Scrivere la (propria) storia sulla geografia

[Foto di Patrick Robert Doyle da Unsplash.]
Sul libro “rilegato” che è il territorio vissuto, abitato e modificato dall’uomo nel corso del tempo, sulle sue pagine di terra e roccia a volte ben spiegate, altre volte ripiegate o sovrapposte, ad ogni occasione vedo nitidamente un’estesa scrittura, una calligrafia a volte fitta, minuziosa, altre volte più rada ma pressoché sempre tracciata, stilata, che io intuisco (in una virtuale visione del territorio a volo d’uccello – ma è una percezione che formulo sempre, cioè ogni volta cammino attraverso un territorio e ho l’occasione di osservarlo da una sua pur minima sopraelevazione) proprio come un insieme di segni e grafemi di un testo simil-alfabetico che le genti di questa zona hanno steso, scritto, qualche volta cancellato e poi riscritto lungo i secoli. Mi ricorda certi manoscritti medievali fittamente compilati ma, qui, con un diverso ordine grafico inevitabilmente imposto dalla morfologia della superficie da scrivere così come dalla funzionalità pratica del segno inscritto nonché, io credo, pure da particolari condizioni emotive o predisposizioni d’animo (ordine che a sua volta, lavorando d’immaginazione, mi riporta alla mente certe sperimentazioni artistiche proprie della poesia visiva novecentesca).

Trovo che la cosa diventi del tutto evidente proprio studiando una mappa di qualsiasi territorio (ovvero l’unico strumento che può donare la suddetta visione a volo d’uccello senza necessitare d’un qualsiasi aeromobile) che sia dotato d’una stratificazione – o di una compilazione – antropica assai diffusa e storicamente lunga diversi secoli: la trama delle vie di transito, rurali o meno, dei segni della presenza umana, della coltivazione dei boschi e dei pascoli, dei nuclei abitati e di ogni altra cosa simile è fitta, articolata e strutturata similmente a quella d’un testo alfabetico scritto, solo qui dotato di un particolare codice geo-grafemico, appunto. Sentieri, mulattiere selciate o meno, semplici tracce appena abbozzate o strade asfaltate (che in molti casi risultano sovrascritture di più antiche vie di transito), muri, recinti e palizzate, ometti di pietre, croci e santelle, ponti, passerelle, guadi, opere idriche anche elementari, prati, terreni e boschi coltivati ovvero zone disboscate (dacché sovente anche le selve sono il frutto delle “scritture” dell’uomo, quantunque il loro aspetto non lo farebbe supporre), cave, miniere e scavi, pozzi, edifici d’ogni genere e sorta, dai più minuscoli ai più grandi, stabili rurali e funzionali alle attività umane, nuclei residenziali abitati oppure ormai abbandonati, spazi di varia natura che presentano una frequentazione, tracce di passaggio o una qualche forma di sfruttamento antropici, testimonianze rupestri… tutti questi sono i segni della scrittura dell’uomo sul territorio, sono il testo attraverso il quale genti diverse lungo i secoli hanno narrato la loro presenza storica in quella parte di mondo, il senso e la sostanza della loro vita quotidiana, a volte la percezione pratica oppure emotiva del paesaggio, le proprie necessità e le aspirazioni al riguardo, il gusto estetico, altre volte la lotta con esso per la resilienza e la sopravvivenza più dignitosa contro la durezza del territorio e le forze naturali – una lotta a volte palesemente vinta, altre volte no.

Ovunque io vada, per territori domestici e ben conosciuti così come per zone che attraverso per la prima volta, ricerco e scruto i segni inscritti nel paesaggio, spesso li identifico come il testo primario fondamentale per capire dove sono, cosa è il territorio in cui mi muovo, il presente di quale storia umana sto vivendo e attraversando, quale dialogo tra genti e paesaggio sto cercando di comprendere e quale trama mi viene narrata, qui. Intuisco vividamente il senso della definizione che il celebre storico dell’architettura svizzero André Corboz ha coniato al riguardo: il territorio come palinsesto, come superficie continuamente modificata, scritta, sovrascritta, cancellata e riscritta nuovamente, sia dai fenomeni naturali – su scale temporali ordinariamente non intuibili – e sia, soprattutto, dall’intervento consapevole dell’uomo. Il tutto genera un continuo processo di trasformazione del paesaggio, come fosse un testo in costante evoluzione alla cui scrittura possa contribuire chiunque viva e frequenti quel paesaggio, similmente a quanto accade in letteratura con la scrittura collettiva: in effetti una comunità sociale che interagisce con il proprio territorio può essere considerata un “collettivo antropologico”, unito da un intento di sopravvivenza (dacché concretamente “sopra-vivente”, vivente sopra) il proprio territorio. Corboz non poteva scegliere vocabolo più adatto, a ben vedere: “palinsesto” rimanda direttamente all’atto dello scrivere e del riscrivere (è parola greca, palímpsestos, che significa “grattato di nuovo” o “grattato due volte”), ma pure nell’accezione tecnica contemporanea di “sequenza temporale organizzata dei messaggi offerta da un’emittente a un pubblico ricevente”, il vocabolo si adatta perfettamente al caso nostro, ove l’emittente è il territorio/paesaggio, i messaggi quelli leggibili nei segni antropici su di esso inscritti e il pubblico, ovviamente, chiunque attraversi il territorio in questione e ne indaghi il suo paesaggio.

Philippe Daverio

[Foto di br1 (Bruno Cordioli) da https://www.flickr.com, CC BY-SA 4.0; la fonte da cui l’ho tratta è qui.]

La vita è come un quadro, pieno di pennellate che vanno nel verso giusto, ma ce n’è sempre una che, nonostante l’attenzione del pittore, esce dai confini, macchia il pavimento: ecco, quella è la morte, ineluttabile, fatale, uno strascico blu nell’infinito magniloquente e fantasmagorico, un’esplosione oltre la cornice che tutti vivremo (o moriremo), polvere barbaramente bistrattata quantunque paventasse un volo pindarico.

(Dalla puntata Palermo o l’Europa di una volta del programma televisivo Passepartout del 29 settembre 2013.)

Più che uno “stimato critico d’arte”, come ordinariamente lo si riteneva, è stato un ottimo divulgatore, Philippe Daverio, avendo capito che dell’arte non solo bisognava disquisire (anche) con parole semplici ma, ancor più, che c’era da rendere chiaro e far capire quanto fosse e sia lo strumento migliore (in assoluto, forse) che l’uomo ha a disposizione per capire se stesso, il suo mondo e la vita che vive in esso, tanto nel senso più aulico e filosofico quanto in quello più quotidiano e popolaresco di ciò, ovvero parlando al cultore della materia e al contempo alla classica “casalinga di Voghera”. Tutto questo per il bene (o il tornaconto, se preferite) dell’arte stessa, in primis, e trovando il modo di farlo, con abilità più o meno “politica” ma di sicuro ammirevole, sui media più nazional-popolari.

Credo che tanti, me compreso, debbano molto della personale passione per l’arte alle sue trasmissioni televisive – quando ancora la TV proponeva qualcosa di salvabile e interessante: semplici, immediate, “scolastiche” e per questo comprensibili e sovente illuminanti, ottimi e facili input all’approfondimento delle materie artistiche e dei loro protagonisti. D’altronde anche la più ampia e strutturata erudizione, in ogni campo, nasce da elementari e primarie (ancorché sagaci) nozioni, e di una cosa del genere a Daverio tutti quanto dobbiamo e dovremo essere sempre alquanto riconoscenti.

RIP. ∞

P.S.: cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più su Philippe Daverio.

Consigli di lettura: Roberto Mantovani, “Ciak, si scala!”

Ovvero: di libri che non ho ancora letto ma so per certo – cioè per vari e giustificati motivi, anche senza averli ancora letti – che siano interessanti e importanti da conoscere subito. E che ovviamente leggerò presto.

Se per motivi che non vi sto a dire ora, qui, non sono mai stato un cinefilo ma negli ultimi tempo ho deciso di recuperare a questa mia carenza, sono da sempre un appassionato frequentatore dei monti, sia alpinisticamente che culturalmente; inoltre ho la grandissima fortuna di conoscere Roberto Mantovani, veramente una delle maggiori eminenze della cultura di montagna in Italia e non solo dal punto di vista storico-alpinistico.
Posto ciò, mi viene da dire che, sommando questi elementi personali, il risultato che scaturisce ha più o meno la forma dell’ultimo libro di Mantovani, Ciak si scala! Storia del film di alpinismo e arrampicata, edito da pochissimo dal Cai – Club Alpino Italiano in collaborazione con il Museo Nazionale della Montagna e l’International Alliance for Mountain Film.

Come denota la presentazione del volume, «L’alpinismo, da poco proclamato Patrimonio culturale immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco, non avrebbe lo stesso fascino se non fosse stato rappresentato nell’arte e nella letteratura nel corso dei secoli. Solo l’arte cinematografica, però, grazie alla simultanea riproduzione di suoni e movimenti, ha saputo rendere al meglio le potenzialità e le imprese espresse dall’azione alpinistica individuale e collettiva.
Questo volume, che ripercorre la storia del cinema d’alpinismo dalle origini fino a oggi, intende gettare uno sguardo sull’evoluzione della narrazione per immagini compiuta in 120 anni di storia, coinvolgendo differenti tecniche di racconto e di ripresa negli ambienti verticali. Ne risulta un agile compendio che restituisce scene ed emozioni di una frequentazione della montagna che ha conosciuto mutamenti profondi nel corso del XX secolo, in linea con gli eventi storici che hanno plasmato la cultura dell’epoca moderna.
Nelle pagine corredate da foto, locandine e fotogrammi d’epoca si compie dunque un affascinante viaggio alla scoperta degli inizi pionieristici del muto e del bianco e nero, passando per il Cervino di inizio Novecento, fino ad arrivare agli exploit estremi riprodotti in digitale nel terzo millennio. Così, dalle Alpi fino ai colossi himalayani, la storia dell’alpinismo viene raccontata alla luce del magico mondo della celluloide, per capire come il brivido della vetta sia arrivato nelle sale e nelle case di tutti noi.»

Un volume estremamente interessante che unisce due ambiti da sempre vicini ma la cui relazione non era ancora stata indagata con tali attenzioni e profondità e che, sono certo, accrescerà non solo il fascino singolare e reciproco dell’andar per monti e del testimoniarlo in immagini, ma pure la voglia di tornarci, in montagna, a godere della sua bellezza così grande da rendere intrigante qualsiasi fotogramma, più o meno cinematografico, ad essa dedicata.

Il Festival dello Strega

Se posso dire, con tutto il rispetto ma con altrettanta sincerità, il Premio Strega a me pare il Festival di Sanremo dell’editoria italiana.

Ecco, l’ho detto.

No, anzi, dico di più e aggiungo (che tanto a me allo Strega non mi chiameranno mai e peraltro mai ci vorrei andare): dicono – i media – dei sei finalisti di quest’anno, non cinque come gli anni scorsi perché il sesto deve essere il libro di un piccolo editore. Bene, il “piccolo editore” è Fandango, di proprietà dell’omonima casa di produzione e distribuzione cinematografica, tra le più importanti in Italia (!), e diretta da Edoardo Nesi, vincitore dello Strega nel 2011 (!) e parlamentare (!).

“Indipendente”, dicono.
Sì, certo: come un milionario lo è dal sistema bancario.

Aahahahahahahahah!!!
Un’ennesima “bella” storia all’italiana, vero? Evviva!

Ribadisco: con tutto il rispetto del caso, ma con altrettanta coerenza e obiettività. Già.

Lo Strega e M…ah!

Lode e gloria ad Antonio Scurati e al suo M, che ha vinto il Premio Strega 2019 – libro che non ho letto e sul quale dunque non posso dire nulla, anche in forza di certi articoli al riguardo nei quali sul libro si dice tutto e il contrario di tutto. Quindi, appunto, amen.

Resta tuttavia incrollabile la personale opinione circa lo Strega, che ho già rimarcato qui (e non solo lì) e che, giocando irrispettosamente con la copertina del libro di Scurati, ho illustrato nell’immagine in testa al post: a suo modo un “romanzo” o, meglio, una fiction sul grande (?!) mondo dell’editoria nostrana. Ai cui meccanismi (parecchio ostruiti nonostante tutto l’olio messoci dentro) anche Scurati si è dovuto adeguare, a leggere le sue dichiarazioni post-vittoria. Forse suo malgrado. O forse no.

P.S.: ma poi, conta veramente vincere “il più importante premio letterario italiano” come lo stesso Scurati ha dichiarato, appunto? Mah!