Tempo fa lo storico e teorico del paesaggio italosvizzero Michael Jakob ha scritto che il paesaggio «non sarebbe un concetto misurabile, identificabile e oggettivo, bensì un fenomeno che si sottrae a qualunque tentativo di fissarlo; la sua rappresentazione, con parole o immagini, si scontra con l’identità fluttuante, aperta e forse irritante del fenomeno». Un altro svizzero rinomato, il sociologo e urbanista Lucius Burckhardt, affermò che «Il paesaggio è un costrutto. Questa parola terribile significa che il paesaggio non va ricercato nei fenomeni ambientali, ma nelle teste degli osservatori.» Insomma, non è concetto semplice da maneggiare, quello di “paesaggio”, nonostante sia tra quelli più utilizzati da chiunque quando vi sia da descrivere il mondo che ci circonda; parimenti la sua “gestione” non è facile dal punto di vista politico – quello principale, in effetti – stante questa sua indeterminatezza, e non di rado in forza di essa accadono cose opinabili anche se di testi che trattano tali argomenti, e che appaiono utili alla loro conoscenza e competenza, ne siano stati prodotti innumerevoli e molti di grande rilevanza.
Tra questi, nonostante sia uno di quelli con meno pagine ma di contro tra i più alternativi e per certi versi “destabilizzanti”, bisogna certamente annoverare il Manifesto del Terzo Paesaggio di Gilles Clément (Quodlibet 2014, a cura di Filippo De Pieri, traduzione di Filippo De Pieri e Giuseppe Lucchesini; prima edizione italiana 2004, orig. Manifeste du Tiers Paysage, 2004), anche per come il suo contenuto possa essere facilmente reso contestuale e adattabile a molti dei temi relativi alla nostra relazione con il territorio che abitiamo e alla cura che dobbiamo riservare ad esso nel contesto della sua antropizzazione, di qualsiasi genere e entità sia […]
(Potete leggere la recensione completa del Manifesto del Terzo Paesaggio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)








