MONTAG/NEWS #2: notizie interessanti e utili da sapere dalle terre alte

In questo articolo a cadenza domenicale trovate una selezione di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella settimana precedente che trovo interessanti e utili da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Di notizie del genere sulle montagne ne escono a bizzeffe: questo è un tentativo di non perdere alcune delle più significative. Durante la settimana le più recenti di tali notizie le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.


LA FELICITÀ (IN MONTAGNA) NON SI PUÒ PRENOTARE

Su “montagna.tvPaolo Paci ragiona sull’obbligo sempre più diffuso di prenotazione per la fruizione di molti luoghi montani al fine di contrastare l’overtourism. «Tutto comprensibile, tutto ragionevole. Ma (posso dirlo?): che tristezza! Dolomiti in vendita a chi ha lo smartphone più veloce, e il resto delle Alpi non è messo meglio» sostiene Paci. La soluzione? «Cambiare meta. Valorizzare le valli minori, la mezza montagna, i luoghi spopolati che paradossalmente, in tempi di overtourism, costituiscono il grosso delle Alpi (e degli Appennini).»


SULLE OLIMPIADI GLI SVIZZERI NON SI FIDANO DELL’ITALIA?

Pare che la Svizzera si fidi poco dell’organizzazione di Milano-Cortina 2026. Il quotidiano “Il Berninainforma che il Cantone Grigioni prevede una spesa di 5,5 milioni di franchi per gestire il traffico durante i Giochi olimpici, e che al riguardo è previsto un contributo dall’Italia. Tuttavia la granconsigliera cantonale Anita Mazzetta non è ancora totalmente convinta dalle promesse italiane: «Dato che i costi dei Giochi olimpici stanno già sfuggendo di mano, non sono ancora ottimista», ha emblematicamente dichiarato.


CLIMA, MONTAGNE E GHIACCIAI: SERVE LA RESPONSABILITÀ DI TUTTI

In un recente passaggio a Bolzano, il climatologo Luca Mercalli ha rilasciato alla testa “Salto.bz” un’intervista breve ma densa di cose significative su crisi climatica e territori montani (cliccate sull’immagine per ascoltarla). «Quali conseguenze ci saranno per le nostre montagne e i nostri ghiacciai? Il turismo estivo e quello invernale dovranno adattarsi.» E si è appellato alla responsabilità diffusa, individuale e collettiva: una cosa che in effetti appare ancora assai carente, nella nostra svagata e deresponsabilizzata società.


UNA BELLA VITTORIA “DAL BASSO” A TUTELA DEL PARCO DELL’ADAMELLO

Il progetto della centralina idroelettrica costruita in Val Adamé, nel Parco dell’Adamello (già sotto attacco da altre parti), si è scontrato con i vincoli naturalistici dell’area: le opere eseguite non autorizzate e non conformi dovranno essere demolite. È una bella vittoria del Comitato per la Difesa del Parco dell’Adamello e la dimostrazione di come l’azione civica “dal basso” sia efficace e indispensabile per la tutela delle nostre montagne ove la politica non sia in grado di (e/o non voglia) garantirla.


GLI ULTIMI A POTER AMMIRARE I GHIACCIAI ALPINI

«È possibile preservare i ghiacciai delle Alpi e come farlo?
I ghiacciai alpini sono difficili o quasi impossibili da preservare, altri potrebbero esserlo. Ma non preoccupatevi, la natura si adatterà rapidamente e stabilirà un nuovo equilibrio. Non si può dire lo stesso dell’uomo, soprattutto con il nostro attuale stile di vita e la necessità di una continua crescita economica. Su un pianeta con risorse naturali limitate, una crescita continua e illimitata non è possibile, e noi sembriamo aver superato la maggior parte dei limiti e delle restrizioni in questo senso.»
(È un passaggio di una interessantissima intervista al geografo ed etnologo sloveno Miha Pavšek che trovate nel sito della CIPRA, qui. Da leggere e meditare.)

Rigenerare il senso di comunità per far fronte ai problemi delle montagne

[Un evento pubblico nella Piazza Cavour – o del Kuerc – di Bormio. Immagine tratta da www.ilgiorno.it.]
Credo, e ne sono convinto sempre più, che il primo e imprescindibile principio per la soluzione di molti dei problemi che affliggono i territori di montagna sia la rivitalizzazione, che a volte è rinascita vera e propria, del senso di comunità delle loro popolazioni. Cioè dell’identità comunitaria, della consapevolezza compiuta e profonda riguardo la relazione che gli abitanti hanno – e devono avere – con le proprie montagne e con il paesaggio del quale sono parte integrante, della presa di coscienza sociale, civica, culturale e antropologica di ciò che sono in quanto unità demografica e rappresentano per il loro territorio – rappresentano, intendo dire, ben di più di quanto possano fare i soggetti politici pubblici pure nella più piena legittimità del loro ruolo.

È una questione centrale, a mio modo di vedere, nell’analisi delle realtà contemporanea delle nostre montagne, a volte citata ma raramente approfondita e messa in evidenza come merita. E questa è una mancanza alla quale è ora di sopperire.

Mi dispiace e avvilisce constatare di persona, oppure sentirla riferito da altri, la frequente disgregazione delle comunità di montagna, che si manifesta su diversi livelli: da quelli più banali e apparentemente innocui (gli screzi tra confinanti, per dire) fino a situazioni quasi inquietanti, vere e proprie faide tra compaesani o convalligiani per i più svariati motivi legati alla gestione del territorio comune – al quale, inutile rimarcarlo, afferiscono anche le singole proprietà o gli interessi personali per i quali ci si scontra.

È una situazione che, al netto delle circostanze locali, deriva molto da quei fenomeni di spaesamento e alienazione che hanno interessato le comunità di montagna nel Novecento e soprattutto dal boom economico in poi, raccontati in quel fondamentale libro di ormai quasi vent’anni che è Il tramonto delle identità tradizionali di Annibale Salsa. In questo stato delle cose la politica troppo spesso ha mancato di guidare le inesorabili trasformazioni socioculturali delle comunità governate, e tanto meno si è curata della tutela delle loro identità, per inseguire modelli economici di stampo viepiù consumista del tutto avulsi alla realtà storica delle montagne i quali, se è vero che hanno portato un certo benessere generale in comunità ancora per certi versi arretrate, di contro ne hanno smembrato l’anima, alienando i montanari dalle loro stesse montagne. Le comunità di montagna, da secoli centrate su modelli di gestione comunitaria e collettiva dei propri territori – modelli spesso inevitabili d’altronde, vista la natura ostica dei territori in quota – e su un’identità culturale altrettanto unitaria (nel bene e nel male, ma tant’è), sono rapidamente implose di fronte a molte delle lusinghe moderne e contemporanee, spesso imposte a forza ai territori montani con l’assenso più o meno tacito della politica: ciò da un lato ha colpito duramente il senso di comunità, come detto, e dall’altro ha privato i montanari degli strumenti culturali atti alla comprensione di quanto stava accadendo.

[Un momento dell’edizione 2024 dell’Alpenfest di Livigno. Immagine tratta da blog.livigno.eu.]
Recuperare questo senso di comunità, rivitalizzarlo e rinvigorirlo con l’adeguata consapevolezza socioculturale che lo deve alimentare, è sempre più fondamentale, poste le sfide che attendono le montagne da qui al prossimo futuro e la cronica svagatezza della politica nazionale verso di esse. In nessun altro ambito – dalle nostre parti – come sulle montagne la comunità è il centro dello spazio-tempo locale, e la politica, quella eletta localmente e quella che ai livelli superiori detiene funzioni e competenze amministrative, deve essere al servizio della comunità e non viceversa, giammai. Di contro, la popolazione deve fare lo sforzo di ridare competenza culturale e valore civico al proprio senso di comunità e alla relazione che la lega alle proprie montagne: è un dovere dal quale scaturiscono diritti che oggi, spesso, vengono trascurati o si sono dimenticati, innanzi tutto quello di interloquire alla pari con qualsiasi soggetto, pubblico o privato, che voglia intervenire sulle loro montagne.

Non è una mera questione di maggioranze o minoranze, di essere d’accordo o meno con questa o quella decisione o azione, e non è affatto una cosa della “politica” – o meglio, politica lo è nel senso più nobile del termine, di partecipazione alla vita collettiva e gestione della cosa pubblica. È, molto semplicemente ma altrettanto emblematicamente, il modo con il quale si posso mantenere vive le nostre montagne, tutelati i loro territori, la bellezza del paesaggio, le risorse naturali e al contempo salvaguardando la socialità vitale delle comunità che vi abitano e vogliono continuare a farlo ancora a lungo, con il giusto orgoglio e il necessario agio per potersi sentire parte integrante e importante con ciascun altro abitante della propria comunità e delle montagne.

Fare i conti della serva (olimpica)

Secondo lo studio “L’Italia unisce il Mondo. Milano Cortina 2026: costruire ponti attraverso lo sport” della Banca Ifis, le Olimpiadi invernali avranno un ruolo cruciale per l’economia italiana. Il report ha infatti calcolato che l’impatto complessivo dei Giochi invernali sarà di circa 5,3 miliardi di euro, con benefici concreti sia nel breve che nel lungo periodo per i territori interessati.

Bene, ottima cosa.

Tuttavia il cittadino consapevole ricorderà senza dubbio che la campagna di monitoraggio “Open Olympics 2026”, promossa da 20 realtà civiche locali e nazionali con il sostegno di una rete internazionale, ancora nel 2024 ha quantificato spese potenziali per oltre 5 miliardi e 720 milioni di Euro, suddivise in 1 miliardo e 600 milioni per la realizzazione dei Giochi, e 4 miliardi e 120 milioni per le opere connesse, di cui il 68% assorbite da 45 opere stradali.

Facendo «i conti della serva», 5,3 miliardi di “ricavi” meno 5,72 miliardi di spese (sostenute da denaro pubblico) fa, già ora, un disavanzo di 420 milioni di Euro. È un calcolo elementare, certo, ma inevitabilmente significativo.

Ecco, se «fare i conti della serva» significa che bisogna essere molto minuziosi e precisi nel conteggio dei soldi da spendere per poter giustificare in modo legittimo e attendibile le spese fatte, mi sa che la “serva olimpica” così minuziosa e credibile non lo è mica tanto!

Le moto sui sentieri, impunite come sempre

Ancora una volta, durante un’escursione sulle montagne di casa, ho assistito al girovagare di numerosi motociclisti lungo tracciati rurali e agro-silvo-pastorali sui quali il transito di mezzi motorizzati non autorizzati è interdetto, come segnalato dai cartelli ben evidenti all’inizio di questi tracciati. Ovviamente i motociclisti (i quali come al solito girano ben bardati e con la targa rivolta verso l’alto per non essere identificati) si fanno beffe delle interdizioni: sanno benissimo di restare impuniti visto che quasi mai vi sarà qualche membro delle forze dell’ordine a vigilare, che questi senza la flagranza di reato possono fare ben poco e che certa politica sta dalla loro parte, depotenziando con decisioni ad hoc le leggi vigenti: la Lombardia è da anni un pessimo esempio al riguardo, ma pure altre regioni italiane ormai non sono da meno.

Nel mentre che “ringrazio” i suddetti motociclisti per avermi concesso il privilegio di respirare i loro gas di scarico e di odorarne la puzza nonché di aver allietato la mia camminata con il sottofondo sonoro dei loro mezzi, mi rivolgo direttamente alle istituzioni competenti e alle forze dell’ordine e chiedo: visto la situazione in essere e posta la costante impunità dei soggetti motorizzati rispetto alle leggi vigenti, che facciamo? Passiamo direttamente alla giustizia privata?

Ovviamente no, ci mancherebbe, sarebbe qualcosa degno solo di un paese incivile e barbaro (ed è inutile osservare che certi atti di cui a volte si legge sulla stampa quali il piazzare chiodi i tirare fili d’acciaio lungo i sentieri sono inequivocabilmente ignobili). Ma altrettanto incivile e barbaro è il non agire per far che certe leggi di elementare buon senso vengano rispettate e che i trasgressori siano adeguatamente puniti. Perché un paese è civile quando poggia la convivenza collettiva su un diritto, detto appunto civile, che richiede di essere rispettato affinché non perda valore, tanto il diritto con le sue norme quanto il paese. Il quale altrimenti finirà sempre più in mano agli incivili, sui sentieri di montagna e nei consessi amministrativi della politica.

[Questa “locandina” la elaborai ormai parecchi anni fa; purtroppo è ancora del tutto valida.]
Nel frattempo sarebbe bene continuare a impegnarsi contro questa cronica abitudine motoristica, a denunciare ogni episodio riscontrato alle forze dell’ordine (nonostante la loro sostanziale impotenza), a sensibilizzare tramite la stampa, il web e i social, a fare pressione sulla politica. A fare massa critica, insomma. Che d’altro canto, in questa e in ogni altra circostanza similare, è una delle più potenti manifestazioni di democrazia che un paese realmente civile può contemplare.

La marcia di Monte dei Cervi: quando anche in Sicilia fu la mobilitazione della società civile a salvare le Madonie dalla cementificazione selvaggia

[Il Monte dei Cervi visto dal Pizzo Carbonara. Foto di MoritzP, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Riprendo quanto ha scritto ieri sulle proprie pagine social il Club Alpino Siciliano per ricordare il 47° anniversario della marcia di Monte Cervi, un evento di straordinaria importanza per la protezione del gruppo montuoso delle Madonie, il maggiore tra quelli che formano il cosiddetto Appennino Siculo (la Sicilia in effetti è un’isola, dunque terra di mare, ma non meno lo è di bellissime e vaste montagne) per come oggi lo si conosce.

Il Monte dei Cervi, localmente Monte Cervi, è una montagna del gruppo montuoso delle Madonie – compreso nell’omonimo parco – ricadente nei territori di Scillato e Polizzi Generosa. Con i suoi 1794 m di quota è una delle sommità più elevate del gruppo, posto proprio di fronte al Pizzo Carbonara, la massima vetta, alta 1979 m e seconda montagna più alta della Sicilia dopo l’Etna. Il toponimo sembra richiamare chiaramente la presenza storica dei cervi sull’isola, animali che in effetti hanno dato il nome a vari luoghi nel territorio delle Madonie e che oggi sono scomparsi, mentre nelle faggete del monte in tempi recenti sono stati reintrodotti i daini.

[Immagine tratta dalla pagina facebook.com/clubalpinosiciliano.]
Come racconta il CAS, nel 1978 gran parte della faggeta della zona di Monte Cervi era di proprietà di un privato; all’epoca, l’Azienda Foreste (cioè la Regione) possedeva solo una piccola zona boscata. Nel settembre di quell’anno, quel privato decise di mettere in vendita tutta la faggeta: furono offerti lotti edificabili di 10.000 metri quadri l’uno, al prezzo di tre milioni di Lire per ettaro. L’idea era quella di ripetere la lottizzazione del poco distante Piano Zucchi, dove furono costruite decine di villette: ciò avrebbe provocato una vasta cementificazione del territorio e il suo inesorabile degrado paesaggistico e ambientale.

[Una foto storica della lottizzazione di Piano Zucchi, tratta dalla rivista del CAS.]
Il CAS, insieme a WWF, Italia Nostra e all’Associazione Forestali, si oppose a questo scempio. Una campagna di stampa sensibilizzò l’opinione pubblica e, appunto, il 22 ottobre del 1978 si tenne una marcia di protesta nella zona di Monte Cervi. I manifestanti occuparono anche l’aula consiliare di Polizzi, per spingere il comune a non autorizzare la vendita.

Sotto questa forte spinta popolare e civica, la Regione decise di cominciare a demanializzare – cioè ad acquisire come demanio pubblico – tutte le faggete delle Madonie, fino a che, una decina d’anni dopo ovvero il 9 novembre del 1989, fu pubblicato il decreto istitutivo del Parco, che pose sotto protezione l’intero territorio con particolare attenzione alla salvaguardia delle faggete, soggetto principale del proprio piano di tutela ambientale e paesaggistica.

[Immagine tratta dalla pagina facebook.com/clubalpinosiciliano.]
«La prossima volta che vi fate una passeggiata a Piano Cervi – conclude il Club Alpino Siciliano – fermatevi un momento a immaginare cosa ci sarebbe potuto essere al posto dell’erba e degli alberi – case in cemento e strade asfaltate. La natura va difesa, ieri come oggi!» Un’esortazione sempre valida, cinquant’anni (quasi) fa come oggi, su tutte le montagne italiane e ancora più di allora da attuare con la partecipazione consapevole della cittadinanza e con le azioni civiche di pressione sugli enti pubblici che governano i territori e gli ambienti naturali ancora intatti. Perché la Natura, le montagne e il loro inestimabile valore ambientale sono patrimonio di tutti, non possedimento di pochi, dunque ognuno ha il diritto e il dovere di promuoverne e sostenerne la tutela. Anzi, più ancora che diritto o dovere si tratta di un privilegio di cui godiamo, questo, che non possiamo assolutamente trascurare.