Che la task force sia con te!

[Immagine tratta da qui.]
Un “effetto collaterale” ormai assodato, di questo periodo coronavirulento, è la gran proliferazione di task force. Ne hanno istituite d’ogni genere e sorta, per questioni legate alla pandemia oppure per altre cose che non c’entrano nulla, forse solo per seguire la “moda” e per non sentirsi tagliati fuori.
«Ehi, tutti che fanno task force e noi no? Facciamone subito una anche noi!» – una cosa del genere, per dire.
Nei giorni scorsi ho sentito pure di una “task force” creata al fine di gestire l’uso delle faraone per arginare l’invasione di cavallette nei campi di alcune regioni italiane. Che, per carità, è una questione serissima e di sicura importanza, questa, ma per quanto sopra avrei creduto che formassero un gruppo di lavoro o designassero degli esperti al riguardo, tutt’al più un team da essi composto; sentir parlare di “task force” per faraone che mangiano cavallette sinceramente mi ha fatto un po’ ridere. Già.

Insomma, temo sia un fenomeno ormai fuori controllo. E credo che sia necessario istituire una task force per arginarlo, e poi una per arginare l’uso smodato e francamente inutile di certi anglicismi, pure.
Ecco.

N.B.: ovviamente il titolo del post richiama il celebre motto Jedi di Star Wars, sì.

La politica dei rutti

Ecco, un’altra cosa rispetto alla quale resto sempre più basito è come sia possibile che molti i quali s’interessano alla politica italiana contemporanea e che lo facciano con apprezzabile vitalità intellettuale – che non siano dei poveri mentecatti, in parole povere, come tanti di quelli che poi palesano questa loro “dote” pubblicamente, sui social o altrove – possano accettare senza reagire un tale dibattito politico così infimo, vuoto di sostanza, infantile, maleducato, rozzo, banale oltre che ipocrita e non di rado violento. E, soprattutto (anche se pare che sia la cosa che conti di meno, al riguardo), un dibattito totalmente incurante dei pur gravi problemi del paese e ugualmente inadatto a trovarvi efficaci soluzioni, ma soltanto funzionale alla difesa delle proprie posizioni di potere e agli interessi connessi.

Siamo ben oltre la mera retorica politica, quella che poi si esprimeva – si diceva un tempo – in “politichese”, il quale quanto meno era un linguaggio che non diceva nulla ma lo diceva bene. Qui siamo ormai alla gara di rutti da bettola di infima specie, se non ancora oltre. Un lessico anticulturale e anticivico che erompe dalle pance e parla alle altre pance sodali, vantandosene per giunta. Oppure – e così torno a ribadire la mia più solida convinzione in merito – l’effluvio di un organismo istituzionale morto ormai da tempo, che dunque mai nelle parole attraverso cui si manifesta potrà palesare una qualche forma pur residua di vita politica. Amen.

P.S.: la vignetta in testa al post è del 2009 – dieci anni fa, già. Per dire come, altra cosa tutta italiana, nel paese i problemi non si risolvano mai ma vengano sempre resi la “normalità”, così aggravandoli sempre più ma con sempre meno coscienza di ciò.

Goodbye Italy!

Ma, voglio dire, se uno da tanto tempo e a fronte di prolungate ponderazioni non si sente più affine in senso culturale alla società in cui si ritrova a vivere, se non si riconosce più (e riguardo alcuni non si è mai riconosciuto) nei valori che la società dichiara per sé stessa “fondanti” – i valori storici ma soprattutto i “valori” contemporanei -, se non si ritrova in buona parte dei comportamenti, costumi, usanze, modus vivendi della maggioranza dei connazionali, se il più delle volte non ne condivide le idee, le opinioni, i giudizi, le convinzioni, se ritiene di non poter e voler avere assolutamente nulla di che spartire con alcuni di essi che invece da tanti altri vengano ritenuti “esemplari”, se i suoi princìpi si palesano radicalmente differenti da quelli della “maggioranza”, se non si sente rappresentato dalle istituzioni pur accreditando il massimo e indiscutibile rispetto a esse, se si riconosce (antropologicamente) nel mondo che ha intorno ma non riconosce molti che in quel mondo si ritrova a fianco, se si sente straniero in patria o, ancor più, alieno tra tanti “umani” giuridicamente connazionali… se persino quando gioca la nazionale di calcio del paese in cui vive, da sempre portata a elemento di coesione dello stesso, vi tifa contro… Ecco, se uno elabora consapevolmente per se stesso tutto ciò e per giunta, last but non least, se la patria non si può scegliere ma la si ritrova “attaccata” addosso, insomma, perché deve essere obbligato a dichiararsi cittadino di quella patria e del relativo stato? Se pur la suddivisione geopolitica del mondo in cui viviamo è basata quasi sempre (nel bene e nel male) sul concetto di “stato-nazione” e se di quella nazione afferente a un certo stato non ci si sente più parte – non avendo avuto modo di poter scegliere diversamente, appunto – è moralmente, eticamente, culturalmente, filosoficamente giusto dover dirsene parte? O nella sostanza, al di là dei meri aspetti funzionali e pratici, è un vero e proprio controsenso civico e morale?

Quando la metà di un popolo porge l’altra guancia alla metà che lo schiaffeggia, e tu non appartieni a nessuna delle due metà, ti conviene cambiare popolo il più presto possibile, perché da un lato e dall’altro della barricata sarai così cristallinamente solo che la parola battaglia non avrà né suono né significato né spessore né destino.” (Olap Mavek, De profundis, 2015.)

Ma quali politici e musei d’Egitto!

Bene, benissimo! Finalmente la politica si occupa di cultura, e lo fa da par suo, con la mirabile “cognizione di causa” che essa sola possiede sul tema, in ItaGlia!

Ora, però, per coerenza ci si aspetti, ad esempio, che il Castello di Sammezzano venga traslocato fuori dai confini nazionali in quanto edificato in stile moresco ovvero architettonico islamico ergo contrario alla nostra “gloriosa” tradizione italico-cristiana, o che la stessa sorte tocchi alla Basilica di San Marco di Venezia, che assomiglia vergognosamente troppo alla Basilica dei Santi Apostoli di Costantinopoli – l’ignobile capitale dell’impero islamico ottomano! – oppure che la torre del paese fantasma di Consonno venga abbattuta in quanto terroristicamente denominata il minareto. Inoltre, che si faccia subito chiudere il Palazzo del Quirinale, che ebbe la sfrontatezza di ospitare, nel 2015, una mostra sull’arte della Civiltà Islamica.

(Christian Greco, foto di Nicola Dell’Aquila tratta da http://www.artribune.com)

Eppoi, ben fa la politica a mettere in luce una tale assurdità: come si può nominare a capo di un museo italiano un direttore specializzatosi in una disciplina come l’egittologia, innegabilmente araba?! Solo perché il museo in questione si chiama “Egizio”? Non è forse l’Egitto un paese di cultura arabo-islamica?

Anzi, diciamocela tutta: cos’è tutta questa cultura tra i piedi del paese? Tutti questi musei, le istituzioni culturali, le mostre, i teatri, e pure i libri e la lettura, la musica colta, il cinema di pregio… per non dire di quei degenerati degli artisti! Tutti elementi nocivi, pericolosi, sovversivi, da eliminare quanto prima! Di sicuro la politica ne è ben conscia, dimostra di esserlo quotidianamente, e altrettanto sicuramente agirà in tal senso con fiera risolutezza italica!

(A tal punto si raccomanda di cantare l’Inno di Mameli, facendo consueta attenzione a storpiarne il testo e, naturalmente, a omettere del tutto le strofe successive alla prima.)

P.S.: per chi non capisse il senso idiomatico del titolo, legga qui.

Produrre cultura per produrre futuro… con Simona Piazza questa sera in RADIO THULE, su RCI Radio!

radio-radio-thuleQuesta sera, 10 aprile duemila17, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 13a puntata della XIII stagione 2016/2017 di RADIO THULE, intitolata La politica culturale 3.0!
Inutile rimarcarlo: nell’Italia di oggi è fin troppo presente un deficit culturale diffuso che incide in maniera pesante sullo stato sociale e civico del paese. Ciò rende ancor più fondamentale di quanto già non fosse in passato la produzione di cultura, in primis da parte delle istituzioni pubbliche, nell’ottica di ciò che in effetti la cultura primariamente è, ovvero uno dei più importanti investimenti che la politica (nel senso originario del termine) può mettere in atto per il bene della comunità sociale di riferimento. Ma come si può efficacemente produrre “cultura”, oggi? Come si può strutturare l’offerta culturale in modo che realmente diventi un investimento sia dal punto di vista economico che civico? In che modo si può ridurre e poi eliminare quel deficit culturale diffuso, al contempo facendo della cultura un prezioso elemento di benessere sociale?
Ne parleremo, in questa puntata di RADIO THULE, con un prestigioso ospite: Simona Piazza, Assessore alla Cultura e alle Politiche Giovanili del Comune di Lecco ma, ancor prima, operatrice culturale di professione, facendo della città lariana un esempio di come si possa lavorare per formulare risposte alle domande suddette, mettendo al contempo in luce l’importanza della cultura in senso generale e in quanto “istituzione assoluta” senza la quale una società civile non può definirsi realmente tale.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!