano sia una fonte di energia per l’intero territorio che coinvolge senza per ciò pretendere di assoggettare il paesaggio e l’identità a certe dinamiche prettamente economiche e consumistiche, che inesorabilmente – ripeto, inesorabilmente – genereranno molti danni al territorio e ai suoi abitanti.

Ecco.

Dunque, perché molta politica – locale, ma non solo – non capisce queste pur elementari nozioni e permette una spesso pesante banalizzazione delle montagne, con il conseguente degrado ambientale, sociale e culturale dei luoghi?

14 miliardi di Euro spesi bene (un altro post “populista”)

[Immagine tratta da www.ansa.it.]
Vi propongo un’altra riflessione “populista” e “demagogica” – e, sinceramente, se tale viene giudicata, sono fiero che lo sia.

La frana che sta interessando Niscemi, in Sicilia, è l’ennesima e non più necessaria dimostrazione di quanto il territorio italiano sia fragile e ovunque – sulle montagne, lungo le coste, anche in pianura – in balìa di numerosi dissesti idrogeologici, a volte naturali o causati dall’estremizzazione delle condizioni meteo climatiche, altre volte indotte da un’antropizzazione malfatta quando non palesemente sconsiderata del territorio. Su tali dissesti si interviene quasi sempre a danno fatto in modo emergenziale, con costi dell’ordine di miliardi di Euro (per le sole recenti mareggiate che hanno devastato le coste siciliane si stimano 2 miliardi di danni), mentre una ben più adeguata gestione idrogeologica (nonché urbanistica) del territorio nazionale ne eviterebbe molti, con notevole risparmio delle risorse pubbliche da un lato e maggior cura (anche estetica) del territorio e dei suoi paesaggi dall’altro.

Bene: posto ciò, si vorrebbero spendere 14 miliardi e rotti di soldi pubblici per la realizzazione di un ponte – quello sullo Stretto di Messina, certo – sostanzialmente inutile allo stato di fatto delle cose oltre che opinabile per mille diversi e validi motivi. Perché non utilizzare quella cifra così ingente – di soldi pubblici, ribadisco – per mettere preventivamente in sicurezza il territorio nazionale dal dissesto idrogeologico, il cui rischio peraltro aumenta in modo proporzionale all’evolversi della crisi climatica, mettendo dunque in sicurezza noi tutti che lo abitiamo e frequentiamo?

Quanti problemi al riguardo, quante situazioni di criticità si potrebbero sistemare e risolvere con 14 miliardi di Euro? O ci va bene di ammettere la realizzazione di un ponte “straordinario” al servizio di un territorio il cui dissesto è sempre più ordinario?

Ecco, “populismo” e “demagogia”. Infatti.

A Chiavenna, il 4 febbraio, per parlare di Olimpiadi, sostenibilità, legacy, di promesse infrante e opportunità reali

[Veduta verso sud di Chiavenna e della sua valle. Foto di Lance Martin tratta da www.alltrails.com.]
Manca ormai pochissimo all’inizio delle Olimpiadi di Milano Cortina, ma già da tempo il disastro cagionato ai territori è evidente, in Valtellina in modo particolare. Si cerca di nasconderlo parlando della “legacy olimpica”, di ciò che di buono le Olimpiadi lasceranno nei territori. Ma è veramente così? In Valchiavenna, che è provincia di Sondrio come Bormio e Livigno ma è stata sostanzialmente tagliata fuori dall’evento olimpico, che succederà? Come si può realmente valorizzare il meraviglioso territorio montano chiavennasco senza ricorrere al degradante modello olimpico che è stato imposto a forza alla Valtellina? E cosa può fare la comunità locale al riguardo, da subito e in ottica futura, tanto in senso politico quanto in quello sociale e culturale?

Di questi importanti e affascinanti temi, di interesse generale che se necessariamente contestualizzati (e contestualizzabili) a ogni singolo territorio montano, ne parlerò mercoledì 04/02 a Chiavenna, presso la sede della Società Democratica Operaia, in un evento dal titolo “Olimpiadi sostenibili: una promessa infranta. Quale “armonia” tra uomo e Natura, tra città e montagna?” organizzato e curato dal Centro Culturale “Oltre i Muri” di Sondrio, insieme alle prestigiose figure di Angelo Costanzo, Presidente di “Oltre i Muri” e profondo conoscitore della realtà contemporanea della provincia di Sondrio, e Albino Gusmeroli, ricercatore del Consorzio AASTER ed esperto di processi di empowerment dei contesti territoriali.

Sarà un incontro importante non solo per analizzare e discutere la realtà valchiavennasca ma, come accennato, anche per comprendere meglio la condizione contemporanea della montagna italiana caratterizzata da circostanze simili e di contro sottoposta a crescenti variabili critiche – economiche, sociali, demografiche, climatiche, ambientali… – oltre che a scelte amministrative spesso discutibili, rispetto alle quali le comunità residenti devono essere messe in grado di affrontarle al meglio e con gli strumenti politici (nel senso più alto e compiuto del termine) migliori possibile.

[Un’altra veduta della zona di Chiavenna dalla Val Bregaglia italiana. Foto di Wouter User tratta da http://www.alltrails.com.]
Qui potete trovare il comunicato stampa sull’incontro, nel quale è riassunta in maniera efficace la situazione attuale della Valtellina “olimpica”; qui invece trovate la locandina dell’evento in formato pdf.

Dunque, se potete non mancate: la vostra partecipazione sarà importante e necessaria, senza alcun dubbio.

Turismo consapevole

[Immagine tratta da https://lesroches.edu.]
Qualche giorno fa ho chiesto sul blog e sui social a voi che mi concedete il privilegio (sul serio) di leggere ciò che scrivo quale può essere la miglior definizione per indicare il turismo che oggi viene genericamente definito “sostenibile”, formula formalmente corretta ma all’atto pratico talmente abusata da aver spesso perso valore e credibilità. In altre parole, ho chiesto come si potrebbe definire la frequentazione turistica di segno diverso se non opposto al turismo di massa, quello che sovente diventa iperturismo/overtourism, e che invece appare molto più gestibile dai territori e dalle comunità non solo in termini quantitativi ma, soprattutto, qualitativi.

Varie volte, in dissertazioni sul tema del turismo contemporaneo, io e altri ci siamo trovati a chiederci quale definizione “uniformata” e condivisa poter utilizzare per definire il suddetto turismo, non sapendo bene cosa rispondere: anche per questo ho sottoposto la domanda.

Potrebbe sembrare una questione de lana caprina, d’altro canto le parole sono importanti e il loro senso, quello che le rende significanti e più compiutamente comprese, è il primo di ciò che indicano e definiscono. Per tale motivo definire una cosa con le giuste parole da subito vi conferisce valore, identità, riconoscibilità, dignità, rispettabilità; ed è per lo stesso motivo, in senso opposto, se «turismo sostenibile» rispetto a certe situazioni per le quali viene utilizzata appare spesso una definizione contraddittoria, quando non menzognera, anche al netto dell’abuso che se ne fa.

[Immagine tratta da www.smartvel.com.]
Dunque, la definizione che è stata più citata e ha ricevuto i maggiori consensi è TURISMO CONSAPEVOLE, e la motivazione principale addotta è che l’aggettivo che la caratterizza pone l’accento sulla conoscenza, in primis del luogo e di chi lo abita (in maniera reciproca) dunque sulla matrice culturale che la pratica del turismo possiede (ancora oggi, anche se soffocata dal consumismo delle destinazioni) che alimenta anche la relazione, a sua volta culturale per propria ineludibile natura, con i luoghi.

Citate anche le definizioni di turismo rispettoso, responsabile, dolce, slow, vitale, della decrescita, ambientalmente immersivo. Anche queste rimarcano a moro loro altre peculiarità del turismo più armonizzato ai luoghi, e comunque in tutti l’accezione culturale è presente in maniera più o meno evidente.

Ringrazio tutti voi che avete risposto, anche per le ottime considerazioni proposte sul tema, e ringrazio anche chi non ha risposto ma ha dedicato qualche istante di riflessione al riguardo. È comunque qualcosa di utile.

No, Bormio non è pronta per Olimpiadi così!

Si parla molto di legacy. Quale sarà l’eredità olimpica per Bormio e la Valtellina?
«C’è una legacy tangibile, fatta di strutture come lo Ski Stadium, l’Hospitality Lounge e soprattutto il nuovo impianto di innevamento, che consente di produrre grandi quantità di neve in tempi molto più brevi e potrà allungare la stagione turistica. Poi c’è una legacy intangibile, forse ancora più importante, legata alle competenze, alle esperienze e alla crescita delle persone, in particolare dei giovani del territorio che stanno lavorando a questo evento».

Visto che nelle ultime settimane si è scritto spesso del particolare disagio che la comunità di Bormio manifesta verso le Olimpiadi di Milano Cortina (ne ho scritto qui), delle quali sarà una delle sedi di gara, e non solo in merito alle opere o alla gestione dell’organizzazione olimpica in loco ma pure, e soprattutto, per come l’evento abbia generato fratture nel corpo della comunità e nella sua socialità – la vicenda della Tangenzialina dell’Alute è da tempo sintomatica di ciò – ecco che compaiono sugli organi di informazione locali, che è facile presumere siano i più letti a Bormio e dintorni, numerosi articoli che invece riferiscono di come le Olimpiadi non farebbero che del bene ai bormini e al loro territorio, che tutto è a posto o quasi, che son tutte rose e fiori, che sarà una grande occasione per la località, eccetera.

Affermazioni che, con tutto il personale rispetto per chi le enuncia, appaiono sovente superficiali e forzate, più simili a slogan strumentali di una propaganda narrativa necessaria che a considerazioni obiettive e realmente articolate.

Quella citata lì sopra mi sembra parecchio emblematica al riguardo, per come voglia far credere che per “legacy” a favore di un territorio si debbano intendere le opere citate. Che invece sono beni a vantaggio del solo comparto sciistico, dei quali che ne possa fruire il resto della filiera turistica è tutto da dimostrare e che non portano nulla di benefico alla comunità di Bormio. Nulla.

La reale “legacy” per un territorio che ospita un evento così importante come le Olimpiadi, anche e soprattutto a livello di soldi spesi per realizzarlo, non è certo uno “Ski Stadium” o un nuovo impianto di innevamento artificiale! Piuttosto dovrebbe essere fatta di cose che migliorano la quotidianità di tutta la comunità residente, la quale per giunta ha pure dovuto subire per anni i cantieri legati a quelle opere poco o nulla utili: nuovi servizi a supporto della popolazione, un potenziamento di quelli esistenti, una gestione migliorata dei beni ecosistemici, la risoluzione delle problematiche di sicurezza – materiali e immateriali – che il territorio presenta, una progettazione organica e articolata dello sviluppo socioeconomico territoriale a lungo termine e di sostegno a tutte le economie produttive locali e non solo all’industria del turismo… insomma, cose che possano fare dire, tanto e innanzi tutto agli abitanti di Bormio quanto a chi vi giunge per turismo, che realmente grazie alle Olimpiadi il territorio è migliore di prima ed è meglio viverci o starci rispetto a prima, di essere più legati al suo paesaggio e alla propria identità culturale… di esserne più orgogliosi, ecco.

Be’, temo che non è successo nulla di ciò, che non ci sarà nessuna reale “legacy” tangibile – vogliamo chiamarla eredità, visto che siamo in Italia e magari il termine è anche più chiaro e comprensibile? – a favore di Bormio e dei bormini. E non è “legacy” – eredità – neanche quella «legata alle competenze, alle esperienze e alla crescita delle persone, in particolare dei giovani del territorio che stanno lavorando a questo evento»: perché l’evento finisce e se nulla di veramente concreto e vantaggioso – socioeconomicamente – ha lasciato sul territorio, chi ha maturato competenze, esperienze e crescita personale non saprà come utilizzarla in loco e se ne andrà altrove. Oltre al danno ci sarà anche la beffa, insomma.

No, Bormio non può e non deve essere pronta a tutto ciò, a una così triste e desolante eredità olimpica. La comunità bormina l’ha ben capito, ecco perché il disagio nei confronti dei Giochi sta montando continuamente. E, ribadisco, non è tanto una critica a chi sta lavorando all’evento olimpico ma a chi lo ha gestito in modo così pessimo e poco (o nulla) sensibile ai territori coinvolti. «Forse la piena consapevolezza arriverà solo dopo i Giochi» viene affermato a fine intervista: già, è proprio così. Quando gli atleti se ne saranno andati, i riflettori e le telecamere saranno state spente e delle Olimpiadi ci si ricorderà sempre meno, si vedranno come stanno realmente le cose. E speriamo, sul serio, che non sarà una visione troppo inquietante.