Una lettera a Trenord

Spett.le Trenord (in “rappresentanza” di tutte le altre società di gestione delle reti ferroviarie regionali e locali – i treni dei pendolari, per intenderci),

personalmente non ho obiezioni a riservare una considerabile fiducia nei riguardi del vostro impegno e della vostra dichiarata buona volontà nel gestire e offrire il miglior servizio di trasporto ferroviario possibile ai vostri clienti, e ugualmente posso ben supporre che l’infinita sequela di disservizi pressoché quotidiani che invece colpisce i vostri convogli e le linee sulle quali viaggiano siano certamente causati, in primis, da una inopinata e sconcertante sfortunaccia nera – anche che il riscaldamento funzioni a fine luglio o che un treno il quale per regolare affollamento debba essere composto da – ad esempio – dieci vagoni risulti composto solo da cinque… sì, insomma, a volte a contare si sbaglia, non lo si può negare, che lo capiscano i pendolari ammassati negli altri cinque vagoni!

Tuttavia – mi permetto di osservare – sarebbe pure illogico non attenersi, nelle valutazioni più attente del caso, alla realtà di fatto constatabile quotidianamente, peraltro provata e regolarmente testimoniata dagli organi di informazione. Dunque, in base a questo sano e logico principio (tale anche solo in forza della sua obiettività), mi permetto pure di suggerire una soluzione ai citati disservizi che, anzi, possono essere convertiti in buone opportunità: una bella colmata di terra ben battuta lungo le vostre linee ovvero sopra di esse, sì che venga a formarsi un piano regolare e sufficientemente largo, e via con un adeguato numero di diligenze trainate da cavalli, come si faceva una volta. Un sistema di trasporto sicuro, dedicato, “veloce” quanto i vostri attuali convogli (in verità più per la lentezza dei secondi, che per le possibili velocità equine), bisognoso di minima manutenzione, economico (la biada per i cavalli costa molto meno che qualsiasi altro combustibile o energia motrice), confortevole (d’altro canto non ci vuole molto, viste le condizioni nelle quali viaggiano i pendolari sui vostri treni) e per di più ecologico ed ecosostenibile (si possono pure vendere gli escrementi lasciati dai cavalli lungo le linee come concime naturale).

Posto tutto ciò: che potreste desiderare di più? E similmente cos’altro potrebbero desiderare i vostri clienti pendolari? Sia chiaro, peraltro, che non rappresenterebbe affatto un ritorno al passato: certamente non nella sostanza del servizio, visto poi quanto invece sia inopinatamente primitiva, nei risultati ottenuti, l’attuale vostra infrastruttura ferroviaria col suo parco convogli viaggianti, il che renderebbe la soluzione proposta un progresso netto sotto molti aspetti.

Insomma, fossi in voi ci penserei. Guadagnereste pure un ritorno d’immagine notevolissimo, oltre a ritrovare l’apprezzamento pressoché incondizionato dei vostri clienti. Eppoi i cavalli sono animali così simpatici – sicuramente più di un locomotore guasto!

Questo è quanto. Mi auguro che vogliate prendere in seria considerazione tale proposta; finché ciò non avverrà, col cavolo che mi avrete come vostro cliente: ci tengo sia alla mia puntualità, sia alla mia salute nervosa.

Cordiali saluti.

L.

Perché mai l’antifascismo non può essere anche di destra?

Manifestazione antifascista/antinazista a Londra, nel 1935.

Fin dalle sue origini siamo abituati a considerare l’antifascismo un atteggiamento ideologico e politico appartenente in maniera pressoché esclusiva alla sinistra, nelle sue varie componenti e correnti: la cosa è storicamente naturale ovvero in qualche modo “genetica” alla natura di questa componente politica, e dunque ci sta.

Di contro, non capisco affatto perché non ci sia, e non possa esserci, un antifascismo più o meno militante, ma comunque politicamente strutturato, nella destra. La risposta che sovente sento o leggo al riguardo, «perché il fascismo è di destra», a mio modo di vedere ha ben scarso valore reale: perché è vero che le varie forme di totalitarismo fascista che si sono manifestate nella storia sono derivate (e derivano, nelle forme neo- attuali) da estremizzazioni ideologico-politiche di destra (quantunque alle sue origini, in Italia, non mancavano impulsi provenienti pure da certa sinistra rivoluzionaria non marxista), ma è altrettanto e inesorabilmente vero che le estremizzazioni fasciste, di pensiero e d’azione, della destra hanno sempre cagionato immani disastri politici (e non solo) a tale schieramento. Ciò a prescindere dai vari altri elementi politici, culturali, sociali, antropologici eccetera, specifici della realtà italiana o meno, che possono essere considerati al riguardo, assolutamente importanti ma, per il principio qui dissertato, aggiuntivi.

Per questo io veramente non capisco perché la destra, come e più della sinistra, non generi un antifascismo altrettanto naturale di quello dell’altra parte ma, per certi versi, ancor più necessario, proprio per non finire continuamente vittima della natura autolesionista e distruttiva dell’estremismo fascista. Anche perché, in mancanza di questo atteggiamento, viene facile pensare che il fascismo sia sempre e comunque un prodotto inevitabile della politica di destra anche più che il comunismo “sovietico” per la sinistra, la quale se ne è in vario modo svincolata – nel bene e nel male, sia chiaro.

Credo invece sia un atteggiamento indispensabile per la stessa salvaguardia di un autentico e virtuoso pensiero politico di destra il quale, se vuole rivolgersi verso il futuro in maniera costruttiva (per se stesso in primis) deve e dovrà assolutamente fare i conti con il proprio ingombrante e tragico passato, una volta per tutte, e altrettanto eliminare definitivamente dalla propria cultura qualsiasi metastasi fascista, che non può e non deve avere nulla a che fare con nessuna posizione liberale, conservatrice, populista, boghese, sovranista o che altro. Posizione che potrebbe pur essere dura e radicale ma che in ogni caso, se vuole assicurarsi un certo valore politico e culturale, deve essa per prima combattere qualsivoglia deriva fascista e fascistoide. Altrimenti la sorte che si riserva è e sarà sempre quella: tragica, distruttiva, devastatrice rispetto a quegli stessi valori di cui pretende di essere rappresentante e baluardo.
Ciò che in buona sostanza sta già (ri)accadendo ora, in Italia.

Per comprendere meglio la questione, mi permetto di consigliarvi nuovamente un libro recente e assolutamente illuminante, scritto da uno storico (e intellettuale, uno dei pochi che io riesca a definire tale) che trovo imprescindibile per chiunque voglia analizzare e cercare di comprendere la realtà contemporanea, le sue origini storiche – soprattutto moderne – nonché il futuro che probabilmente ci aspetta: Claudio VercelliNeofascismi, uscito per le Edizioni del Capricorno (cliccate sull’immagine del libro per saperne di più). Da leggere, senza alcun dubbio e soprattutto se si è di destra, già.

Le strade italiane e quelle di un altro pianeta

In Svizzera, nei prossimi anni verranno spesi un bel tot di milioni per pavimentare centinaia di km di strade con asfalto fonoassorbente, per ridurre il rumore e di conseguenza aumentare il benessere sonoro delle zone abitate adiacenti a tali strade.

In Italia – e io risiedo mio malgrado ben vicino al confine con la Confederazione – non si hanno nemmeno i soldi per tappare le buche presenti su qualsiasi strada, le quali basta uno scroscio di pioggia e si trasformano in pericolose voragini.

Ecco.

In effetti, per andare su un altro pianeta mica bisogna avere un’astronave e percorrere miliardi di chilometri. Ne bastano pochi e un’auto. E pure degli pneumatici di scorta in buono stato, finché non si arriva su quel “pianeta” così vicino e così lontano.

Il paradosso della tolleranza

La tolleranza, al pari della libertà, non può essere illimitata, altrimenti si autodistrugge. Infatti la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.

(Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici. Volume I: Platone totalitario, Collana «Filosofia e problemi d’oggi», Armando Editore, 1a ed. 1973, ultima ed. 2004. N.B.: l’affermazione citata è anche conosciuta come paradosso della tolleranza.)

Italia e Mediterraneo, identità e metissage

Vi voglio proporre una riflessione su un tema costantemente caldo, oggi, e altrettanto “tirato per la giacca” da più parti anche in modi fin troppo rozzi: quello dell’identità.

Riflessione che comincio con una (se così posso definirla) “provocazione” (che tuttavia per me tale non è): e se per varie ragioni, ma in primis storico-geografiche, l’Italia fosse una terra naturalmente destinata al metissage etnico e ancor più culturale, e solo da tale condizione storicizzata di acculturamento e trasformazione derivasse (potesse derivare) una autentica e peculiare forma di identità? Non solo, un’identità più forte e intensa proprio in forza della propria poliedricità culturale (ciò che in fondo evidenzia la sociologia sul tema dell’identità contemporanea in costante trasformazione, Zygmunt Bauman docet) rispetto ad altre unicamente basate su caratteri nazionali e limitate a questi, dunque inevitabilmente destinate ad avvilupparsi su se stesse e involvere?
Ciò, intendo dire, rispetto ad altre condizioni storico-geografiche territoriali, giuridicamente definite, più “naturalmente” portate a forme di sovranità nazionale non opposte alla prima ma, semplicemente, basate su altri fattori contingenti e non necessariamente di matrice isolazionista (anche se sovente si manifestano in questo modo).

Insomma, in parole povere: è molto più “normale” e logico che sia l’Italia, per la sua posizione geografica da un lato protesa nel bacino del Mar Mediterraneo e dall’altro a contatto con la realtà mitteleuropea, a essere interessata dai movimenti di genti e culture di varia origine – traendone notevoli vantaggi, peraltro – piuttosto della Finlandia! Ma se questo paese – lo uso ancora come esempio – può ricavare una propria identità culturale peculiare proprio dalla sua posizione geografica, dalla condizione storica e da una specifica omogeneità etnica e culturale della parte di mondo nella quale si trova inserita, lo stesso processo culturale di definizione identitaria può avvenire in Italia per ragione opposte e ugualmente contestuali alla parte di mondo in cui è inserita.

I Romani l’avevano capita perfettamente, questa realtà geostorica, al punto da inglobare l’intero bacino mediterraneo nel proprio impero creando il concetto di Mare nostrum e facendo di questo territorio l’anima sociale, culturale, economica nonché identitaria della propria potenza – non a caso l’unico vero “periodo identitario” ascrivibile al territorio italico (posti gli ovvi distinguo storici). Un concetto che poi sarà funzionalmente travisato e totalmente distorto dal colonialismo fascista, anche in funzione pseudo-identitaria, altrettanto non casualmente generando danni sociali, culturali ed economici tremendi all’Italia in quanto paese mediterraneo.

Più tardi lo avrebbe capito anche Élisée Reclus, geografo geniale e premonitore, tra i padri fondatori della geografia umana (quello che oggi si chiama antropogeografia) che un secolo e mezzo fa scriveva: «Il mondo è caratterizzato dal movimento e dalle relazioni: rapporti dinamici fra gli uomini e gli ambienti fisici, ma anche mobilità degli uomini sulla superficie della Terra, che tende a portarli dall’interno verso i litorali e a circolare all’interno dei bacini, marini o fluviali, con per risultato un métissage umano che rende vani i dibattiti sull’esistenza di differenti razze umane, e stimola al contrario una riflessione alla scala dell’umanità, intesa nel suo insieme.» Anch’egli, Reclus, pressoché inascoltato se non osteggiato dagli ambienti scientifici fino a poco tempo fa, e pressoché sconosciuto al di fuori. Non a caso, di nuovo.

Per concludere: da tempo credo e sostengo che le dinamiche demografiche, nello specifico quelle relative ai fenomeni migratori, debbano essere comprese e gestite dalla sociologia e dall’antropologia ben prima che dalla geopolitica dacché, ben prima che rappresentare fenomeni strumentalizzabili ideologicamente e politicamente, essi sono dinamiche contestuali allo spazio e al tempo, ovvero ai territori geografici e alla storia contemporanea, che per poter essere adeguatamente gestite (qualsiasi cosa ciò significhi, non è questo il punto) devono essere comprese nella loro relazione con quello spazio e quel tempo. Altrimenti, se tutto ciò non sarà compreso ovvero sarà funzionalmente ignorato, ci si troverà inesorabilmente a fare i conti con la storia – e non saranno conti “facili”, per nulla, né per la politica né per le società civili. Perché come ben scrisse Albert Camus, «Ogni volta che una dottrina ha incontrato il bacino Mediterraneo, nello scontro di concezioni che ne è risultato il Mediterraneo è sempre rimasto intatto, la regione ha vinto qualsiasi dottrina.»