Gianni Rodari e il grembiule a scuola

Secondo me una classe non è veramente disciplinata quanto ascolta immobile e impassibile le spiegazioni del maestro, pena un brutto voto in condotta, ma quando sta facendo una cosa interessante, così interessante che a nessuno viene in mente di guardare dalla finestra, o di tirare le trecce alle bambine, o di leggere un fumetto sotto il banco.

(Gianni Rodari su Il Corriere dei Piccoli, 1968.)

Già: se all’indossare o meno un grembiule a scuola si associa un concetto di “ordine” (o meno), allora quel grembiule diventa una mera “uniforme”. Che uniforma, appunto: omologa, normalizza, massifica. Quando invece l’ordine, in una scuola, è una virtù culturale in quanto frutto della qualità del suo lavoro didattico: che non massifica mai, anzi, che esalta le doti individuali degli alunni aiutandoli a trovare per ciascuno la propria strada – accademica, professionale, specialistica, creativa… – nel futuro. Vestiti come si vuole: con gusto, ovviamente, ma come si vuole. Ecco.

Il Salone del Libro, i fascisti e il vero nocciolo della questione

Che ne pensate, colleghi scrittori/autori, di questa vicenda che sta “scuotendo” (se vogliamo metterla così) il Salone del Libro di Torino, prossimo all’apertura della sua 32a edizione?

A prescindere da tutto, a me la vicenda non piace affatto perché sovraccarica l’evento di un fardello politico-ideologico che posso anche capire e condividere ma che trovo non debba mai – e ripeto: mai – zavorrare l’ambito culturale in ogni sua manifestazione. Purtroppo l’Italia è invece un paese che vive di bieche e stupide strumentalizzazioni, spesso funzionali a nascondere nel gran polverone sollevato quei tantissimi cronici problemi che, lo sappiamo bene, affliggono tremendamente anche la produzione culturale, con danni agghiaccianti sulla società civile e sull’opinione pubblica.

Per il resto – parlando pure da autore che ha pubblicato e pubblicherà ancora a breve per Historica, la casa editrice di Francesco Giubilei col quale mai ho avuto problemi, anche in presenza di opinione divergenti – credo che non si possa vietare la presenza a nessuno che non abbia specifiche pendenze giuridiche e penali, anche quando sia palese un legame con entità che invece tali pendenze le abbiano. Altrimenti si darebbe valore a un principio arbitrario che finirebbe per causare danni tremendi alla libera circolazione delle idee: che è e deve sempre restare libera, appunto. E che, di conseguenza, deve liberamente poter agire contro chiunque e qualsiasi cosa operi per limitarne la libertà. Ma non certo preventivamente: semmai sulla base dei fatti diretti concreti e provati, palesati in sede pubblica e qui, se è il caso, messi alla gogna. In tal senso, dunque, la partecipazione di entità editoriali “ambigue” ad un evento come il Salone del Libro può pure diventare (dovrebbe, mi viene da dire) motivo di ancor maggiore analisi critica, pure di matrice duramente oppositiva, delle loro produzioni.

La posizione assunta dal direttore del Salone, Nicola Lagioia, mi pare dunque ottima e totalmente condivisibile. Giustamente Lagioia ha scritto: «Il Salone si basa sulla condivisione. È il motivo per il quale, ora, farei parlare il Salone e basta. Ed è il motivo per il quale, da ora in avanti, sarà il Salone a parlare per noi – i suoi incontri, i suoi dibattiti, le sue presentazioni, la sua comunità.» Nulla da eccepire, appunto.

C’è poi un problema a mio modo di vedere ben maggiore, ahinoi, al di sopra di tutto ciò: ovvero la minima, se non nulla, capacità dell’opinione pubblica italiana di contrastare, culturalmente, politicamente e giuridicamente, gli estremismi ideologici e politici che in essa si sviluppano, troppo spesso sottovalutati e pure troppe volte giustificati, sostenuti, approvati per mera ignoranza nonché mancanza di memoria (la storia nazionale agli italiani proprio non insegna nulla, purtroppo) e senso civico. I quali estremismi, per essere chiari, vanno sempre perseguiti fino a ottenere la loro eliminazione giuridica e materiale. Non si possono censurare dei libri ritenuti (anche giustamente) “pericolosi” se prima non si è capaci di contrastare la causa di tale pericolo: sarebbe come pretendere di spegnere l’incendio di un bosco con il piromane che davanti a tutti continua liberamente ad accendere le micce. Altrimenti vivremo continuamente tra le fiamme e inesorabilmente finiremo per ustionarci gravemente, prima o poi – e non certo per colpa dei libri.

La castrazione mentale

Sarà, ma in tutta sincerità – e al di là delle posizioni di questo e quell’altro – a me pare che pensare di “risolvere” la violenza sulle donne con la castrazione chimica senza fare nulla per cambiare la bieca cultura da cui deriva è come radere al suolo i boschi per evitare gli incendi senza far nulla contro i piromani. Anzi, in qualche modo persino alimentando la devianza che li porta ad appiccare il fuoco – ovvero che porta a considerare le donne degli esseri inferiori da violentare bellamente in base a una mentalità retriva, meschina e criminale.

È la “soluzione” di chi non sa come risolvere un problema, o non vuole risolverlo.
Una gran cretinata spacciata per “buona idea”, insomma.

Al solito.

L’Italia è una Repubblica fondata (pure) sull’ansia

Italiani sempre più a rischio ansia e attacchi di panico, con percentuali in aumento per tali disturbi. A rilevarlo è l’Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico (Eurodap) che in un sondaggio on line, al quale hanno risposto oltre 700 soggetti tra i 19 e i 60 anni, ha voluto indagare quanto abitualmente le persone sperimentino alcuni dei sintomi tipici dell’ansia e del panico. Dai risultati è emerso che il 79% di coloro che hanno risposto al sondaggio ha avuto, durante l’ultimo mese, manifestazioni fisiche frequenti e intense di ansia; il 73% si percepisce come una persona molto apprensiva, che si preoccupa facilmente di piccole cose/situazioni; il 68% dichiara di avere non poco disagio a stare lontano da casa o da luoghi familiari, mentre il 91% trova molto spesso difficoltà nel rilassarsi.

Così si rileva nell’articolo dell’ANSA che potete leggere in originale nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post.

Meraviglioso, non è vero?

“Meraviglioso” è constatare come mai nulla accada per caso, come tutto sia collegato e niente affatto frutto di mere coincidenze, semmai sempre effetti di cause che a loro volta divengono fonte di ulteriori cause e relativi effetti.

E “meraviglioso” è ugualmente constatare come quanto sopra accada proprio in Italia… No, dico, in Italia! Dove vi sono politici di così alto livello, dove i canali TV trasmettono programmi sempre intelligenti e istruttivi, dove la cultura è tanto promossa e salvaguardata e la socialità tra gli individui così inclusiva e priva di pregiudizi, dove l’informazione è rigorosa e mai ipocrita e il dibattito sulle questioni di interesse nazionale è sempre assolutamente approfondito, logico, pacato… “Meraviglioso” perché sorprendente, no?

Be’, suvvia: ora non fatevi prendere dall’ansia perché così tanti italiani sono preda dell’ansia! Nessun problema: sapete quale ampia scelta di ansiolitici c’è sul mercato? Tavor, Xanax, Lexotan, Valium, Ansiolin, Control, En, Rivotril, Lorans, Diazepam, Alprazolam, Lorazepam… Uh, una pacchia, ce n’è per tutti i gusti!
Come dite? E i pericoli delle controindicazioni a cui tali sostanze sottopongono?
Tranquilli, il paese ne è già pienamente sottoposto. Basta vedere chi e cosa lo comanda: di più “controindicato” di così non c’e proprio nulla, garantito!

25 aprile: Leopoldo Gasparotto

Qualche anno fa, per rimarcare a mio modo il valore imprescindibile di una celebrazione come il 25 Aprile, scrissi (vedi qui) di Riccardo Cassin, uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi, e della sua attività partigiana tra le fila dei volontari combattenti per la liberazione dall’oppressione nazifascista nella sua Lecco.

Alla stessa maniera, “torno sui monti” anche stavolta per incontrare un’altra figura di grande alpinista e uomo libero: Leopoldo Gasparotto, nato a Milano il 30 dicembre 1902, ucciso dai nazifascisti a Fossoli (Modena) il 22 giugno 1944.
Avvocato, medaglia d’oro al valor militare alla memoria, esperto alpinista e accademico del Club Alpino Italiano (molte le sue “prime” sul Monte Rosa, nel Caucaso e in Groenlandia), Gasparotto era stato – come tenente di complemento – istruttore presso la Scuola militare di Aosta. Dopo l’8 settembre 1943, avendo bene assimilato l’educazione alla democrazia e alla libertà impartitagli dal padre Luigi, con lui e con altri antifascisti milanesi cercò vanamente di organizzare la difesa di Milano. Capitolato il comando militare della piazza, Gasparotto salì sul Pian del Tivano, dando impulso alle prime formazioni partigiane Giustizia e Libertà.
Nella motivazione della Medaglia al valore è così condensato il suo impegno per la libertà: “Avversario da antica data del regime fascista, già prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943 organizzava il movimento partigiano nella Lombardia. Nominato successivamente comandante militare delle formazioni lombarde «Giustizia e Libertà», dava impulso all’iniziativa, esempio a tutti per freddo e sereno coraggio, dimostrato nei momenti più difficili della lotta. Caduto in agguato tesogli per vile delazione, sopportava il carcere di San Vittore subendo con superbo stoicismo le più atroci sevizie, che non valsero a strappargli alcuna rivelazione. Trasportato nel campo di concentramento di Fossoli per essere deportato in Germania, proseguiva imperterrito a lottare per la causa e tentava di organizzare la fuga e l’attacco ad una tradotta tedesca per salvare i deportati avviati al freddo esilio e alla lenta morte. Sospettato per la sua nobile attività, veniva vilmente trucidato dalla ferocia nazista”.
A ricordo di Leopoldo Gasparotto sono state intitolate strade a Milano, a Varese, a Tremosine, a Sacile e a Fossoli. Porta il suo nome anche un istituto scolastico di Carpi.

Su Gasparotto vi consiglio la lettura di un pregevole volume che narra della sua vita sui monti, prima come valente scalatore e poi come combattente per la libertà d’Italia: Leopoldo Gasparotto. Alpinista e partigiano, di Ruggero Meles, edito da Hoepli.
Il testo di questo articolo l’ho invece tratto dal sito dell’ANPI, lo trovate in originale qui.

In fondo, quella del 25 aprile non è tanto, e non solo, la celebrazione di una ricorrenza (fin troppo strumentalizzata, ça va sans dire) ma, ancor più, lo è delle donne e degli uomini che l’hanno resa possibile, e che oggi permettono agli italiani di celebrarla. O non celebrarla, già.