Cocktail e pesce a 2500 m

[Il Rifugio Bergamo/Grasleitenhütte, nel gruppo del Catinaccio, Dolomiti. Foto di Gianni Crestani da Pixabay.]

Dalla richieste più semplici come avere acqua e doccia a disposizione a qualsiasi ora o corrente elettrica stabile, a quelle più “esigenti” come mangiare pesce e bere cocktail in alta quota. Queste sono solo alcune delle domande rivolte ai rifugisti altoatesini, che intervistati da il Dolomiti ricordano: “Non siamo ristoranti, ma rifugi“.
Soltanto pochi giorni fa il Cai Alto Adige aveva commentato l’iniziativa “Sommelier in pista” organizzata dall’Alta Badia, volta a degustare i migliori vini dell’Alto Adige lungo le piste da sci nei rifugi partner Ütia I Tablà, Las Vegas, Rifugio Lé, Tamá, Ütia de Bioch, Ütia Pic Pré, Moritzino e Pic Pré. «E smettetela di chiamarli rifugi», aveva risposto il presidente dell’associazione alpinista Carlo Alberto Zanella, criticando non tanto il progetto in sé quanto invece la denominazione di alcune strutture in quota. «Sono Ristoranti a tutti gli effetti, ma chiamandoli ‘rifugi’, creano confusione e false aspettative nel turista», aggiungeva Zanella.

[Dall’articolo di Francesca Cristoforetti Ci hanno chiesto cocktail e pesce a 2.500 metri”, le richieste dei turisti in quota. I rifugisti: “Caffè deca? Abbiamo solo la moka. Non siamo ristoranti” pubblicato su “Il Dolomiti” il 6 gennaio 2023.]

Insomma, in breve: date loro strade, funivie e panchine giganti a 2500 m e vi chiederanno wifi, cocktail e pesce a 2500 m.

Un’equazione inesorabile?

Ditemi pure che sono fin troppo qualunquista nel pensarla in questo modo ma io temo che la realtà sia questa e lo sia inevitabilmente, ribadisco. Perché credo che alla base dell’apprezzamento di certe “divertenti” opere turistiche banalizzanti e decontestuali e dell’ignoranza nei confronti della montagna e delle sue più elementari peculiarità vi sia la stessa grave carenza culturale, peraltro adeguatamente “coltivata” da un certo marketing turistico per meri e biechi fini commerciali, al quale non di rado molti montanari di quei territori risultano conniventi, purtroppo (infatti non addebito la colpa primaria di questa situazione ai “turisti”, invero vittime di tali meccanismi perversi*). Se la montagna viene (s)venduta unicamente come un grande “parco divertimenti” con attrazioni da luna park, i suoi fruitori non faranno altro che comportarsi come se fossero in un luna park, pretendendo il “divertimento” promesso in ogni cosa, anche quando ciò sia non solo impossibile ma pure francamente stupido.

È grave e pericolosa, una incultura del genere, perché se non adeguatamente ripresa e corretta cagionerà danni ancor più gravi e non soltanto culturali, alle montagne.

*: approfondirò questo aspetto della “questione turistica” più avanti, con un articolo dedicato qui sul blog.

Italia e biciclette, un controsenso a pedali

[Immagine tratta da qui.]
In un paese come l’Italia che già da tempo si distingue in modo negativo sull’attenzione che pone all’uso della bicicletta, il governo ha recentemente azzerato, su (ignobile) iniziativa del ministero competente, i fondi per le infrastrutture ciclabili. Ma non è certo un problema di schieramenti politici, visto che dal 2020 al 2030, i governi italiani hanno messo a bilancio quasi 100 miliardi per l’auto, poco più di uno per la bici: cento volte meno, insomma (qui trovate un ottimo dossier al riguardo, curato da CleanCities). Con il risultato che le strade sono sempre più intasate di traffico e nel frattempo gli incidenti che coinvolgono i ciclisti aumentano di continuo. E comunque, ribadisco, non è certo un problema che nasce due o tre anni fa, questo, ma viene da lontano e da una più profonda, generalizzata negligenza politica e amministrativa. Peraltro, di quanto l’Italia sia ancora arretrata al riguardo ne ha parlato anche un recente articolo de “Il Post”, che contiene dati assai significativi per farsi un’idea chiara della noncuranza istituzionale italiana verso biciclette e ciclisti.

Posta questa realtà di fatto, parecchio disonorevole, risulta ancor più “sorprendente” – in senso negativo, per non scrivere direttamente sconcertante – la recente proliferazione di ciclovie ad uso prettamente turistico soprattutto in montagna e sovente a quote alte, che sembrano diventate il nuovo “testo sacro” del turismo per innumerevoli località montane, che siano già sciistiche oppure, forse in maniera maggiore, che non lo siano, e alle quali vengono destinati milioni e milioni di finanziamenti pubblici.

[Immagine tratta da qui.]
Un fenomeno alquanto disorientante, a ben vedere: mentre nelle aree altamente urbanizzate le amministrazioni pubbliche non solo “faticano” a creare percorsi per il transito ciclistico ben fatti, diffusi e sicuri, mettendo spesso in atto azioni propagandisticamente definite “risolutive” ma che spesso non risolvono e anzi aggravano il problema – risultato: ben 220 persone decedute in incidenti in bicicletta nel 2021, più di una ogni due giorni –, nei territori montani si costruiscono chilometri e chilometri di ciclovie ad uso maggioritario di turisti che facilmente utilizzano la bicicletta, rigorosamente elettrica, solo nei periodi di vacanza e soltanto per scopi ludico-ricreativi (e per questo abbisognano di percorsi i più lisci e agevoli possibile), spesso con impatti ambientali notevoli e altamente discutibili che vanno a deteriorare spazi in quota a volte ancora incontaminati, e ciò solo perché questa modalità di frequentazione (o di fruizione, termine forse più adatto) delle montagne viene spinta come il non plus ultra attuale, la nuova frontiera del turismo montano, il mood super wow da n-mila like su Instagram e TikTok – ovviamente “eco”, “green”, “sostenibile”, eccetera.

Ovvero, in soldoni (letteralmente): da una parte, dove ci sarebbe da investire sempre di più, si azzerano i fondi pubblici; dall’altra, dove ci sarebbe da investire nel modo più oculato possibile, i fondi pubblici si sperperano.

E per dirla in altro modo: da una parte le persone ci lasciano le penne, dall’altra ci lascia le penne la montagna.

[Immagine tratta da qui.]
Ditemi voi se vi sia qualche logica in tutto ciò – che non sia meramente “politica”, ovvero di ricerca e conquista di tornaconti particolari da parte dei sostenitori di quegli interventi montani. Ditemi voi se vi sia qualche traccia di sviluppo, di cultura, di sostenibilità ambientale, di connessione alla realtà delle cose, di visione del futuro. Magari c’è e sono io che non la vedo, non so. Però i mazzi di fiori lungo le strade sui luoghi di qualche incidente mortale in città e i continui nuovi nastri di cemento in mezzo ai prati a 2000 e più metri di quota, be’, queste cose le vedo molto bene. Ecco.

N.B.: per prevenire le critiche di chi “concentra” troppo la propria visione della questione, rimarco che il nocciolo di essa non sta nei suoi singoli elementi – la ciclovia, la pista ciclopedonale, l’ebike, il ciclista di montagna o di città, eccetera – ma nel quadro complessivo di essa e soprattutto nella gestione – o nella non gestione – da parte di chi ha voce istituzionale in capitolo, dalla cui frequente illogicità d’azione deriva tutto il resto o quasi.

Cronache del cambiamento (climatico): futuri disoccupati delle montagne?

[Foto di Yann Allegre su Unsplash.]

Tempi duri per i maestri di sci e di snowboard. L’assenza di neve, infatti, influisce in maniera pesante sulle loro attività. In particolare, a essere penalizzati sono i professionisti senza un’attività propria parallela.
Ogni inverno, a Les Paccots (FR), una quarantina d’istruttori venivano mobilitati durante le prime tre settimane della stagione. Per una ventina di loro, le lezioni di sci sono l’unica fonte di reddito. Purtroppo, però, quest’anno la stagione è iniziata in ritardo.
«Due o tre sono riusciti ad andati a lavorare in Francia durante le vacanze, ma per molti è una grossa perdita di reddito», lamenta Yves Büchler, direttore della scuola di sci di Paccots. «Incrociamo le dita affinché la neve scenda. Ma, guardando in prospettiva, con il passare degli anni la situazione sarà sempre più complicata», afferma Jefferson Dumas, uno degli istruttori.

[Dall’articolo La mancanza di neve costringe gli istruttori a licenziarsi pubblicato su “Tio.ch” il 9 gennaio 2023.]

I maestri di sci: ennesime vittime – loro malgrado – della monocultura dello sci nell’epoca del cambiamento climatico? Potrebbe essere una questione marginale, certo, ma è a sua volta emblematica riguardo gli stravolgimenti in corso sulle nostre montagne, tanto inesorabili (salvo inopinati miracoli climatici) quanto ancora poco o nulla analizzati, compresi, gestiti parimenti all’elaborazione della conseguente, necessaria resilienza socioeconomica – oltre che ambientale. Che succederà, dunque?

(Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo di “Tio.ch” nella sua interezza.)

Un “borgo” (?!)

Sestriere, un «borgo».

Sestriere, già, nata con regio decreto il 18 ottobre 1934 per la volontà di Giovanni Agnelli di creare una località esclusivamente vocata al turismo sciistico, che ai tempi cominciava a trasformarsi nel fenomeno di massa poi sviluppatosi ovunque dal dopoguerra in poi. Nemmeno novant’anni di vita, e sarebbe un “borgo”.

Capite quale immaginario della montagna ci vogliono imporre, sempre più distorto, deviato, funzionale alla svendita commerciale e al consumo illimitato dei territori montani? Non da oggi, sia chiaro, ma negli ultimi tempi con sfacciataggine ancor più bieca e sfrenata. 

Ha ben ragione l’illustre Antonio De Rossi, sulla cui pagina Facebook ho intercettato la cosa lì sopra, a commentare: «La situazione pare oramai sfuggita di mano». Già: da discutibile, a paradossale, a ridicola ormai e chissà cos’altro, di questo passo.

Sia chiaro, nulla contro Sestriere per quel che è realmente e per chiunque ci vada: posto peculiare, per molti versi. Ma non è un borgo. Altrimenti definiamo “cattedrale” un centro commerciale e “foresta vergine” gli alberi di un giardino pubblico cittadino – o si continui pervicacemente a fare ciò che notai tempo fa sulla brochure promozionale di una nota località delle Dolomiti, dove ebbero il coraggio di definire “wilderness” il bosco in mezzo alle piste da sci da «esplorare» in appositi tour guidati lungo tracce comodamente battute e segnalate, con ovvio happy hour finale in un rifugio lì vicino. Fate voi!

Da par mio dunque non posso che ritornare a Antonio De Rossi, in merito a tale questione, e al fondamentale libro di cui è autore/curatore insieme a Filippo Barbera e Domenico Cersosimo: Contro i borghi. Il Belpaese che dimentica i paesi, pubblicato da Donzelli. Da leggere, sempre più (e cliccando sul link troverete un altro libro similmente interessante, sullo stesso tema).

Buone vacanze a tutti quelli che si recheranno a Sestriere. Che non è un “borgo”. No.

La miseria mentale corre sulle ciclovie montane

Ahinoi nessun arresto, nessun sussulto di inorridimento si alza per la devastazione in corso dei sentieri valtellinesi, in nome di inarrestabili smanie di ristrutturazioni viabilistiche. Una miseria mentale che corre sulle nuove ciclovie e sulle maledette biciclette elettriche. Quanto vale una radice? Un gradino di pietra, un muro storto? Un piccolo solco inciso nella cotica erbosa, contornato dai rododendri? Cosa rappresenta una vecchia pista? Un’antica via? Cosa giustifica la cancellazione dei segni di passaggio impressi nei sentieri noti e meno noti disseminati sulle nostre montagne? Per secoli abbiamo camminato a piedi per queste vie accidentate, aperte a tutti. Generazioni di donne e uomini hanno vissuto e lavorato lungo questi sentieri. Oggi stanno sparendo, non solo per l’assenza di una misurata manutenzione ordinaria collettiva, ma per l’insana follia di “valorizzazione” che li vede sacrificati in nome di una nuova accessibilità. Interventi fuori misura, centrati su un’idea distorta superficiale e fuorviante di inclusione, che equipara le barriere naturali con quelle architettoniche. Perché in ossequio alla moda della “ciclabilità” arriviamo ad eliminare radici e gradini troppo alti, raccordare dislivelli creati dalla presenza di rocce affioranti o creare nuovi passaggi in corrispondenza dei guadi o di alcune zone paludose? Perché le flebili forme di “valutazione di incidenza” producono pagine e pagine di relazioni vuote, che considerano la tutela solo in funzione di motivazioni economiche, di aree protette, del computo analitico di emissioni, senza considerare che, almeno in alcuni luoghi particolari, la semplice alterazione permanente di un sentiero di grazia costituisce valido motivo per lasciarlo così come da sempre lo conosciamo?
[Clic.]
Michele Comi, sulla propria pagina Facebook il 7 dicembre 2022, riassume efficacemente tutta la pericolosità di tante attuali iniziative di “valorizzazione” turistica delle montagne: prive di qualsiasi cultura, conoscenza, competenza, sensibilità, cura, visione dei monti, e ricche di prepotenza, boria, imperizia, incultura, egoismo nonché di finalità del tutto avverse alla realtà passata, presente e futura delle terre alte. Il primo passo per poter fare cose buone, in montagna, è opporsi fermamente a queste cose pessime, l’atto basilare per innovare paradigmi altrimenti obsoleti, fallimentari, pericolosi e finalmente cambiare le sorti dei territori montani. Per il bene loro e di noi tutti. (Nell’immagine in testa al post: Il benessere si esplicita in fondoschiena robusti, disegno di Giuseppe Galimberti, tratto da Memorie di un architetto di provincia.)