Leggo (vedi qui sopra) del conferimento al consigliere regionale lombardo – lecchese e dunque delle mie parti – Giacomo Zamperini della carica di Presidente della Commissione Speciale “Valorizzazione e tutela dei territori montani e di confine – Rapporti tra la Lombardia e la Confederazione Svizzera”. Incarico importante e impegnativo, come segnala il nome stesso della commissione presieduta, che impone responsabilità non da poco, tanto politiche quanto culturali.
Ciò è rimarcato dal passo falso con il quale il Presidente appena eletto è partito per questa nuova avventura politica: Zamperini dichiara che «All’atto del mio insediamento, ho voluto ricordare il grande temperamento e l’autenticità della gente di montagna, la quale affonda convintamente le radici nella propria terra e nella propria comunità, radici antiche e così profonde da superare le difficoltà e gli inverni più gelidi. Così, ho voluto ricordare l’alpinista ed esploratore Walter Bonatti il quale, parlando delle nostre montagne, diceva: “Chi più alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna”. Questa sua citazione ci farà da guida per il nostro lavoro nei prossimi cinque anni».
Eh, peccato che, come i più fervidi appassionati di montagna sapranno, quella citazione non sia di Walter Bonatti ma di Felice Bonaiti,uno dei fondatori della Giuseppe e Fratelli Bonaiti di Calolziocorte che nel 1977 è diventata la Kong Spa, tra i leader mondiali nella produzione di materiali per l’alpinismo e autentica eccellenza industriale lecchese (con la quale peraltro ho avuto la fortuna e l’onore di collaborare). Fu proprio Felice a mettere in pratica le intuizioni del grande Riccardo Cassin che portarono all’ideazione del moderno moschettone da alpinismo, quella a forma di “D” che ha reso celebre l’azienda oggi con sede a Monte Marenzo (ma nata nell’Ottocento a Lecco). La frase venne poi diffusa dal figlio Marco Bonaiti, attuale presidente della Kong, su un catalogo di molti anni fa (nell’immagine in fondo al post vedete una sua riproduzione, tratta da libro sulla storia della Kong); come sia poi stata attribuita a Bonatti è un mistero, o forse è soltanto il frutto di una banale confusione tra i due cognomi simili, Bonaiti e Bonatti, nel contesto alpinistico/montano. La superficialità del “sentito dire” (e di recente i soliti social) ha(nno) fatto poi il resto, facendo credere a chi di montagna non ne mastichi granché che effettivamente fosse Bonatti l’autore di quelle belle parole.
[Estratti dal libro sulla storia della Kong, pubblicato nel 2019.]Dunque non se ne dolga, il Presidente Zamperini, per questo appunto da me (e forse anche da altri, chissà) segnalato, che gli sembrerà pedantesco ma vuole essere innanzi tutto costruttivo, dacché è bene mantenere sempre alto il livello culturale di base nelle questioni legate alla montagna, che è appunto uno dei nostri paesaggi culturali per eccellenza ovvero quello dove il legame tra territorio e genti che lo abitano è più emblematico: in fondo da qui nascono le suddette grandi responsabilità che l’incarico politico in questione porta in sé. Fin dal nome della commissione in questione, ribadisco, ove si accostano i termini «valorizzazione» e «tutela» che non di rado, le cronache lo testimoniano, sui monti vanno in collisione: perché se generalmente la tutela della montagna comporta anche la sua valorizzazione, non sempre questa seconda ha implicato, ovvero ha previsto, la prima. Siamo sempre nell’ambito del rapporto conflittuale, ma “filosoficamente” paradossale, tra economia e ecologia, due ambiti che nascono come «fratelli» (hanno la stessa radice etimologica) ma col tempo sono spesso diventati «coltelli» e in montagna, per le caratteristiche peculiari del territorio e della presenza umana in esso, tale correlazione tra i due diventa o ancora più perniciosa oppure può essere finalmente virtuosa e benefica per chiunque, uomini e monti.
Non posso dunque che fare i migliori auguri di buon lavoro al Presidente Zamperini, nell’ottica generale di quanto ho appena affermato e parimenti rammentandogli di fare attenzione al possibile ghiaccio lungo i sentieri montani, sul quale a volte è facile scivolare malamente. Qualche buon moschettone da tenersi nello zaino, in tal caso, sarà sempre utile!
P.S. – Pre Scriptum: il presente articolo è stato pubblicato ieri, 19 aprile 2023, su “Il Dolomiti”, la cui redazione ringrazio di cuore per la considerazione che vi ha riservato.
[L’Uomo-Orso di Jelsi, Campobasso/Molise.]Se riusciamo a trarci fuori dallo specifico caso “Orsa Jj4-Andrea Papi” e da tutto il dibattito conseguente – sarebbe finalmente il caso di farlo, peraltro, visto quanto spesso assuma gli aspetti di una mera caciara – possiamo cogliere un altro aspetto del tema a cui il caso afferisce che non è stato granché considerato dai vari commentatori ma che a mio modo di vedere risulta fondamentale o quanto meno interessante da analizzare. Ovvero, il fatto che ciò a cui abbiamo assistito in questi giorni non è altro che una manifestazione in chiave contemporanea – nel bene e nel male di ciò – e niente affatto indiretta della relazione ancestrale tra uomo e natura, cioè tra mondo antropizzato e “civilizzato” e ambiente naturale selvaggio non (ancora) dominato dall’uomo se non marginalmente. Una relazione congenita all’antropizzazione umana dei territori naturali e della montagna in particolar modo, in questo periodo “interpretata”, loro malgrado, dal povero runner trentino da una parte e dall’orsa “problematica” dall’altro: ma, attenzione – qui è uno dei punti focali della questione – da un animale, l’orso, da sempre antropomorfizzato e presente nella narrazione storica dei territori in questione, dunque facilmente nonché inesorabilmente empatizzabile, sia in chiave positiva che negativa.
[L’Homo Salvadego della Val Gerola, Sondrio/Lombardia.]Mi vengono in mente le secolari figure mitologiche dei vari Homo Silvanus, Homo Salvadego, Omm Selvadech, Wildermann e tutte le altre facenti parte dell’etnologia alpina/appenninica e montana in generale (basti pensare allo Yeti tibetano o al Sasquatch nordamericano): tutte creature ominidi più o meno animalesche, tutte più o meno riconducibili alle fattezze dell’animale selvatico e relativamente antropomorfo per eccellenza delle montagne, l’orso appunto. Non a caso molti dei mascheramenti folclorici tradizionali dell’Uomo Selvatico/Wildermann sulle nostre Alpi riproducono le fattezze di orsi: se ne contano decine di casi nei vari carnevali alpini e non solo in essi (ma similmente riguardo lo Yeti himalayano, come non citare Messner il quale sostiene la teoria che sia un grosso orso?). Dunque, posto ciò, mi viene da pensare di conseguenza a tutta la letteratura più o meno vernacolare al riguardo e la sua interpretazione principale: l’identificazione e la determinazione, o la separazione, dello spazio abitato dall’uomo e di quello dominato dalle creature selvatiche e conseguentemente tutta la cultura storico-antropologica scaturente da tale relazione, che rimanda alle più ancestrali e ataviche paure dell’essere umano per ciò che sa di non saper o non poter dominare, anche quando quelle figure non assumano soltanto aspetti negativi. Un tema di matrice universale, sia chiaro, che vale per l’orso e per la natura selvatica come per l’oceano, i deserti, lo spazio, il buio eccetera, e che ancora oggi, a ben vedere e nonostante il livello tecnologico, culturale e di dominazione sul pianeta conseguito dall’uomo, è ben presente e attivo nel suo animo fino a influenzarne non solo l’emotività – il che sarebbe anche naturale – ma pure la razionalità. E che ci suscita comunque un notevole fascino, kantianamente “sublime”, qualcosa che ci attrae anche perché ci intimorisce (e viceversa): un aspetto assolutamente proprio dell’ambiente montano nei suoi vari aspetti, d’altro canto.
[L’Orso di Segale del carnevale di Valdieri, Cuneo/Piemonte.]Si può dunque discutere a lungo sulla presenza e la convivenza possibile o meno tra uomini e animali selvatici sulle montagne di oggi rispetto a come andavano le cose un tempo o riguardo le politiche di gestione da mettere in atto oppure no, tutti temi legittimi e anzi pragmaticamente necessari. Di contro, ribadisco, a me pare che una certa parte del tema finisca sempre e comunque a coinvolgere quella relazione difficile, cioè mai risolta e mai equilibrata, tra uomini e natura, tra mondo antropizzato e ambiente selvatico. Che è poi quella tra l’umano e il non umano, posta la nostra posizione di dominanza pressoché assoluta sull’intero spazio nel quale al momento siamo arrivati. In forza di ciò, per fare un altro esempio ipotetico ma emblematico, l’eventuale contatto con una civiltà aliena, se mai potesse accadere, sarebbe comunque traumatico: rappresenterebbe la manifestazione al massimo livello di ciò che accade ai livelli inferiori nel contatto con il “non umano” terrestre (ma anche tra umani “diversi”, purtroppo), il dover avere a che fare con qualcosa di sfuggente, di incontrollabile, potenzialmente letale ma anche per questo profondamente affascinante.
Questa relazione atavica e spesso problematica, al netto delle posizioni variamente ecologiste e animaliste tanto significative e importanti quanto sostanzialmente limitate, è appunto ancora ben presente nelle considerazioni legate al recente fatto di cronaca trentino, la cui sostanza si lega proprio alla presenza di un orso, animale alpino antropomorfo per eccellenza e in questo senso mitizzato da secoli. Sono certo che se ad uccidere lo sfortunato ragazzo trentino fosse stato un cinghiale, un cervo oppure un lupo, animale pur apprezzato e difeso da tantissimi, non avremmo constatato molte delle reazioni registrate dagli organi di informazione (per non dire dei social media), sia in un senso che nell’altro ovvero tra quelli che vorrebbero subitamente abbattere l’orso perché sul suo aspetto pur vagamente antropomorfo vi cuciono più facilmente addosso l’effigie del “nemico” ovvero del “pericolo” (proprio come accade simbolicamente in certi riti carnevaleschi), e quelli che per lo stesso motivo elaborano verso l’animale un’empatia se possibile maggiore, in relazione alle circostanze – che verso altre razze meno “umanizzabili”.
[Charles Freger, Wilder Mann, Ours, 2010-2011.]Certi vicendevoli isterismi di cui si è potuto leggere nei giorni scorsi non aiutano certo l’elaborazione della più equilibrata relazione uomo-natura e il suo evidentemente necessario sviluppo culturale: eppure è un aspetto che, io credo, dovrebbe essere più considerato o quanto meno non trascurato, meglio meditato e messo, insieme a tuti gli altri, a supporto di qualsivoglia iniziativa si decida di attuare, nel caso in questione, nella gestione politica quotidiana dei territori naturali e in generale nel nostro rapporto con la natura. Sulla quale ci siamo “evoluzionisticamente” assunti il diritto di governare (giusto o sbagliato che sia) ma che in verità non siamo ancora in grado di dominare compiutamente – come anche ha evidenziato con alcune sue considerazioni recenti il professor Annibale Salsa parlando di «illusione» riguardo la convivenza tra uomini e grandi predatori sulle montagne contemporanee. Forse è meglio così, forse quella nostra relazione con la natura selvaggia che si compone di razionalità e di emotività deve rimanere tale cioè irrisolta quale forma di auto-salvaguardia reciproca – noi verso la natura, la natura verso di noi – pur nel passare dei secoli e nel progresso generale del pianeta, e la cosa migliore che l’uomo possa compiere al riguardo è proprio il saper mantenere l’equilibrio tra le due componenti senza fare in modo che l’una tolga spazio all’altra e, anzi, salvaguardando quel margine di “mistero” e di incertezza, dunque di timoroso rispetto, che si riscontra nel contatto tra le due. Ciò anche perché nella natura “vera” la sicurezza assoluta e il “rischio zero” non esistono: se esistessero non avremmo più a che fare con una vera natura e in fondo il senso “filosofico” della civiltà umana al mondo e del suo progresso è dato anche dalla sussistenza “ancestrale” della natura selvatica in quanto tale, appunto.
Posso ben capire che sia molto più semplice disequilibrare definitivamente la relazione per risolverne la problematicità latente – dunque, nel caso in questione: via tutti gli orsi per lasciar campo aperto alle attività umane oppure via tutti gli umani dai territori frequentati dagli orsi – ma credo che non sarebbe una cosa degna d’una civiltà intelligente e avanzata come ci riteniamo e, nel caso, ne scaturirebbe un gravissimo, forse irreparabile danno (non solo rispetto alla biodiversità dei territori interessati) che colpirebbe anche e gli umani e forse essi più di altre creature. Visto che di disastri al pianeta e ai suoi ecosistemi ne abbiamo già fatti a sufficienza, e generalmente li abbiamo commessi proprio quando ci siamo disinteressati o dimenticati della nostra relazione con la natura e del generale portato di essa, sarebbe il caso di rimettere meglio in sesto le cose per il bene di tutti: umani, animali, natura, mondo, vita.
Devo ringraziare una volta ancora la redazione di “Valsassina News” che ha ripreso le mie considerazioniin tema di cicloturismo montano pubblicandole il 15 aprile nell’articolo sopra riportato (cliccateci sopra per leggerlo integralmente; sul blog lo trovate qui).
Come al solito, le considerazioni espresse hanno suscitato un ampio e articolato dibattito, con prese di posizione anche rigide (pure verso lo scrivente): ottimo così, va benissimo, i miei “articoli” più che imporre “verità” – che naturalmente non ho, semmai formulo riflessioni basate sulle mie esperienze personali, che tali sono, legate alle mie attività culturali in montagna – li pubblico proprio per sollecitare qualsiasi opinione di chiunque legga e voglia dibattere. Opinioni sulle quali si potrà poi essere d’accordo o in disaccordo ma, se fondate, costruttive e formulate con rispetto, sono assolutamente interessati e gradite. Al netto della mia esperienza in tali ambiti io non conto certo più di chiunque altro, ci sta che possa essere criticato, anzi: tutto può essere utile per affinare le proprie idee in un processo che mi auguro sempre reciproco e alla fine importante e utile anche per le figure, istituzionali e non, che detengono i poteri decisionali sulle iniziative progettate e da attuare. Che in quanto tali hanno una responsabilità ancora maggiore e, essendo rappresentanti dei cittadini abitanti e frequentatori delle montagne in questione, hanno l’obbligo di cogliere, meditare e elaborare ogni considerazione articolata su quelle iniziative.
D’altronde questi sono temi in costante stato di work-in-progress dacché legati a variabili in evoluzione nel tempo, i quali dunque vanno costantemente analizzati e affinati in base al divenire delle cose. Per ciò anche il dibattito deve mantenersi aperto, costante e sempre costruttivo, così da salvaguardare l’armonia tra cosa si fa, come si fa e dove si fa, a sempre maggior beneficio di tutti.
P.S. – Pre Scriptum: l’articolo che state per leggere ho cominciato a scriverlo a fine gennaio scorso, per poi affinarlo nelle settimane successive. Ora lo pubblico ma mi fa piacere leggere di alcune iniziative che vanno esattamente nella direzione sulla quale qui ho scritto, ma non per chissà quale preveggenza, semmai per naturale buon senso. Di esse ve ne parlerò nei prossimi giorni, intanto vi invito a farmi sapere che pensate di quanto leggerete ora.
Forse già sapete o avrete sentito dire che, nella gestione dei corsi d’acqua e degli ecosistemi relativi, uno dei fattori fondamentali da considerare è il “Deflusso Minimo Vitale” (DMV), cioè «la portata istantanea da determinare in ogni tratto omogeneo del corso d’acqua, che deve garantirne la salvaguardia delle caratteristiche fisiche, di quelle chimico-fisiche delle acque nonché il mantenimento delle biocenosi tipiche delle condizioni naturali locali.»
Ecco, proprio in forza di una definizione del genere e contestualizzandola alla montagna, verso la quale – o, per meglio dire, verso alcune delle sue località più rinomate – sovente si dirigono fiumi di turisti la cui presenza genera situazioni e circostanze non esattamente contestuali ad un territorio montano pur variamente antropizzato, mi viene da pensare che come per i fiumi si considera il suddetto “Deflusso Minimo Vitale”, per certa montagna si dovrebbe considerare un AMV, “Afflusso Massimo Vitale”: «la presenza antropica istantanea da determinare in ogni zona omogenea di un certo territorio montano, che deve garantirne la salvaguardia delle caratteristiche fisiche, ambientali, paesaggistiche, culturali, nonché il mantenimento dell’ambiente identitario generato dalle condizioni naturali e antropiche locali» – per abbozzare una definizione sulla falsariga dell’altra.
Troppo spesso ho la netta e inquieta sensazione che molti progetti di sviluppo turistico (non solo tali, ma soprattutto) concepiti per la montagna basino grandemente i risultati riguardanti frequentazione prevista su fattori di quantità e non di qualità, in base alla elementare equazione «più gente va in montagna = più guadagna chi ci lavora = più successo ha il progetto». Ciò, dunque, senza minimamente considerare, apparentemente, quanta presenza di visitatori occasionali, con tutti gli annessi e connessi relativi, possa sopportare un luogo e il suo territorio senza che quella presenza diventi un danno e una forma di degrado degli stessi. Sono principi, ad esempio, parecchio utilizzati dall’industria dello sci alpino, che punta a ottimizzare i propri tornaconti e a sostenersi finanziariamente proprio sulla massa di sciatori che è in grado di accumulare in un certo comprensorio, l’efficienza dei cui impianti di risalita, guarda caso, viene misurata in primis dalla portata oraria. Col risultato che sì, da un lato per prendere la funivia non ci sono più code, ma dall’altro le piste di discesa presentano un affollamento che nemmeno Piazza Duomo a Milano la domenica pomeriggio. Ma intanto all’uopo si allargano le strade, si costruiscono enormi parcheggi e locali al servizio degli sciatori grandi come centri commerciali, si cementificano spazi naturali eccetera. Tutte cose, inutile dirlo, che non c’entrano nulla né con il paesaggio della montagna, né con il suo ambiente e nemmeno con la cultura, di contro trasformando certe località montane iperturistificate in mere riproduzioni di ambiti metropolitani privi di identità: veri e propri non luoghi montani, insomma.
Senza cadere in passatismi di sorta, peraltro ingiustificati e incoerenti con la realtà contemporanea, viene comunque da pensare a certe pratiche di gestione della montagna d’un tempo, intrise di saggezze secolari e saperi solidamente basati su esperienze condivise. Le vaccate, ad esempio, dette anche erbate, ovvero la quantità di capi monticabili in un certo alpeggio, dato che ne contraddistingueva la funzionalità e il valore nonché il cui rispetto era un elemento vincolante per l’assegnazione e la gestione della relativa malga. Se quell’alpeggio poteva ospitare cinquanta vacche, non se ne potevano monticare cinquantuno. Fine, senza se e senza ma. Una questione di salvaguardia della vitalità dell’alpeggio e al contempo degli animali ospitati, in un equilibrio funzionale e benefico per entrambi. Perché non utilizzare un tale principio ovvero la semplice ma profonda saggezza che vi sottende, ripensata e contestualizzata agli spazi antropizzati sottoposti a frequentazione turistica, dunque a una presenza superiore a quella determinata dagli abitanti stanziali? Perché la qualità (in diverse accezioni del termine) del territorio montano deve essere soggiogata alla quantità di chi dovrebbe frequentarlo, senza che tra i due elementi vi possa essere una correlazione funzionale determinata dalle peculiarità del territorio stesso e dalle possibilità pratiche di accoglienza, cioè da un dato concreto che potrebbe ben definirsi l’AMV, “Afflusso Massimo Vitale” di quel luogo?
So bene che tutto ciò possa apparire fin troppo idealista quando invece, pensateci bene, è un concetto assolutamente naturale e pragmatico; d’altronde, so altrettanto bene che la matrice materialista di certo turismo di massa contemporaneo che punta senza troppi patemi all’overtourism (si veda il caso recente delle Cinque Terre con la conseguente e inevitabile «nemesi», come ha detto bene Maurizio Maggiani) pur di conseguire i tornaconti desiderati si palesa ormai indubitabilmente come una forma di depredazione dei territori di pregio e dunque anche di quelli montani, dei loro paesaggi, della bellezza, dell’identità e della cultura che li caratterizza, dunque la fonte di un inevitabile degrado che altrettanto inesorabilmente porta alla fine dei luoghi, con tutto ciò che ne consegue per la comunità che li vive, probabilmente illusa dai promotori di quel turismo massificato che la gran massa di persone avrebbe significato una pari gran massa di denari guadagnati e di conseguente benessere – esattamente come accadde in centinaia di località montane turistificate dal dopoguerra in poi e oggi fallite sia economicamente che socialmente e ambientalmente. Oggi non può essere più accettabile una sorte del genere, per la montagna, che invece merita di riguadagnare finalmente e totalmente la propria dignità sia nel panorama politico che in quello culturale, salvaguardando la propria identità da un lato e alimentando dall’altro la vitalità socioeconomica locale, per la quale il turismo può ben essere un supporto efficace e benefico ma solo se totalmente sostenibile dal territorio, dunque tanto ambientalmente quanto antropologicamente. Questa, in fin dei conti, è la vera sostenibilità per la montagna, ciò che può garantirle un futuro equilibrato a lungo a favore di chiunque la possa e potrà frequentare, da abitante o da turista ma, in ogni caso, in compiuta armonia con il suo paesaggio.
Diversi amici (che ringrazio molto) mi hanno segnalato, sulla questione “orsi in Trentino” rispetto alle cronache dei giorni scorsi, l’intervento sul quotidiano “Alto Adige” del professor Annibale Salsa, da sempre una delle figure più illuminanti sui temi della montagna. Intervento ovviamente interessante (lo potete leggere interamente cliccando sull’immagine qui sopra) che ha nella chiosa, a mio parere, la sua parte più importante:
L’antropocentrismo assoluto ha certamente arrecato danni per un eccesso di volontà di potenza della tecnocrazia. Tuttavia, non per questo, dobbiamo demonizzare l’essere umano in quanto tale. Riguardo alle politiche della montagna si tratta di scegliere, con onestà mentale, che tipo di montagna vogliamo. Una montagna selvaggia dove le attività umane sono bandite e dove gli abitanti sono una presenza scomoda o, viceversa, una montagna abitata ben sapendo che una convivenza perfetta fra uomo e grandi predatori è un’illusione.
Una conclusione con la quale il professor Salsa mette sostanzialmente in luce l’evidenza che, nella realtà di fatto, alla questione non c’è una soluzione “ideale”: ma non tanto perché non la si sappia trovare, semplicemente perché, forse, non esiste proprio. Nella realtà di fatto, ribadisco, non in senso assoluto – che è una condizione però alla quale mi pare siamo già andati oltre da un bel pezzo. Al solito, in questo per molti versi incauto paese, tocca gestire problematiche generate da mancanze istituzionali croniche: in tal caso, le evidenti mancanze, piccole e grandi, nel processo di gestione del patrimonio faunistico selvatico. Tuttavia, al di là di questa triste ma inesorabile presa d’atto, Salsa osserva giustamente che sarebbe bene una volta per tutte mettere da parte qualsiasi «illusione» di sorta, come anche nel mio piccolo e insignificante ho provato a segnalare nell’articolo scritto sulla questione qualche giorno fa: l’orso fa l’orso, l’uomo fa l’uomo. La tragedia non era impossibile che accadesse ed è possibile che accada ancora. Affinché non succeda mai più, come qualcuno desidererebbe, o spariscono gli orsi o spariscono gli uomini, oppure si controlla la loro popolazione in maniera adeguata e con le dovute risorse, umane e finanziarie, contemplando la possibilità, che dovrà essere resa la più remota possibile ma che non si potrà mai debellare del tutto, del tragico incidente, così come accade, per logica naturale, in ogni paese che abbia territori popolati da animali selvatici potenzialmente pericolosi per l’uomo ovvero per qualsiasi altra causa in un contesto naturale non antropizzato. In Natura il rischio “zero” non esiste (altra illusione troppo spesso pretesa da certo marketing turistico, e meno male che quella è e non una certezza), e se lo si vuole ridurre allo zero-virgola si agisca in tal senso, con onestà mentale come osserva Salsa e possibilmente senza causare ulteriori danni. Se l’orso fa l’orso, l’uomo faccia l’uomo ovvero la creatura intelligente ma veramente tale, non solo a parole vuote di sostanza. Perché, forse, mi viene da pensare, stiamo facendo di un “non problema” un dilemma fondamentale peraltro senza nemmeno essere in grado di risolverlo: questo rischia di rendere la morte di Andrea Papi un fatto non solo tragico ma pure vano, e ciò sarebbe una ulteriore inaccettabile mancanza.
Ecco. Tutto il resto mi pare siano solo chiacchiere, legittime ma poco o nulla sensate. D’altro canto l’illusione facilmente genera miraggi e conseguenti isterismi, come si è visto qui e in molti altri casi. Sarebbe una bella manifestazione d’intelligenza anche evitarli, d’ora in poi.