24 e 25 settembre: in Valmalenco torna Alt[R]o Festival!

Il 24 e 25 settembre prossimitra Sondrio e la Valmalenco, torna uno degli appuntamenti più innovativi e affascinanti tra quelli che si svolgono sulle montagne italiane: Alt[R]o Festival, un evento che nasce dal desiderio di far conoscere al pubblico uno degli angoli più belli e peculiari delle Alpi lombarde, la Valmalenco, esplorandola fuori dagli schemi consueti, andando alla scoperta di angoli nascosti, luoghi dimenticati, dettagli poco appariscenti, insegnando a perdersi consapevolmente, dimenticando la necessità di avere una meta e così ritrovando se stessi in una dimensione relazionale con la montagna diversa da ogni altra, più profonda e intensa, più consapevole e intima nonché emblematica per qualsiasi altro territorio montano.

Alt[R]o Festival anche per questa nuova edizione propone due giorni di esplorazione in cammino, laboratori e sport a stretto contatto con alberi, fiori, pascoli e rocce, per vivere un’esperienza intuitiva e nitida nella Natura a fianco di grandi artisti e figure importanti della cultura montana, il tutto condensato in un ricco programma di attività ed eventi.

Tra gli ospiti di grande calibro e notevole fama presenti quest’anno, inopinatamente (e nuovamente) ci sarò anch’io, sabato 24 alle 17.30 in Piazza SS. Giacomo e Filippo a Chiesa in Valmalenco – con  partecipazione libera – in Walkingstories, performance artistica, musicale e letteraria con il coinvolgimento del pubblico: un momento di condivisione di esperienze che possano creare una mappa collettiva composta da immagini, cose, suoni e parole. Ciò grazie a Laboule, creazione e ricerca sonora, Erica e Giulio Verri, art performers, e al sottoscritto, che cercherà di portare e offrire ai presenti la propria esperienza di autore letterario ma soprattutto di lettore di libri e di paesaggi, con questi due elementi liberamente interscambiabili al fine di generarne una lettura unica e condivisa – anche con chi sarà presente, appunto.

Inoltre, probabilmente, avrò anche l’onore di affiancare Tiziano Fratus domenica 25 all’Alpe  Ventina, ai piedi dell’omonimo ghiacciaio e all’ombra del celebre larice millenario, uno degli alberi più vecchi d’Italia, per gli appuntamenti programmati in loco.

Per qualsiasi altra informazione su Alt[R]o Festival 2022, sul suo programma, sugli aggiornamenti del caso e per sapere come partecipare, cliccate sull’immagine in testa al post e visitate il sito web dell’evento.

Alt[R]o Festival aspetta tutti voi, dunque: e vi posso assicurare con cognizione di causa che, se sarete presenti, vivrete un’esperienza che non scorderete facilmente.

Il vuoto del ghiacciaio

I ghiacciai, lo sanno anche i sassi ormai, sono tra i migliori indicatori naturali in assoluto dei cambiamenti climatici sia negli aspetti scientifici sia in quelli paesaggistici, per come la loro grande mole renda evidenti e inoppugnabili a tutti le variazioni che subiscono, anche nel breve periodo, in forza di quei cambiamenti. Per tale motivo vengono così spesso fotografati e mostrati al pubblico: basta affiancare due immagini dello stesso ghiacciaio (di qualsiasi angolo del pianeta, ormai) riprese oggi e solo qualche anno fa, se non decenni fa, per rilevare le sconcertanti perdite di estensione e di massa subite anche da parte di chi non sappia nemmeno cosa sia la glaciologia.

Tuttavia, un’evidenza forse ancora più sconcertante, riguardo il ritiro dei ghiacciai, è constatare non tanto ciò che ne resta ma ciò che già non c’è più: il vuoto lasciato dalla scomparsa della massa glaciale, l’alveo ricolmo di aria e niente altro, la mancanza percepibile e drammatica nel paesaggio ove il ghiacciaio si trova(va). L’immagine che vedete lì sopra, scattata da Alberto Prina (lo scorso maggio, anche se le condizioni erano già quelle di fine estate) e che io traggo dalla pagina Facebook di Jacopo Merizzi – guida alpina, scalatore leggendario, uno dei celeberrimi numi tutelari di quel sublime territorio alpino che è la Val Masino e il suo gioiello-nel-gioiello, la Val di Mello – rende perfettamente l’idea della quale vi sto scrivendo. Mostra il vuoto lasciato dalla scomparsa della lingua valliva del Ghiacciaio della (o del) Ventina, in alta Valmalenco nel gruppo del Disgrazia, con i due enormi cordoni morenici laterali che contenevano una conseguente, gigantesca massa di ghiaccio la cui fronte un tempo lambiva i rifugi sul fondovalle, visibili nell’immagine (se la ingrandite cliccandoci sopra li noterete meglio), e che in un secolo è totalmente sparita, lasciando solamente il nulla. Oggi il ghiacciaio si sta sempre più ritirando nel circo sommitale della valle e ne fuoriesce una lingua stretta e magra, in parte ricoperta da detrito, che non riesce più nemmeno a ricordare o rimarcare a chi non l’avesse mai vista ciò che era un tempo.

Il nulla, già. Una volta quel nulla era ghiaccio, dunque acqua (potabile), era un paesaggio differente, ambientalmente più ricco, era una montagna apparentemente più vitale, era la dimostrazione di un clima ben diverso. Oggi è la prova inequivocabile di un dramma climatico in corso del quale ancora troppo poco siamo capaci di concepire la portata e le conseguenze, dunque di formulare la necessaria resilienza – che, per certi versi e in circostanze estreme, sta già diventando pratica di sopravvivenza.

Le immagini del ritiro e dello sfacelo dei ghiacciai sono fondamentali e indispensabili dacché inequivocabili in ciò che mostrano e raccontano, senza lasciare posto ad alcun dubbio. Tuttavia, ribadisco, lo sono pure le immagini che non li mostrano più, i ghiacciai, proprio perché non ci sono più. Il vuoto che si coglie tanto chiaramente da esse, se posso così dire, è un po’ il vuoto che c’è nella nostra anima di fronte ai cambiamenti climatici e del mondo nel quale viviamo, che probabilmente col passare del tempo diventerà sempre più un altro mondo, un altro paesaggio. Simile per certi aspetti, diverso per molti altri. C’è solo da augurarci che quel vuoto glaciale non rappresenti a suo modo anche il vuoto delle coscienze e delle volontà umane nel cogliere, comprendere e, per quanto possibile, agire. Affinché resti solo parziale, il vuoto, magari ancora colmabile, in qualche modo, e non diventi invece totale, definitivamente.

«CE L’HO PIÙ GROSSO IO…

il comprensorio sciistico!». Già, sembra che ragionino ancora così, i gestori di certe stazioni sciistiche: come negli anni Settanta, nell’epoca dello “ski total”, dei grandi comprensori industrial-turistici dove contava avere più impianti e piste di tutti, della montagna che cominciava a essere trasformata in luna park alpestre ad uso e consumo del turista cittadino, di una realtà che sostanzialmente non esiste più. Veramente oggi va e può ancora andare in questa direzione, lo sci?

Salvaguardare il Vallone delle Cime Bianche – uno degli ultimi territori d’alta quota ancora incontaminati delle Alpi Occidentali – da chi vorrebbe installarvi dei nuovi impianti di risalita per unire i comprensori di Cervinia-Zermatt e del Monterosa Ski e crearne uno tra i più grandi d’Europa soltanto per gridare ai quattro venti «CE L’HO PIÙ GROSSO IO!» (francamente non vedo altri motivi sostenibili e giustificabili, al riguardo) non significa solo difendere la bellezza naturale di una meravigliosa valle alpina, ma anche e soprattutto salvaguardare il futuro di tutte le Alpi e mettere le basi per il loro miglior sviluppo possibile. Di più: è la manifestazione di una presa di coscienza civica e culturale nei confronti di un patrimonio di inestimabile valore, le nostre montagne, che è di tutti e che nessuno può permettersi di svendere in modi tanto degradanti e dissennati.

Partecipate alla seconda edizione di “Una salita per il Vallone. In difesa delle Cime Bianche”, sabato 6 agosto: trovate tutte le info al riguardo cliccando sull’immagine in testa al post. E’ importante, è necessario, è nobile, è civico, è un gesto bello tanto quanto le nostre montagne!

Salvaguardare il Vallone delle Cime Bianche per salvare il futuro di tutte le Alpi

[Fotografia di © Annamaria Gremmo Photography.]
Da tempo il meraviglioso Vallone delle Cime Bianche, tra la Val d’Ayas e la Valtournenche (Valle d’Aosta), uno degli ultimi territori alpini in quota rimasti intatti e incontaminati in questa porzione delle Alpi Occidentali, è stato posto sotto la minaccia di una devastante infrastrutturazione a fini sciistici, che ne minerebbe l’integrità ambientale e paesaggistica per i meri e ahinoi soliti fini di tornaconto economico-turistico, quelli per i quali si continua a guardare le montagne come a spazi da sfruttare e far monetizzare attraverso una visione anacronistica e degradante. Ma da altrettanto tempo tantissime persone si stanno opponendo a questo potenziale scempio attraverso diverse iniziative, e un attivismo civico e culturale prezioso oltre che esemplare non solo per la salvaguardia del “Vallone” – luogo divenuto ormai un simbolo di tali “battaglie” – ma di tutti quei territori alpini ancora intatti della cui bellezza abbiamo la fortuna di godere nel mentre che qualcuno vorrebbe invece privarcene per farne ennesimi divertimentifici ad uso e consumo turistico.

Tra di essi vi sono i ragazzi del progetto fotografico L’ultimo Vallone selvaggio. In difesa delle Cime Bianche e del sito web Varasc.it, che insieme a Ambiente Diritti Uguaglianza – Valle d’Aosta organizzano la seconda edizione di “UNA SALITA PER IL VALLONE”, che si terrà sabato 6 agosto 2022 con partenza da Saint Jacques, in Val d’Ayas: un evento e un appuntamento significativi e importanti per rendere palese il proprio impegno a difesa del Vallone delle Cime Bianche e contro lo sfruttamento turistico-industriale dei territori montani, patrimonio naturale fondamentale per il futuro di noi tutti.

Come scrivono gli organizzatori nel comunicato che presenta l’evento,

E’ questo un momento cruciale per le sorti del Vallone delle Cime Bianche: tra pochi mesi, in autunno, avverrà la pubblicazione degli esiti dello studio di fattibilità. Un anno fa, inoltre, sono state ritrovate le famigerate croci blu, tracciate dentro e fuori l’area protetta proprio nell’ambito di tale studio: il primo, vero danno al Vallone.
Nulla è perduto e la battaglia per la sua salvaguardia è sempre in atto: non retrocederemo nemmeno di un millimetro.
E’ tempo di tornare a camminare tutti insieme per manifestare fermamente a favore della tutela del Vallone, tuttora incontaminato e parte della ZPS “Ambienti Glaciali del Gruppo del Monte Rosa” (IT1204220), oggi più che mai gravemente minacciato dal progetto di un impianto di collegamento funiviario che ne minerebbe irrimediabilmente l’integrità.
Dopo il grande successo della prima edizione del 18 luglio 2021, riproponiamo questo appuntamento aperto a tutti, dentro e fuori Valle: amanti della Natura, della Montagna, persone che hanno compreso l’importanza di preservare gli ultimi baluardi intatti delle nostre Alpi e che desiderano per il Vallone delle Cime Bianche, un Bene Comune patrimonio di tutti, un destino ben diverso.
Un futuro in cui possa continuare a prosperare ed essere valorizzato esattamente per ciò che è, scevro da politiche predatorie, di profitto e di mero sfruttamento del territorio.
Vi aspettiamo numerosissimi, con grande entusiasmo, per un’altra memorabile giornata all’insegna della bellezza, della condivisione e della Conservazione.
Uniamo le forze e sommiamo le voci: salite con noi nell’Ultimo Vallone Selvaggio. Con voi e grazie voi lo salveremo!
Lunga Vita al Vallone delle Cime Bianche!

Se probabilmente non serve rimarcare nuovamente quanto risulti scellerato il progetto dei nuovi impianti nel Vallone – scellerato dacché non solo anacronistico e impattante ma pure perché sostanzialmente avulso dalla realtà, sotto ogni punto di vista – serve invece ed è anzi fondamentale manifestare pubblicamente il proprio senso civico e la propria opinione contro questa iniziativa e ogni altra simile. Perché, ribadisco, non c’è in gioco soltanto il destino di un singolo vallone alpestre ma il futuro di tutte le nostre montagne, della nostra relazione con esse, la possibilità di intraprendere finalmente una nuova via, di sviluppare nuovi paradigmi nello sviluppo – turistico e non solo – dei territori di montagna accantonando definitivamente quelli divenuti ormai palesemente dannosi, a favore della loro bellezza, del loro patrimonio naturale, delle comunità che li abitano, del miglior futuro possibile con il quale garantire loro di preservare e accrescere il valore culturale (nel senso più ampio della definizione) che possiedono e che offrono a chiunque.

Nelle immagini che corredano questo post (cliccateci sopra per ingrandirle) trovate tutte le informazioni necessarie per partecipare a “UNA SALITA PER IL VALLONE” e io mi auguro vivamente che possiate farlo. Sarà una presenza che andrà ben oltre il semplice poter dire «io c’ero», di più: rappresenterà il privilegio di poter dire «io ho fatto qualcosa», per il Vallone delle Cime Bianche e per tutte le nostre montagne.

Lunga vita al Vallone delle Cime Bianche!

P.S.: della vicenda del Vallone delle Cime Bianche ho già scritto più volte sul blog, a partire da qui.

Una bella foto. Anzi no, terribile

L’immagine fotografica che vedete qui sopra è bellissima e, al contempo, terribile.
È stata scattata qualche giorno fa da Michele Comi dalla parete Ovest del Torrione Porro e mostra la Val Ventina con l’omonima vedretta, tra la dorsale che dal Pizzo Cassandra scende al Pizzo Rachele, a sinistra, e i contrafforti orientali del Monte Disgrazia a destra. Il luogo è meraviglioso ma è in condizioni inquietanti: sembra un’immagine scattata a fine estate, quando ormai la copertura nevosa invernale si è dissolta, e invece è di maggio e l’intero territorio visibile nella foto sarebbe ancora dovuto essere pressoché bianco di neve, in condizioni climatiche normali. O forse è ormai il caso di dire in condizioni climatiche d’un tempo, visto che la nuova “normalità” al riguardo, posto l’andamento recente del clima, facilmente sarà questa.

Terribile, senza alcun dubbio. Eppure temo che, se l’immagine venisse mostrata ad un variegato campione di persone, molte ne coglierebbero la bellezza paesaggistica più che il messaggio climatico. Il problema culturale di fondo, al riguardo, è proprio questo: il clima sta inesorabilmente cambiando, noi stiamo realmente cambiando la consapevolezza al riguardo?

P.S.: nel frattempo, leggo il report del Servizio Glaciologico Lombardo che riporta i dati di innevamento in due delle stazioni di riferimento sulle montagne lombarde. Al Lago Reguzzo (Alpi Bergamasche, quota 2440 m) la media della neve al suolo alla data del 28 maggio è di 240 cm, quest’anno non c’è già più neve. Alla Vallaccia (Alpi di Livigno-Dosdè-Piazzi, quota 2670 m) la media della neve al suolo alla data del 28 maggio è di 170 cm, quest’anno non c’è già più neve. Non era mai accaduto prima che la neve al suolo si sciogliesse così precocemente: rispetto ai record precedenti quest’anno è avvenuto quasi 15 giorni prima alla Vallaccia e quasi un mese prima al Lago Reguzzo.