Avvertenze ai naturalisti

Ecco, dato che lo scorso 21 marzo è stata celebrata (anche) la Giornata Mondiale della Poesia, e siccome qui ho apertamente dichiarato (con serissima ironia, o ironica seriosità) cosa penso, personalmente, di tali celebrazioni, ora dico anche che, ad esempio, un libro come Poesie Creaturali di Tiziano Fratus è di quelli che consente di celebrare sempre la poesia, come dovrebbe essere a prescindere da qualsiasi “Giornata”. Perché la poesia è l’arte letteraria assoluta per eccellenza, dunque non può confinarsi in limiti di tempo o di spazio (che non sia quello, ovviamente funzionale, della pagina e del libro), e perché quelle di Fratus sono «composizioni selvatiche, animate, agitanti, che non ne vogliono sapere di smettere di crescere». Superando ogni limite di spazio e di tempo, appunto.

(Cliccate sulla poesia – dopo averla letta con consona attenzione, ovvio! – per saperne di più su Poesie Creaturali. Io ve ne riparlerò ancora, più avanti.)

“Luoghi in attesa”, Galleria HQ Mario Giusti, Milano

È azzeccata e intrigante in ogni suo elemento, la mostra fotografica Luoghi in Attesa promossa da ALPES presso la galleria HQ Mario Giusti di Milano, inaugurata giovedì sera. Lo è fin dal titolo con il quale il curatore, Luciano Bolzoni, ha voluto identificarla e parimenti identificarne il tema portante: “luoghi in attesa”, una definizione non meramente suggestiva che personalmente vedo, ancor più che complementare, quasi contrastante rispetto a quella di “luoghi abbandonati”, abusata tanto quanto piuttosto superficiale nell’accezione ordinaria che si porta appresso.

Perché, a ben vedere, quei luoghi che per qualsivoglia motivo non vengono più utilizzati, abitati, attraversati o fruiti sono sì “abbandonati” ma solo riguardo la loro funzionalità e, soprattutto, l’interesse che vi viene dedicato. Molto spesso tali luoghi risultano abbandonati – o sarebbe meglio dire ignorati, in primis dallo sguardo ordinario delle persone che vi passano accanto, ed è soprattutto questa condizione che ne determina lo stato di fatto poi comunemente definito nel modo suddetto. D’altro canto non posso non pensare a quella celebre massima di Servio, nullus locus sine genio, “nessun luogo è senza un Genio”, che da un lato è la base del fondamentale concetto di Genius Loci, dall’altro afferma che il “luogo”, in quanto tale, non cessa mai di conservare una propria essenza e un’anima peculiare, le quali non svaniscono soltanto perché gli uomini non sappiano più considerarle. In tali luoghi il “Genio” è invece ancora vivo, solo attende che qualcuno ravvivi la relazione con esso e il conseguente dialogo – che non può essere di mera matrice estetica o solo vagamente culturale, come sembra sia per molti “appassionati” di luoghi abbandonati, ma che deve sempre e comunque essere di natura antropologica e, in tal senso sì, solidamente culturale.

Mi viene in mente al riguardo un’altra bella affermazione, questa volta di Paolo Rumiz (presente ne La Leggenda dei Monti Naviganti): finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi. Perché la toponomastica è da sempre e sempre sarà il primo e più immediato segno del legame tra l’uomo e il luogo, il primario marcatore referenziale che permette all’uomo di identificare il luogo e al contempo di identificarsi in esso. Dunque, fosse solo per tale evidenza – la quale noterete che è del tutto legata a quanto ho appena affermato: la prima parola che “pronuncia” il Genius Loci nel dialogo con il suo visitatore è proprio il suo toponimo, sorta di codice geosemantico per avviare quel dialogo – un luogo non si può così semplicisticamente definire “abbandonato”: al di là della comodità di riferimento, la definizione di “luogo in attesa” trovo che sia assolutamente più consona e significante. Luoghi in attesa di rinnovati sguardi, visioni, attenzioni, di rinvigorita vitalità, di ripristinata piena identificabilità nel paesaggio circostante e, ancor più, nella generazione di esso nell’individuo che ne elabora il concetto, dando valore e significato al territorio con cui si relaziona.

Anche per questo il percorso d’immagini e suggestioni di cui si compone la mostra, ovvero le narrazioni al riguardo proposte dai fotografi presenti, Claudio Stefanoni e Corrado Amato, Maria Claudia Maggio e Roberto Macagnino, con Luca Centola a fare da prestigiosa guest star grazie ad alcune bellissime immagini che ben testimoniano il suo ventennale lavoro sui «luoghi scarnificati e manipolati dalla mano dell’uomo» (cit. Mariano Maugeri), è del tutto azzeccato e assolutamente affascinante. A tal punto, serve pure aggiungere che sia una mostra senza alcun dubbio da visitare? No, non serve. Ma l’ho fatto, a scanso di equivoci!

Di seguito potete leggere il testo critico sulla mostra di Luciano Bolzoni, che ringrazio molto per il consenso alla pubblicazione:

LUOGHI IN ATTESA

Case nuove?
Da troppo tempo abbiamo accettato che il mondo debba decadere.
Quando visibili, le testimonianze della decadenza sono fatte di architettura, pietre reali, tangibili come solo l’architettura può essere. Non tutte gli edifici passano alla storia, ma tutte le architetture hanno una loro storia. Quando l’architettura sfida il tempo, si crea la rovina che paradossalmente arriva a noi ancora intatta a certificare il suo primo tempo. In un luogo abbandonato, l’architettura si adagia e si rinchiude nei luoghi.
Il rudere è un cantiere in ritardo, giunto fuori dal suo lasso di tempo; questo luogo in attesa di sguardi, afferma e certifica un mondo fatto di luoghi che durano, resistono, persistono, insistono. Comunque non decadono. Praticamente mai. La costruzione è opera dell’uomo, la distruzione e la demolizione anche.
I luoghi abbandonati respirano ma talvolta franano, smettendo di essere tali solo quando ci si dimentica del loro nome e quando le architetture un tempo industriosi arsenali di lavoro o siti ospitali per abitarvi, degradano al livello primordiale del primo cantiere: quanti edifici abbandonati tornano ad essere bambini, ritornando allo stato primitivo del fabbricato in costruzione?
In questa nuova geografia viene avanti un nuovo modo di abitare i luoghi senza che si sia esaurito quello precedente. Un’architettura non abitata ce lo ricorda: abitare e lavorare un luogo significa trasformare il paesaggio, abbandonarlo vuol dire raccontarlo daccapo.
Le immagini dei luoghi permangono dentro di noi ed è il lavoro della fotografia a rammentarcelo.
Se un tempo, eranola letteratura e la pittura, gli unici strumenti che trasformavano gli eventi, in dati definitivi, ora questo è il compito della fotografia e dei fotografi, impegnati a dare istantaneità a tutto ciò che verrà visto poi, dopo.
Post.

Cliccate sull’immagine in testa al post oppure qui per entrare nel sito web di ALPES e conoscere ogni informazione utile sulla mostra e su come visitarla. E non attendete troppo per farlo!

(Le immagini a corredo dell’articolo sono dello scrivente, dunque non fateci troppo caso alla loro qualità!)

Alex Dorici, quando l’arte fa (la) scuola!

Quando leggo del frequente pubblico apprezzamento nei confronti di Alex Dorici e della sua arte, sono sempre molto contento – oltre che, ovviamente, assai onorato della sua conoscenza. Lo sono perché da tempo ci conosciamo e seguo lo sviluppo della sua ricerca artistica che, tra i tanti pregi estetici e concettuali offerti, ne ha uno fondamentale e quasi sorprendente: la dote di saper evolvere da un’origine apparentemente – ribadisco: apparentemente – semplice se non quasi “banale”, nei materiali e nella forma (le scatole, gli scotch, l’azulejo) a un realizzazione finale estremamente raffinata e profonda, che tra raffigurazione visiva e installazione on site trova una sua forma ibrida che attira e avvolge il fruitore nell’opera stessa. È questa, in effetti, un’altra peculiarità dell’arte di Dorici: il preciso intento di far entrare il fruitore dentro l’opera, di fare in modo che ne venga circondato ma niente affatto soggiogato, bensì posto in una condizione ideale di relazione e dialogo con essa – condizione che, peraltro, è (dovrebbe essere) imprescindibile per l’arte contemporanea ma che invero non è così automatica e frequente.

Alla fine, sapendo maturare uno sguardo attento e complessivo sulla ricerca artistica di Alex Dorici, si coglie un percorso espressivo ben delineato che se da un lato fa della sua poliedricità di forme e media una notevole fonte di attrattiva, dall’altro riesce a compendiare in sé tanta parte della storia dell’arte passata e recente dandole una forma che travalica il tempo e dialoga senza sosta con lo spazio – che non è solo lo spazio espositivo ma è pure, anzi, è soprattutto quello del mondo in cui viviamo e della sua contemporaneità materiale e immateriale. Anche per questo la bella idea del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport del Cantone Ticino di installare un’opera di Alex Dorici in una scuola pubblica (vedi l’immagine in testa al post) è alquanto azzeccata e di notevole valore culturale. In fondo, l’arte contemporanea, in quanto visione ed espressione tra le più attente e sagaci del nostro mondo e delle sue realtà, a scuola non solo ci sta benissimo ma trova pure un luogo particolarmente deputato alla sua esposizione, per come proprio i giovani, con la loro curiosità verso il mondo (che ovviamente la scuola ha il compito di coltivare e nutrire) non possano che essere per l’arte i fruitori più preziosi.

Cliccate sull’immagine per saperne di più e per vedere un servizio dedicato ad Alex Dorici dalla RSI, oppure cliccate qui per visitare il sito web dell’artista.

Mario Marenco (1933-2019)

Mi spiace molto di apprendere della scomparsa di Mario Marenco. La sua comicità stralunata, surreale tanto quanto fulminante e ben più colta di quanto potesse apparire di primo acchito mi affascinava, quando da ragazzino lo vedevo in TV. E ancor più mi affascinava e sorprendeva sapere che “di mestiere vero” fosse un grande architetto e designer di fama, autore di alcuni pezzi inseriti di diritto nella storia del design italiano del Novecento e considerati molto avanti rispetto ai tempi in cui furono realizzati (nelle immagini qui sotto potete vedere Cynthia, lampadario a sospensione del 1960 che risulta tutt’oggi assolutamente moderno e affascinante). Da ragazzino che ero, appunto, non capivo come potesse un professionista così creativo, certo, ma pure necessariamente rigoroso (ai tempi di Indietro tutta! frequentavo l’istituto tecnico per geometri, da studente pure io avevo a che fare con tecnigrafi e cose similari), conciliarsi nella stessa persona con Mister Ramengo, l’astronauta Raimundo Navarro, il professor Aristogitone e gli altri suoi (genialmente folli) personaggi.
Ma in effetti, pensandoci ora, non erano che le due facce della stessa preziosa, originalissima, inimitabile medaglia.