Se l’esperto oggi non esperisce più

In diversi ambiti è in atto una tendenza che mette in discussione o non riconosce l’importanza del ruolo dell’esperto, trattando competenze e conoscenze specifiche al pari di opinioni qualsiasi e quindi valevoli l’una quanto l’altra. […] Già Edgar Morin e Norberto Bobbio hanno concepito il ruolo dell’esperto non tanto come colui che possiede certezze, conoscenze, competenze solide, stabili e permanenti, piuttosto come qualcuno che individua bisogni, pone domande e dubbi. Qualcuno che tratta la conoscenza ben sapendo quanto sia immenso e illimitato ciò che non conosce. I fenomeni in atto richiedono una ridefinizione del ruolo dell’esperto, degli strumenti di lavoro, delle metodologie, delle relazioni. Un rischio odierno, all’opposto, è la tendenza all’iper-specializzazione del sapere, che porta alla frammentazione sempre più specifica della conoscenza. Dall’urbanistica alla antropologia, dalla medicina alla cultura, dalla biologia alla psicologia, dall’economia all’informazione, le modalità per cercare di rispondere a tali problematiche stanno nella necessità di “legare le conoscenze separate, compartimentate, disperse” (Edgar Morin, 2018). Solo la connessione tra le conoscenze può infatti tener conto della complessità dei problemi e solo la consapevolezza della loro interrelazione può indicare soluzioni efficaci.

(Francesco De Biase – nella foto qui a lato -, saggista e dirigente pubblico del Comune di Torino, riflette su cause e conseguenze della crisi che sta investendo il ruolo dell’“esperto” nel tempo contemporaneo, in qualsiasi area del sapere, nell’editoriale di Artribune #44. Un argomento intorno al quale per altre vie mi sono trovato di recente ad avere a che fare e sul quale ho meditato: senza dubbio rappresenta una questione di cruciale importanza riguardo la produzione, la gestione e la diffusione di cultura nella società di oggi, ove a fronte di una disperato bisogno di contenuti culturali di elevata qualità – in ogni ambito – si assiste troppo frequentemente a delegittimazioni della cultura, di chi la produce e del suo fondamentale valore sociale e politico. Potete leggere l’interessante testo di De Biase al completo cliccando qui.)

Capitalismo

Elnur Babayev, Capitalism, 2014. Opera vincitrice del Silver Award nell’Annual Poster Competition della prestigiosa rivista americana Graphis.

L’opera del bravissimo artista e designer turco a qualcuno sembrerà fin troppo di sinistra, ci posso scommettere. D’altro canto, non è proprio il reiterare contrapposizioni ideologiche così chiuse e manichee (nell’uno e nell’altro senso) che non solo si offrono le condizioni ideali a certi sistemi – proprio come il capitalismo, ad esempio – di corrompersi e deviarsi sempre di più causando danni tremendi e, al contempo, si degrada la democrazia a livelli da stadio ricolmo di facinorosi, deviando pure essa verso forme politiche alquanto inquietanti – come in Italia, per fare un altro esempio del tutto significativo?

Di sistemi – sociali, economici, politici, ideologici – presentati come innovatori e poi rivelatisi illiberali e barbarici, nati proprio in forza di quei manicheismi, ne dovremmo ormai avere abbastanza. E l’essere costretti a usare il condizionale, in quel verbo, la dice lunga su quanto siamo ancora civicamente primitivi e privi di senso politico – nell’uno e nell’altro. Purtroppo.

Insomma… torna sempre utile ribadire il mai troppo compianto Giorgio Gaber:

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra,
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.
Ma cos’é la destra cos’é la sinistra?

(clic)

L’Italia come un “Truman Show”


Secondo me, potrebbero veramente aver ragione quelli che sostengono che l’Italia, in quanto istituzione, in verità non esiste più da un pezzo, trasformata in un gigantesco esperimento socio-politico attraverso il quale testare e gestire il comportamento di una comunità pubblica sottoposta a governi e assetti istituzionali sempre più scadenti e degradanti, al fine di elaborare conseguenti modelli di valore assoluto utili alla gestione di eventuali situazioni similari in paesi più evoluti.

Un po’ come quando si fanno i test di rottura dei materiali simulando le condizioni più critiche possibili, così da determinare limiti di sicurezza che siano ampi e dunque includenti nel relativo range una casistica altrettanto ampia e completa. Un Truman Show socio-politico su vasta scala, ecco, applicato al paese più adatto allo scopo in forza della sua scarsissima identità nazionale e dell’altrettanto pessima condizione della sua società civile. Già.

Una necessaria soppressione

Quasi dappertutto l’operazione di prendere partito, di prendere posizione pro o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero. Si tratta di una lebbra che ha avuto origine negli ambienti politici, e si è espansa, attraverso tutto il paese, alla quasi totalità del pensiero. Non è certo che sia possibile rimediare a questa lebbra, che ci sta uccidendo, senza cominciare dalla soppressione dei partiti politici.

(Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi, Roma, 2008; 1a ed. 1950.)

La Padania mortale

Nella cartina sopra pubblicata, elaborata dall’Agenzia Europea dell’Ambiente, è rappresentata la concentrazione di PM10 – la famigerata Materia Particolata, esatto – negli stati europei.
Quella zona tutta rossa nell’Italia del Nord è la Pianura Padana, già, e non è così colorata perché vi si coltivano molti pomodori oppure papaveri, no. Solo una piccola zona della Polonia meridionale ha un colore simile, cioè è ugualmente intasata di PM10 – è la zona con maggior concentrazione di miniere di carbone, per la cronaca.
Nella Pianura Padana così colorata di rosso (nonostante non ci siano miniere di carbone) ci vive qualche milione di persone – inutile rimarcarlo, vero?
Bene: alcuni ricercatori americani, sulla base dei rilievi ai quali si riferisce la cartina suddetta (peraltro ampiamente confermati da una pluridecennale ricerca scientifica al riguardo), hanno stimato per le zone della pianura Padana una media di 1,5 anni di vita “persi” a causa dell’inquinamento atmosferico, a fronte di una media nazionale di appena 6 mesi.
Ecco: ora, per dirla in poche e chiare parole, si può affermare che la Pianura Padana, e la zona attorno a Milano in particolare, è una vera e propria camera a gas.

Posto quanto sopra, la domanda è spontanea e oltre modo drammatica: perché, pur a fronte di oggettive ragioni geomorfologiche d’altronde non pregiudizievoli, nessuno fa seriamente qualcosa per cercare non dico di risolvere ma almeno di mitigare questa spaventosa situazione e condurla nel tempo verso una risoluzione?
Perché i tanto stimati e loquaci politici nostrani parlano di tutto e di più, proclamano, polemizzano, sloganizzano, rendono emergenza ogni cosa ma non dicono e non fanno nulla al riguardo?
Forse perché è molto più facile spacciare per “emergenze” delle questioni che tali non lo sono affatto? O forse gli oltre 80.000 morti all’anno sono una quantità di elettori ancora troppo esigua per cui preoccuparsi dei relativi voti mancanti?

(Spoiler: nessuno dei lorsignori vorrà e saprà rispondere a tali domande.)