Una band da ascoltare e di cui “parlare parlare”… questa sera in RADIO THULE, ore 21, live su RCI Radio!

Questa sera, 18 marzo duemila19, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 11a puntata della stagione 2018/2019 di RADIO THULE, intitolata Una band musicale di cui parlare, parlare”.

Durante la stagione in corso di RADIO THULE, più volte nella selezione musicale di alta qualità che caratterizza il programma hanno trovato posto brani degli anni ’80, un periodo particolarmente luminoso, musicalmente, nel quale anche il pop da classifica presentava qualità artistiche oggi inimmaginabili. Poi, il 25 febbraio scorso, è giunta la notizia dell’improvvisa morte di Mark Hollis, leader di uno dei gruppi più importanti e influenti di quel periodo (e non solo), i Talk Talk, capaci di seguire un’evoluzione musicale tanto sorprendente quanto geniale. Nella puntata di questa sera RADIO THULE ripercorrerà la carriera della grande band inglese, dai successi del periodo più pop a quelli talmente innovativi (tanto quanto  sconosciuti o quasi al grande pubblico e pure a chi li seguiva ai tempi delle loro hit di metà anni ’80) da fare di Hollis e compagni gli “inventori” del post rock degli anni ’90, nonché rendendo i Talk Talk pure un ottimo motivo di celebrazione di un decennio che, forse, è stato l’ultimo realmente creativo e artisticamente sublime, nella musica più commerciale, prima del definitivo e degradante assoggettamento al più gretto mercato discografico.

Dunque mi raccomando: appuntamento a stasera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui. Infine, segnatevi già l’appuntamento sul calendario: lunedì 1 aprile, ore 21.00, la prossima puntata di RADIO THULE! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Daniele e Tom

Credo che qualsiasi appassionato di montagna, che la frequenti e ne salga le vette in modo più o meno alpinistico oppure ne venga semplicemente affascinato, sia rimasto parecchio colpito dalla tragica vicenda di Daniele Nardi e Tom Ballard sul Nanga Parbat.

Su quanto è accaduto sono state scritte molte parole, in questi giorni, non di rado fuori luogo. Piuttosto, una delle cose più belle e intense al riguardo l’ha scritta – anzi, l’ha disegnata Alberto Graia, e la vedete qui sotto. Perché in certi casi veramente le parole o sono di troppo, oppure sono troppo poco per ciò che dovrebbero e potrebbero dire.

D’altro canto,

Chi striscia sulla terra non è esposto a cadere tanto facilmente come chi sale sulle cime delle montagne.

(Søren KierkegaardAut-Aut, traduzione di K. Montanari Gulbrandsen e Remo Cantoni, Mondadori, 2015.)

“Luoghi in attesa”, giovedì 21/03, a Milano

Giovedì 21 marzo, alla Galleria HQ Mario Giusti di Milano, si inaugura Luoghi in Attesa, una mostra fotografica tanto intrigante quanto inedita concepita e realizzata da ALPES – già questa firma un sigillo per la mostra di certa e grande qualità, sia artistica che culturale.

“Luoghi in attesa”: luoghi in disuso, abbandonati, a volta vere e proprie rovine, bisognose di sguardi e di attenzione. Siti che spesso attraggono perché spiragli di un mondo che non si è ancora perduto, uno spazio che conserva ancora le memorie di un passato prossimo, la rappresentazione di una storia, sospesa tra presente e futuro. La loro storia non si spegne con l’abbandono e la distruzione: sono luoghi di interesse, stimolanti perché, pur non avendo più la loro destinazione d’origine, nel contempo non ne hanno ancora trovato una nuova.

Oggi questo tema ha una sempre crescente rilevanza e interesse, anche se a volte tale attenzione vira in sguardi fin troppo superficiali e banalizzanti. In verità, davanti a tali resti di epoche passate, ciò che risulta stimolante è che non abbiamo più la loro destinazione d’origine ma non ne abbiano comunque trovato una nuova. Rimangono così in uno stato semi-definito che permette di mantenere legami inattesi tra loro, formando reti inedite ed inattese, con un nuovo significato, per i valori (oggettivi) e le esigenze che rappresentano.

Nel momento in cui la rovina o i resti di strutture abbandonate riescono ad essere reinventati, allontanandosi dagli stereotipi di eco-mostri o di problemi od ancora di tipicità locali, si realizza quella convinzione per cui esiste, nel luogo ospitante, una cultura viva da inventare e non solamente da conservare: un proprio Genius Loci.

Un edificio lasciato andare, una rovina, un rudere, un casolare abbandonato rappresenta una storia non finita, sospesa tra presente e futuro, una traccia che ritrae anche il segno del tempo attuale e rivela come una grande contraddizione di un cosmo moderno oggi incapace di avere cura dei luoghi che ha in apparente sforzo ha faticosamente creato. I ruderi architettonici degradano allo stato di eterni cantieri che incontriamo sulla nostra strada.

La rassegna fotografica, a cura di Luciano Bolzoni, è il primo di tre atti dell’indagine promossa su questi luoghi da ALPES, che ha chiesto a quattro fotografi di interpretare con i loro scatti alcuni di questi luoghi (urbani e non), uno dei quali recuperato recentemente e ritornato a vivere, preparando un calendario di incontri e racconti durante le giornate della rassegna – dei quali incontri anche chi vi scrive sarà “protagonista”, in relazione a un luogo resiliente sul quale con ALPES si sta intessendo e strutturando un progetto di rinascita culturale e sociale. Ma al riguardo ne saprete di più, a breve.

Cliccate invece sulle immagini per saperne di più su Luoghi in Attesa. È una mostra assolutamente affascinante, per certi versi già una prima forma di “nuova vita” per luoghi abbandonati in fondo solo dalla considerazione diffusa e svagata imposta dal modus vivendi contemporaneo ma non certo dalla realtà, dalla storia, dalla geografia e dalle emozioni. Ovvero dal loro imperituro Genius Loci, appunto.

Visitatela, ne vale la pena.

La (IN)civiltà umana

Numerosi media internazionali (questo, ad esempio) qualche giorno fa hanno pubblicato le immagini di una inopinata invasione di orsi polari di un villaggio sull’isola artica russa di Novaja Zemlja. Gli animali, gioco forza attirati sull’isola per la sempre maggiore sparizione del ghiaccio polare nonostante la (teoricamente) stagione fredda, loro habitat naturale, e per lo stesso motivo visibilmente affamati, si aggirano tra discariche di immondizia, sperando di trovare qualcosa da mangiare.

Mai gli orsi polari, notoriamente diffidenti e solitari, si sono così avvicinati a degli insediamenti umani, denotando con tale comportamento la loro disperazione. Le foto, in particolare quelle degli orsi che s’aggirano per ignobili cumuli di spazzatura, sono particolarmente toccanti. E “incazzanti”, già: dunque la “mirabile” evoluzione della civiltà umana, quella che si è autoproclamata la più “intelligente” e “avanzata” sul pianeta, comporta tali conseguenze? Provoca questi danni, e la drammatica messa in pericolo di altre creature viventi, costrette a tentare di sopravvivere in mezzo alla merda degli umani? Questo significa essere Sapiens?

Sono domande retoriche, lo so. Basti pensare che si calcola che l’estinzione di almeno il 75% (ma altri dati citano un 90%) delle specie animali dal 1600 ad oggi è causa dell’uomo e dell’attività antropica sul pianeta.

No, mi spiace – e spiace dirlo soprattutto per quegli umani che una coscienza civica, politica, ambientale, etica ce l’hanno (quanti saranno, in tutto?) e sanno comprendere la tragicità di tali situazioni – ma bisogna ammettere che a volte l’unica soluzione per evitare una catastrofe ambientale planetaria non sia che la “civiltà umana” si dia da fare per risolverla, ma che la “civiltà umana” proprio sparisca dal pianeta.

Sparisca, già.

Di nuovo: BASTA MOTO SUI SENTIERI!

Il “report” pubblicato qualche settimana fa dalla Federazione Motociclistica Italiana con il quale la stessa FMI cerca di asserire in modo “scientifico” la sostenibilità ambientale delle attività motoristiche in territori naturali è ignobile. E tale lo è perché doppiamente ipocrita.

Innanzi tutto, perché rappresenta un bieco tentativo di autoassoluzione che per tale obiettivo di fondo vanifica la scientificità dello studio – il quale peraltro ovviamente comprova la sostenibilità delle attività motoristiche in ambiente: qualcuno veramente crede(va) che uno studio commissionato dalla FMI a favore delle sue attività se ne sarebbe uscito dicendo che no, ci spiace, quelle vostre attività non sono compatibili con la salvaguardia ambientale? Ma per favore!

Comunque, fosse “solo” per questo, si potrebbe pure soprassedere e persino apprezzare questa apparente attenzione all’ambiente. In verità c’è ben di peggio e di più ipocrita, che si origina dal fatto che lo studio fa riferimento “ad eventi occasionali come gare di enduro o motocavalcate, che interessano lo specifico luogo per uno/due giorni all’anno” (pag.35), da che fa riferimento ad una ben precisa e limitata area (il “campo gara ProPark di Ceranesi (GE)”, utilizzata fin dal 1990) e, soprattutto, dalle foto che vedete a corredo di questo articolo. Le ho scattate pochi giorni fa su un sentiero delle Prealpi Bergamasche, anche piuttosto accidentato in certi tratti, a circa 1200 m di quota; uno di quegli itinerari rurali dove una specifica legge regionale (nr.31 del 5 dicembre 2008), pur integrata da esecrabili emendamenti, impedisce in generale il passaggio di mezzi motorizzati se non dietro specifici permessi temporanei (relativi a eventuali manifestazioni sportive). Bene, lorsignori della FMI, ipocritamente, fanno finta di nulla riguardo quella gran schiera di motociclisti che se ne fregano bellamente del suddetto divieto di transito e scorrazzano liberamente per i sentieri di montagna, sapendo benissimo che la legge è ben poco applicabile in quanto mancano i controllori del suo rispetto (le forze dell’ordine di ogni specie, notoriamente esigue ovunque) e approfittando biecamente del sostanziale menefreghismo delle amministrazioni locali (salvo qualche raro caso) che se da un lato effettivamente possono fare poco, anche per mancanza di adeguati strumenti dispositivi, dall’altro fanno spallucce e pensano ad altro.

Eppure io, appassionato camminatore quale sono, 8 volte su 10 uscite in montagna trovo tracce del passaggio di motociclette dove non vi dovrebbero essere. Inoltre, non di rado, quando incrocio i “produttori” di quelle tracce, noto bene la sicumera e la boria di chi si sente “intoccabile” – così come ho conosciuto persone finite in ospedale per essere state aggredite da motociclisti particolarmente violenti ai quali avevano contestato il transito proibito.

Posto quanto sopra, proviamo a denotare il tutto alla FMI. Scommettiamo che minimizzeranno la questione, che citeranno “pochi casi isolati”, che altezzosamente sosterranno che “qualche cane sciolto” non può rovinare l’intero movimento? Be’, nelle mie uscite in montagna percorro una piccola parte di territorio alpino, e di tracce di passaggi motociclisti, come detto, ne trovo quasi ovunque. Per pura legge statistica, i “pochi casi isolati” potrebbero rappresentare la gran maggioranza del movimento motociclistico fuoristradista. Punto.

Ipocrisia allo stato purissimo, insomma.

A questo punto, rinnovo l’appello già diffuso sia qui che altrove (e sulla questione ne ho scritto anche qui): se ne vedete scorrazzare di tali motociclisti ove è loro proibito (quasi ovunque sulle vie rurali, appunto), denunciate, denunciate, denunciate! Fotografateli, girate un breve video, fate in modo che siano evidenti le targhe o altri dettagli utili al riconoscimento e poi d-e-n-u-n-c-i-a-t-e. Non fategliela passare liscia! Un atto di prepotenza così marchiano e tanto dannoso non può più restare impunito: lo devono capire loro, i colpevoli, e parimenti lo devono capire le autorità amministrative e istituzionali. Non è una mera posizione di parte, questa, e chiedo scusa a quei motociclisti che invece rispettano le regole, l’ambiente e le altre persone, ma è una fondamentale questione di civiltà, di buon senso, di educazione civica. Qualcosa che tutti dovremmo sentire come indispensabile da mettere in atto, se non vogliamo che anche quei territori ancora custodi di grande fascino, bellezza e purezza vengano definitivamente guastati e messi nelle mani di gente priva di qualsiasi scrupolo e dignità che ne possa disporre liberamente – e prepotentemente.