Il turista che osserva ma non vede

Non dovremmo godere passivamente della “natura” (o per meglio dire delle immagini del paesaggio), limitandoci ad acuire i sensi e indirizzando il nostro spirito verso l’osservazione. Uno sguardo mirato, come appunto quello del turista, nota molte cose ma ne vede poche, perché quello del guardare è principalmente un processo spirituale. In primo luogo, è importante che la lastra fotografica destinata ad accogliere l’immagine sia preparata nella maniera giusta, e poi conviene che l’immagine si rispecchi inaspettatamente, senza assecondare i nostri desideri e la nostra volontà.

(Carl Spitteler, Il Gottardo, Armando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.201; orig. Der Gotthard, 1897.)

N.d.s.: già più di 120 anni fa Carl Spitteler aveva compreso uno dei maggiori equivoci indotti nel turista, rispetto al più autentico viaggiatore: quello di visitare i luoghi senza farlo veramente, senza realmente viaggiare, senza la percezione dello spazio in cui ci si trova e della sua essenza storica, geografica, sociale, spirituale. Proprio quello che in molti casi è il turismo, oggi: un’esperienza meramente ludica che non insegna nulla a chi la compie, che si risolve in qualche selfie postato sui social e, dunque, che risulta francamente inutile (se non per i bilanci dei tour operator).

La politica dei rutti

Ecco, un’altra cosa rispetto alla quale resto sempre più basito è come sia possibile che molti i quali s’interessano alla politica italiana contemporanea e che lo facciano con apprezzabile vitalità intellettuale – che non siano dei poveri mentecatti, in parole povere, come tanti di quelli che poi palesano questa loro “dote” pubblicamente, sui social o altrove – possano accettare senza reagire un tale dibattito politico così infimo, vuoto di sostanza, infantile, maleducato, rozzo, banale oltre che ipocrita e non di rado violento. E, soprattutto (anche se pare che sia la cosa che conti di meno, al riguardo), un dibattito totalmente incurante dei pur gravi problemi del paese e ugualmente inadatto a trovarvi efficaci soluzioni, ma soltanto funzionale alla difesa delle proprie posizioni di potere e agli interessi connessi.

Siamo ben oltre la mera retorica politica, quella che poi si esprimeva – si diceva un tempo – in “politichese”, il quale quanto meno era un linguaggio che non diceva nulla ma lo diceva bene. Qui siamo ormai alla gara di rutti da bettola di infima specie, se non ancora oltre. Un lessico anticulturale e anticivico che erompe dalle pance e parla alle altre pance sodali, vantandosene per giunta. Oppure – e così torno a ribadire la mia più solida convinzione in merito – l’effluvio di un organismo istituzionale morto ormai da tempo, che dunque mai nelle parole attraverso cui si manifesta potrà palesare una qualche forma pur residua di vita politica. Amen.

P.S.: la vignetta in testa al post è del 2009 – dieci anni fa, già. Per dire come, altra cosa tutta italiana, nel paese i problemi non si risolvano mai ma vengano sempre resi la “normalità”, così aggravandoli sempre più ma con sempre meno coscienza di ciò.

Più un uomo di Stato è geniale, più è iniquo

Per propria ammissione, gli organismi statali e politici non sono forze sentimentali e morali ma piuttosto organismi di potenza. Non é un caso che gli Stati amino inserire nelle proprie insegne un animale da preda. E in effetti tutti gli ammaestramenti della storia universale si possono riassumere in una sola frase: ogni Stato arraffa più che può, punto e basta. Con pause per la digestione e periodi di impotenza e inappetenza che si chiamano “pace”. I reggitori degli Stati agiscono come un tutore il quale, per eccesso di scrupolo, ritiene lecito tutto quanto potrebbe risultare di giovamento al proprio protetto, non esclusi i misfatti. Più un uomo di Stato è geniale, più è iniquo (e non viceversa, vi prego).

(Carl Spitteler, Il nostro punto di vista svizzero. Discorso sulla neutralità, in Il GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.231; orig. 1915.)

L’analfabetizzazione strategica

Uno dei massimi e cronici problemi dell’Italia, al di là di ogni altra cosa, resta il processo di analfabetizzazione ormai di lungo corso. Un processo avviatosi in maniera (forse) incidentale, come retaggio “genetico” del latino panem et circenses, poi fascistizzato dal regime mussoliniano e divenuto via via strategico, soprattutto dagli anni ’70 in poi (forse anche come reazione al Sessantotto), con la decadenza dei contenuti offerti dai media divenuti nazional-popolari, con l’assoggettamento della produzione culturale al consumismo sempre più spinto e bieco, poi con la pubblica e plateale denigrazione della cultura, con l’imposizione di modus vivendi e operandi nei quali ignoranze e incompetenze assurgono a virtù piuttosto di essere difetti – denigrazione che una politica a sua volta sempre più degradata e ignobile, causa/effetto dello stesso processo di analfabetizzazione ha ormai fatto suo orgoglio: basta pensare ai numerosi esponenti politici che si vantano di non leggere libri da anni, in primis, paradossalmente, l’attuale seppur dimissionaria (per la crisi in corso) sottosegretaria ai Beni Culturali. Che è un po’ come se uno chef andasse in TV a giudicare aspiranti cuochi dichiarando di aver cucinato l’ultima volta anni fa e di non ricordare nemmeno i tempi di cottura delle pietanze… Ma, a parte questo e per ribadire, tutto quanto risulta assolutamente significativo circa la sistematica, strategica regressione culturale del paese ovvero, se preferite, il suo profondo imbarbarimento. Un paese, d’altro canto, istituzionalmente morto da tempo, almeno dalla fine della cosiddetta Prima Repubblica (il “sicario”, probabilmente): e di nuovo non a caso, ma inesorabile conseguenza della realtà di una società civile che, privata della fondamentale base culturale, non può stare in piedi e tanto meno reggere qualsivoglia istituzione statale.

Tuttavia, considerando le pochissime voci che denunciano tale situazione e che ancora sono consce di quanto basilare siano la cultura e la produzione culturale per qualsiasi società libera, evoluta e “progredibile” anche nel futuro, evidentemente all’Italia e a buona parte dei suoi abitanti va bene così. Amen.