Le priorità per la montagna

Ecco.

Due esempi tra i tanti possibili il cui raffronto è alquanto emblematico, a mio parere, riguardo la “visione” e l’atteggiamento che la politica riserva ai territori montani. Già.

P.S.: non c’è in questo post una critica diretta all’innevamento artificiale, pratica che comunque aborrisco anche per come gli impiantisti lo credano il loro salvagente e invece rappresenta il cappio al collo, ma – ribadisco, a scanso di equivoci – al modus operandi della politica verso la montagna.

Erna, l’utopia della “città dello sci” ai piedi del Resegone

Sopra la città di Lecco, sostenuta dalle bastionate calcaree dell’omonimo Pizzo e ai piedi delle creste sommitali del Monte Resegone, si trova la bellissima località dei Piani d’Erna, frequentatissima in tutte le stagioni grazie alla facilità di accesso su sentiero e, ancor più, per la presenza di una funivia che la raggiunge partendo dai sobborghi collinari di Lecco. In verità di “piano” i Piani d’Erna non hanno molto, presentandosi come un’ampia conca prativa circondata da boschi i cui pendii in passato, stante proprio la vicinanza alla città, hanno rappresentato i campi sciistici per eccellenza dei lecchesi: bastava un breve viaggio in auto o coi mezzi pubblici, la rapida salita in funivia e in una manciata di minuti dal centro cittadino si era sulla neve, sci ai piedi.

[I Piani d’Erna oggi. Immagine tratta da www.orobie.it.]
[Un’altra immagine dei Piani d’Erna oggi, tratta da www.eccolecco.it.]
Queste caratteristiche particolari hanno fatto sì che tempo fa ai Piani d’Erna non si mirasse solo a creare una “normale” stazione sciistica: negli anni Sessanta del secolo scorso – periodo, inutile rimarcarlo, nel quale il boom economico e industriale faceva pensare che nulla fosse impossibile – qualcuno pensò un progetto tanto grandioso quanto utopico e assurdo ma del tutto emblematico riguardo i meccanismi di pensiero e d’azione che hanno sviluppato il turismo sciistico dalla seconda metà del Novecento in poi. Meccanismi che poi il tempo e la realtà (non solo quella climatica) hanno spesso rivelato come fallimentari e deleteri per la montagna, ma che incredibilmente ancora oggi, e non di rado, in certi luoghi si vorrebbe riproporre e perseguire: come se il mondo fosse ancora quello, come se il tempo si fosse fermato o se non si volesse capire (consapevolmente o no) come stanno realmente le cose, nel presente e ancor più nel prossimo futuro.

[La funivia per i Piani d’Erna in un’immagine di fine anni Sessanta.]
La storia del folle progetto sciistico dei Piani d’Erna l’ho rapidamente riassunta in un capitoletto dedicato sul libro Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone che ho scritto e curato nel 2015 per la Sezione CAI di Calolziocorte. Ve lo propongo di seguito, aggiungendo che nel giugno 2020 i rottami degli skilift che erano stati installati sui pendii dei Piani d’Erna, chiusi fin dal 2005, sono stati smantellati e riportati a valle, donando nuovamente al luogo la bellezza e il fascino originari e così preziosi.

L’apertura della funivia che collega Versasio ai Piani d’Erna, nel 1965, nonché gli skilift che per qualche decennio hanno lassù animato i mesi invernali, sono in verità solo una parte di un progetto ben più grande, e francamente utopico, che formularono intorno al 1960 alcuni imprenditori lecchesi, con in testa Angelo Beretta, proprietario della nota ditta di caldaie, e l’ingegner Riva. In effetti Erna era molto frequentata dai lecchesi già prima della Seconda Guerra Mondiale, poi il conflitto e il difficile periodo susseguente fece scemare parecchio quella frequentazione. Beretta e Riva, insieme ad altri professionisti lecchesi, decisero di rilanciare la località e di farlo alla grande seppur con intendimenti in qualche modo avanzati, di sentore contemporaneo: rifiutarono ad esempio la costruzione di una strada carrozzabile, troppo costosa e, soprattutto, tremendamente impattante per quell’angolo montano così piacevolmente integro. Optarono dunque per la funivia, mezzo di trasporto sicuramente più ecologico; in teoria il progetto prevedeva un ulteriore tratto che giungesse fino alla vetta del Resegone, per la cui mancata realizzazione probabilmente oggi non possiamo che essere felici. Ma c’era molto di più: nelle idee della SPER, la società che venne costituita ad hoc per la gestione dei vari interventi, Erna doveva diventare una vera e propria città satellite di Lecco in quota, al fine di attirare il maggior numero possibile di turisti anche da lontano. L’architetto milanese Gianfranco Gelatti Mach de Palmstein venne incaricato di stendere un piano urbanistico per l’edificazione sui terreni, nel frattempo lottizzati di case, alcuni alberghi, una scuola, attrezzature sportive varie, una chiesa, un eliporto e addirittura un piccolo ospedale. Nel complesso la città satellite di Erna avrebbe dovuto constare di sei piccoli quartieri: Funivia, Bocchetta, Romini, Laghetto, Teggia e Ospitale, collegati da un’arteria principale e da una fitta rete di percorsi pedonali. Era un progetto che sotto certi aspetti ricorda nel principio quello di Consonno, scaturente da una visione del progresso urbano tipica di quegli anni di intenso boom economico nei quali pareva che pure le idee più difficili potessero divenire realtà.
Ma le prime difficoltà di realizzazione sorsero presto; solo alcune case vennero edificate (facilmente riconoscibili dal fatto di essere quelle dal disegno architettonico più moderno, lassù) insieme a qualche semplice struttura sportiva, poi nel 1993 la SPER fallì e ci si misero pure i cambiamenti climatici, che resero la neve a Erna una cosa assai rara. Così, il visionario progetto di Erna, la città dello sci a pochi minuti dal centro di Lecco, tornò nel fumoso regno delle utopie irrealizzate. Giudicate voi se sia stato meglio così, oppure no. Di certo l’amenità dei Piani d’Erna, con quel meraviglioso e imponente sfondo delle punte del Resegone appena al di sopra dei suoi verdi prati, resta comunque grande.

Aumentare le tasse!

Da decenni, in Italia, si presentano alle elezioni politici che vogliono governare il paese la cui prima promessa, invariabilmente, immancabilmente, ineluttabilmente, è: «Abbassiamo le tasse!» E da decenni le tasse non si abbassano nel mentre che l’amministrazione del paese – in tema di infrastrutture, servizi pubblici, stato sociale, eccetera – va sempre più a scatafascio. Eppure il disco è sempre quello ed è sempre rotto: «Abbasseremo le tasse!», «Giù le tasse!», «Meno tasse per tutti!», e così via.

Ora, al di là delle mere e vuote promesse elettorali che, in Italia, sono polvere al vento per principio assodato, è altrettanto evidente che nessuno dei politici che si è presentato alle elezioni negli ultimi decenni abbia mai avuto il coraggio di dire che le tasse, in Italia, non si possono abbassare perché il paese ha le pezze al sedere già ora, figuriamoci diminuendo ancor più il gettito fiscale e per di più senza un reale contrasto all’evasione fiscale – altra cosa mai messa veramente in pratica da nessun governo recente.

E se piuttosto la questione fosse da ribaltare? Se il mantra “Abbassiamo le tasse!” fosse non solo vuoto di senso e sostanza ma pure concretamente favolistico e fondamentalmente sbagliato? Se il politico che si volesse presentare alle elezioni e veramente cambiare e migliorare il paese dovrebbe dire: «No, le tasse le alziamo un po’, ma con quel po’ in più di gettito fiscale incassato miglioriamo lo stato sociale, i servizi pubblici alla persona, facciamo investimenti in ogni settore, rinnoviamo le infrastrutture, riportiamo il paese allo stesso livello degli altri stati del mondo più avanzato?» Non sarebbe, un tale politico, molto più schietto, onesto, concreto, realistico, utile al paese e molto meno ipocrita, impostore, fanfarone e pericoloso per il paese stesso? Sicuri che la società in quel modo ne avrebbe a soffrire di più rispetto alla condizione attuale di promesse mai mantenute e decadimento statale generale?

Guardate la tabella lì sopra: l’Italia non è il paese dove a livello europeo si pagano più tasse, in Francia, Danimarca, Finlandia, Belgio e Svezia se ne pagano di più, e con l’Austria è alla pari – peraltro l’Italia è solo un punto sopra la media dell’area Euro e due sopra quelle della UE. Ma volete mettere i servizi che offre ai suoi cittadini la Svezia o la Danimarca (paesi che peraltro conosco piuttosto bene) oppure l’Austria (ci sono stato di recente), per non citare gli altri? Non credete: anche gli svedesi si lamentano di continuo di pagare troppe tasse, ma provate a valutare lo stato sociale che hanno a disposizione, o le infrastrutture, o gli investimenti nella scuola, nell’industria o nella ricerca scientifica attuati dal loro paese!

E dunque, la questione in realtà è: pagare meno tasse in un paese allo sfacelo e coi servizi sempre più degradati, o pagarne un po’ di più in un paese che faciliti la vita e il lavoro dei suoi cittadini piuttosto che rappresentarne in vari modi un ostacolo?

Ecco.

Secondo voi, che percentuale di voti prenderebbe, alle elezioni politiche, colui che si presentasse affermando di aumentare le tasse per migliorare il paese rispetto ai soliti altri che si presentano affermando per l’ennesima volta, appena hanno un microfono davanti, «abbasseremo le tasse»?

Quelli che lavorano col…

Tra i buoni propositi per l’anno appena iniziato: accrescere la personale insofferenza verso quelli che lavorano male, che la mattina occupano il proprio posto di lavoro tanto per tirar sera, che se ne sbattono altamente della qualità di ciò che fanno e delle conseguenze che ne derivano a danno altrui, che svolgono le proprie mansioni, i propri compiti, i propri doveri professionali e non col… anzi, di più: a mentula canis, ecco.

Sarà per quanto sopra ovvero per l’insofferenza crescente, appunto, ma a me pare che tali figure siano in costante aumento. Sbaglierò forse, chissà.

Sciopero! – No!

Seguendo l’esempio del tutto condivisibile di certe categorie di lavoratori, anch’io ho deciso di proclamare per domani uno sciopero nei confronti di me stesso, per protestare contro i regimi di lavoro estremamente pesanti ai quali mi sottopongo: la manifestazione di protesta prevede un corteo che partirà dall’ingresso principale del mio studio e si concluderà nei pressi della porta sul retro, ove lo scrivente terrà il proprio discorso.

Nel contempo, in relazione allo sciopero appena citato, ho deciso di precettarmi al fine di garantirmi i servizi essenziali derivanti dalla mia attività professionale e, di conseguenza, di negarmi l’autorizzazione alla manifestazione di protesta e al corteo indetti, anche per ragioni di ordine privato. Il momento dedicato al discorso di rito sarà tutt’al più sostituito da una pausa caffè di maggior durata. In caso di inosservanza di tale precettazione, sarà autodisposta la pena della visione di talk show televisivi pomeridiani per tre ore.