Se durante queste festività visiterete Londra, o in qualsiasi caso vi capiterà di andarci in futuro, “regalatevi” un’esperienza tra le più intense che si possano vivere – e non solo riguardo ai luoghi d’arte: la Rothko Room alla Tate Modern. La grande sala dedicata a Mark Rothko presso il celebre museo londinese contiene nove opere dell’artista lettone-statunitense, e offre un’esperienza che non esito a definire spirituale. Le grandi campiture di colore delle sue opere sembrano varchi cromatici non tanto verso diverse e inopinate dimensioni “altre” ma più verso l’interiorità di chi vi si trova innanzi, come se attraverso il colore riuscissero a rendere manifeste le profonde emozioni suscitate nel visitatore dalla relazione con le opere e, al contempo, sapessero colorarne degli stessi toni l’animo. Il visitatore si trova così non solo circondato ma in qualche modo avviluppato nelle opere di Rothko, vi si ritrova catturato in modo tanto ipnotico quanto soave, piacevole, riconosce nel colore una tangibilità trascendente, la rappresentazione immateriale eppure vividissima di un “ipermondo” apparentemente fatto di nulla – se non di colore – ma in verità ricolmo di tutto, ovvero di quanto può servire allo sguardo per appagare la mente e lo spirito. Le nove opere della Rothko Room sono come altrettanti specchi, in fondo: stando al centro della stanza è come se vi si venisse riflessi in nove modi differenti ma a riflettersi non è la nostra figura, è la parte interiore, è il nostro io più intimo, profondo e unico.
Per questo l‘arte di Rothko è tanto spirituale, e la Rothko Room della Tate Modern così simile a un luogo sacro. “Sacro” d’una sacralità che trova la propria ragion d’essere, e il proprio senso precipuo (che quasi nulla ha a che vedere con l’accezione ordinaria del termine), nella parte più intima del visitatore, appunto – se il visitatore è capace, almeno in questo frangente, di lasciarsi guidare principalmente dai sensi, di fare che sia l’animo a elaborare la visione recepita dallo sguardo più che la mente, e di saper concepire che una apparentemente “semplice” macchia di colore possa in realtà contenere e rappresentare un mondo intero e tutte le altre sue “coloriture”. La contemplazione che si genera in fronte alle opere è istintiva proprio perché ci si riconosce in esse e parimenti vi si riconosce un qualcosa di sovrumano, di ultraterreno, certamente sfuggente al normale raziocinio ma pure inspiegabilmente vivido.
Mark Rothko dimostra con la sua arte che la percezione umana sovente non abbisogna di troppi dettagli, è legata a elementi unici tanto più espressivi quanto più in grado di connettersi direttamente con il nostro spirito in un vero e proprio “matrimonio dei sensi” – come lo stesso Rothko sosteneva:
Probabilmente ci sono ancora così tante annotazioni che non riescono a spiegare i miei dipinti. La loro spiegazione deve sorgere da una profonda esperienza tra immagine e osservatore. L’apprezzamento dell’arte è un vero matrimonio dei sensi. E come in un matrimonio, se non viene consumato si giunge all’annullamento.
Insomma, andateci alla Tate Modern a visitare la Rothko Room. Ne vale la pena, anzi: vale da sé un viaggio a Londra, ve lo assicuro.
P.S.: per la cronaca, la Tate avrebbe potuto possedere molte più opere di Rothko, ma quando l’artista le offrì al museo, nel 1967, l’allora direttore Norman Reid le sottovalutò e rifiutò, eccetto proprio i nove dipinti che oggi sono esposti nella Rothko Room. Ai tempi le opere vennero valutate intorno ai 330mila dollari, oggi valgono circa 1,5 miliardi di sterline… (fonte: qui).

Quanta gente oggi sa, o dice di sapere (tutto, o quasi), ma in verità non conosce (niente, o quasi) – e non lo sa!
Eh, la basilare, fondamentale, vitale “sfida del Natale”!
Ma non sarebbe finalmente il caso di pubblicare un quotidiano sul quale non ci siano notizie relative alla “politica” e al relativo teatrino dei partiti e dei politici, se non quelle assolutamente fondamentali (e non sono più di quattro o cinque all’anno)? Non ci vorrebbe una buona volta il coraggio di ammettere che le suddette notizie che così tanto infarciscono gli organi di informazione italiani non sono altro che marchette da elargire a questo o quell’altro riferimento partitico, le quali all’opinione pubblica e al suo livello di cognizione civica non provocano altro che danni? Non dovrebbe essere la missione naturale e imprescindibile della stampa quella di comunicare al pubblico l’essenza dei veri fatti piuttosto della vuotezza di così tante parole, di informare e non di annunciare, di agevolare a chiunque la comprensione della realtà invece di appoggiare chi la vuole mistificare per propri esclusivi fini? O, più semplicemente, di comunicare notizie utili e importanti, non cronache arroganti e sterili?