Se è vero che «la bellezza è negli occhi di chi la guarda», è altrettanto vero che solo se si sa realmente “guardare” con gli occhi si può vedere la bellezza. D’altronde gli occhi vedono ciò che la mente osserva e poi elabora anche grazie al cuore e all’animo – qui sta la differenza tra guardare, osservare e vedere: la prima è un’azione congenita, la seconda è comandata, la terza è meditata. Ma anche l’autentica bellezza, in fin dei conti, non è mai immediata senza essere superficiale: affinché esista e sia compiuta deve essere riconosciuta e poi compresa. È un principio che vale in senso generale ma, nella nostra relazione con il mondo nel quale viviamo e con il quale interagiamo – innanzi tutto attraverso i sensi -, vale in modo particolare. Difatti pure il paesaggio, che del mondo è l’elaborazione culturale percepita, non è qualcosa di “immediato”: è presente nel territorio nel quale stiamo e che consideriamo al fine di riconoscerlo e farlo culturalmente nostro (ovvero per non sentirci smarriti in esso) ma deve essere guardato cioè intercettato, osservato dunque contemplato, visto ergo compreso. E anche la sua bellezza scaturisce nello stesso modo e può diventare un valore culturale oltre che estetico, fondamentale per l’identificazione del paesaggio stesso, che a sua volta entra in noi, nei nostri occhi, nella nostra mente, nel cuore e nell’animo. Il paesaggio esteriore si fa paesaggio interiore, in pratica, e la sua bellezza ci impreziosisce parimenti e ci fa sentire bene, chiudendo il cerchio virtuoso originatosi dal “semplice” atto di guardare ciò che abbiamo intorno. Semplice ma essenziale, già.
Categoria: Opinioni
La “Montagna Sacra” e il senso del limite
Noi del comitato promotore del progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso” sapevamo e sappiamo bene che un’idea del genere, con un nome così immediato tanto quanto “controvertibile” e con appresso un messaggio concreto assai profondo e oltre modo importante, non è semplice da comunicare, trasmettere e da approvare. Da un lato le mille e più adesioni al progetto, sovente di figure importanti nel mondo della cultura (in generale, non solo di montagna) confutano questo timore, dall’altro le obiezioni e le critiche che giungono non sono solo legittime ma pure preziose, proprio per affinare sempre di più il dibattito sui temi concreti del progetto e riguardo la concretizzazione sul campo nelle iniziative che, dopo la presentazione di sabato a Torino, verranno messe in atto. Il fatto che da tempo si sia avviato questo dibattito, con al suo interno molte discussioni interessanti e significative al netto dei rari interventi superficiali e incoerenti, è già un primo interessante risultato ottenuto dal progetto: un calderone di opinioni che sta montando con il tempo nel quale i diversi punti di vista sono necessari e importanti nell’ottica dello scopo condiviso da tutti, ovvero la salvaguardia del patrimonio naturale comune nell’epoca presente e negli anni futuri. In tal senso ogni iniziativa, concreta o immateriale, condivisibile oppure no, che si ponga il suddetto nobile e necessario fine, può e deve essere utile: una rete tra le varie azioni di forme diverse ma simili sostanze, nell’ottica dell’unione che fa la forza, è senza dubbio qualcosa di molto importante a favore delle montagne e della loro cura.
Mi permetto al riguardo alcune riflessioni che elaboro leggendo certe obiezioni al progetto, assolutamente legittime e importanti – ribadisco – ma che a volte mi sembra tendano a fermarsi troppo su alcune presunte caratteristiche – il “divieto”, il “sacro”… – che in realtà nel progetto o non sono affatto presenti (la prima che ho scritto ma, chissà perché vengono còlte) oppure sono utilizzate dal progetto funzionalmente all’identificazione e alla generazione di quel “simbolo” che la “Montagna Sacra” vuole essere e che intende diventare un centro d’interesse attorno al quale generare le innumerevoli ricadute concrete dell’idea di base, il cui nocciolo, è bene rimarcarlo con decisione, è il senso del limite in relazione alla contemporaneità, dunque senza rimandi a concezioni trascendenti svincolate dal qui e ora.
Dunque: è giusto, è sbagliato, è nobile, è stupido chiedere di non salire su una vetta tra mille altre? A ben vedere ogni opinione al riguardo è lecita perché non è questa la risposta che si cerca. Semmai, la risposta necessaria è quella alla domanda: è giusto, oggi – cioè nel tempo presente con tutte le sue criticità, ambientali e non solo, e in maniera ancor maggiore negli anni futuri -, porsi un limite in tema di frequentazione, fruizione, antropizzazione, patrimonializzazione delle montagne, a fronte di molte (troppe) situazioni nelle quali probabilmente si è andati troppo oltre, cagionando danni materiali e immateriali sovente ingenti ai monti? Ecco, la “Montagna Sacra”, con la sua funzionale carica simbolica che tuttavia richiama e riporta subito alla riflessione sul senso del limite e alle sue manifestazioni concrete, vuole identificare e se possibile approfondire la discussione su questo macro-tema, dal quale è inutile dire che ne derivano tanti altri. Anche perché, se attendiamo ancora un po’ che la “sacralità naturale” che ogni vetta montana ha in sé ovvero che eventualmente gli è riconosciuta dalla cognizione culturale umana (come accade da millenni) venga finalmente recepita e manifestata nei comportamenti di chi vi salga, e ancor più da chi le montagne ha il compito di amministrarle politicamente, temo che di montagne incontaminate, sacre o meno, non ne resteranno più tante.
C’è senza dubbio da (ri)costruire una cultura diffusa in tal senso, pur dotata di differenti sensibilità ma mirate allo stesso obiettivo, una cultura per la quale “sacro” non è che un termine a mero servizio della “montagna”, teoria e pratica si sorreggono e alimentano a vicenda e l’unico divieto veramente da osservare è quello di non fare, di restare impassibili, di non riflettere, non meditare, non contribuire alla costruzione di quella consapevolezza diffusa che determinerà non solo l’immaginario montano del futuro ma pure le sorti stesse delle montagne. Fino a che la loro “sacralità”, che venga definita in questo modo oppure in altri o ancora sia data per scontata e assimilata in quanto essenza del luogo, spirito, Genius Loci o manifestazione più “profonda” del paesaggio, torni a essere l’elemento fondante della relazione con essa dell’uomo, che lassù ci viva o ci salga per diletto. Anche per ciò ogni opinione, quando costruttiva, è importante e necessaria: ciascuna, a suo modo, è un passo che con ogni altro ci può far incamminare insieme verso la direzione giusta.
N.B.: cliccate sull’immagine della locandina in testa al post per scaricarla in formato pdf.
Luna park alpini (letteralmente)
Cari amministratori di Aprica, località montana dal contesto naturale magnifico (ho scritto “naturale” eh, non urbano), forse dovrei ammirare la vostra premura, così ben manifestata nella foto qui sopra pubblicata: già, perché noi che ci occupiamo di fruizione turistica del paesaggio montano, nell’indagare e constatare certi interventi realizzati in passato e tutt’oggi progettati in quel contesto, ci ritroviamo a dover utilizzare spesso definizioni come “divertimentificio” o “luna park alpino”… Ecco, è proprio così, l’impressione culturale (e non solo) che si ricava da quegli interventi è ben riassunta dalle suddette definizioni: ma caspita, non pretendiamo che poi voi le prendiate tanto strettamente alla lettera!
Oppure forse sì, avete proprio ragione voi: al punto in cui si è giunti in certe località alpine con le proposte turistiche e con i modelli culturali alla base di esse, tanto vale che si faccia un (piccolo) passo in più e si rendano ancora più giustificate quelle citate espressioni. In effetti, a suo modo, sarebbe un’innovazione ben maggiore rispetto a telecabine, seggiovie, skilift e altra ferraglia che è dal secolo scorso che si ripropone pedissequamente, messa al servizio di un’attività ludico-sportiva come lo sci che da anni perde pubblico e che oggi impone skipass sempre più cari a fronte di sempre meno certezze di neve sulle piste – e quando c’è è quella artificiale, che nella maggior parte dei casi pare polistirolo e la cui produzione per giunta contribuisce all’aumento spropositato dei costi degli skipass (nonché a decurtare le disponibilità idriche del luogo, ma questo è un altro discorso).
Già, forse avete ragione voi: ruote panoramiche, montagne russe e roller coaster, tagadà e calcinculo… e si risolve pure il problema dell’eventuale assenza di neve e del clima sfavorevole, con un bel risparmio di denaro. Che sia questo il futuro della frequentazione turistica di numerose località di montagna?
P.S.: la foto in testa al post è tratta da qui.
La politica paternalista, o menefreghista

Capita sovente che durante gli incontri pubblici siano presenti dirigenti, funzionari, decisori che hanno importanti responsabilità sul governo delle aree interne e montane. Tu parli, e loro ti guardano con un sorrisino tra l’ironico, il compassionevole e il paternalista. Finito l’evento vengono da te e ti dicono (non lo farebbero mai pubblicamente): «Ma mi spieghi che problema c’è con la chiusura delle banche nei paesi? Oramai c’è l’E-banking. E con i negozi? Guarda che oramai i corrieri arrivano in qualunque posto sperduto. E poi comunque ci sono i centri commerciali di fondovalle. E vedrai che tra pochi anni, con i droni che porteranno le merci, e presto anche le persone, il problema della marginalità della montagna sarà storicamente risolto».
Tutte cose vere, importanti. E siamo sempre stati per il progresso. Ma questi discorsi mi ricordano i nostri genitori quando da adolescenti andavamo chessò a Berlino, tornavamo, e loro dicevano: «Hai mangiato? Hai dormito bene? Sei andato di corpo regolare?». E tu ti incavolavi, perché a te si era aperto un mondo e tuo padre si informava dell’intestino. Insomma, non si vive di solo pane. E abbiamo un enorme problema rispetto a classi dirigenti cresciute negli ultimi 30 anni che pensano che per gestire il mondo sia sufficiente adottare i crismi del paradigma tecnico-soluzionista, e tutto si risolverà naturalmente e automaticamente. Avranno deleghe su questi territori, ma li vivono con le lenti del tecnico-turista, e hanno una visione tardofunzionalista delle persone che alla fine viene a coincidere con la figura del consumatore. La pandemia insomma non ha insegnato nulla. Viviamo in una società che non riesce nemmeno più a riprodurre materialmente il proprio corpo sociale, ma certo prima o poi troveremo una app anche per questo. Per tutte queste ragioni supportiamo a spada tratta le comunità (di restanti e arrivanti, poco importa) che si pongono come primo tema la costruzione di (nuove) forme di società, di economie, di culture. Comunità consapevoli, progettanti, che costruiscono reti, e a cui forse l’arrivo del corriere e del drone non è sufficiente.
Faccio pienamente mie queste riflessioni di Antonio De Rossi, scritte sulla sua pagina Facebook lo scorso 14 agosto, perché descrivono le stesse sensazioni che anch’io ho provato molte delle volte nelle quali ho potuto e dovuto interloquire con i rappresentanti delle istituzioni politiche e di governo dei territori locali presentando e proponendo iniziative varie a carattere culturale. Atteggiamenti di dogmatica superiorità ovvero di malcelato disinteresse, di ma-che-ne-sai-tu-e-tanto-ho-ragione-io, di sostanziale incapacità di comprendere ciò che si propone dietro la quale, forse, c’è la volontà precisa di non ascoltare nulla che non sia consenso e adesione. Tutto ciò spesso (cioè non sempre, sia chiaro) ben velato da cortesia, affettazione, strette di mano e pacche sulle spalle, da garanzie di considerazione di quanto si è proposto, da apprezzamenti espressi unicamente per allontanare l’interlocutore prima possibile e far che non rompa più le scatole. E a volte, magari, alla fine la promessa di risentirci «più avanti»: già, nell’anno 2500 o giù di lì, forse.
Dice bene De Rossi: è un problema di classi dirigenti e, aggiungo io, lo è dal punto di vista culturale prima che politico. In altri termini, è la conseguenza di un scollamento tra realtà territoriali e relativi apparati gestionali che non solo, da quando ha preso a manifestarsi, non si è mai cercato di rinsaldare ma, anzi, si è reso funzionale alla coltivazione di certi meccanismi di potere su base locale che hanno inevitabilmente peggiorato la situazione, facendo di ogni potenziale ambito di intervento una altrettanto potenziale occasione di tornaconto personale, con dall’altra parte un sostanziale disinteresse verso le esigenze, i bisogni e gli interessi collettivi dei territori amministrati e delle loro comunità. Una situazione che, rapidamente, si è degradata in circolo vizioso autoalimentato e sempre più arroccato nei propri indiscutibili recinti ideologici, che per tale motivo è destinata a rovinarsi e infine a implodere ma che, temo, ben difficilmente chi ne è promotore la cambierà. Perché se tu avvisi qualcuno che sta andando a schiantarsi contro un muro ma quello continua invariabilmente a dire che no, non è un muro ma un morbido cuscino, be’, c’è ben poco da fare.
La rincorsa delle cose
Il 2022 è stato l’anno più caldo mai registrato in Italia dall’invenzione del termometro, gli sconvolgimenti economici e sociali in corso sempre di più ci mostrano come il semplice concetto di “stazione climatica” sia una risorsa formidabile, dove basta un fazzoletto di bosco, un torrente, un sasso dove sedersi, un cuscino di muschio, per godersi la frescura, guardarsi attorno, ascoltare, leggere un libro… anche solo per tirare il fiato.
Eppure prosperano folli progetti per nuove infrastrutture sciistiche un po’ ovunque sulle montagne lombarde, incluse quelle arroventate dal sole e a quote non propriamente elevate.
Pazzie e insensatezze a parte, anche quando si inizia a percepire un necessario cambio di rotta, per fuggire ad una monocultura spompata, non per scelta, ma perché il clima ci presenta il conto, si replica lo stesso approccio separato dalla montagna vera, l’unica che ci appartiene e rappresenta.
Un perverso incantesimo per fare “cose”, con la rincorsa a trasformare ogni spazio naturale integro, dove far combaciare il tempo libero con quello del consumo.
Megaprogetti e nuovi passatempi, seppur a scale diverse, mostrano quanto siamo stretti all’angolo, immobilizzati e incapaci di mutare atteggiamento e ancorati a schemi di pensiero disintegrati dalla realtà.
Rinunciare ad accogliere i nostri limiti e non accettare la meravigliosa imperfezione di sentieri, rocce, boschi e pascoli, che poi sono la vera e autentica ricchezza, significa perdere la possibilità di trovare un senso, relazioni ed esperienza con le nostre montagne.
Quando arriverà il tempo di sostituire le “cose” con i “significati”? Mollare i cantieri costosi per il divertimento effimero di breve durata e raccontare (bene e con cognizione di causa) quel che abbiamo? Quando scopriremo che da qui nasce il desiderio, da qui il modo sano e durevole di stare al mondo, per vivere quassù e della montagna?
Michele Comi, da La rincorsa delle “cose” su stilealpino.it, 14 novembre 2022. Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere la riflessione completa di Comi, come sempre precisa, sensibile, illuminante. Una delle voci più importanti, la sua, in tema di montagne e di più proficua frequentazione delle terre alte in senso vicendevole, cioè proficua sia per il bene dei monti e sia per il benessere di chi li frequenta, solo qualche ora svagandosi oppure abitandoli per una vita intera. Una guida alpina nel senso più pieno e compiuto della definizione, insomma, da seguire assiduamente: il suo “diario” con le riflessioni riguardanti il personale andare per monti lo trovate qui.
N.B.: l’illustrazione in testa al post è sempre di Michele Comi, che è anche un ottimo disegnatore, e raffigura alcune delle più alte e celebri vette alla testata della Valmalenco, “base” fondamentale di residenza e di lavoro di Michele.
