Sopravvivere allo sci

Inverno per molti fa rima con sci e snowboard. Attività sulle quali puntano diverse destinazioni turistiche invernali. Ma le alte temperature che si stanno registrando in questi giorni, e che hanno caratterizzato il 2022, potrebbero portare le stazioni sciistiche a basse e medie quote a dover trovare un’alternativa allo sci per sopravvivere. «Abbiamo vissuto l’anno più caldo dall’inizio delle misurazioni. Queste condizioni saranno la nuova normalità», avverte Thomas Egger, presidente del Gruppo svizzero per le regioni di montagna (SAB). «Sotto i 1600 metri, l’innevamento non è più assicurato», afferma Egger in un’intervista odierna al “Blick”. Ecco perché, a suo giudizio, «le stazioni che basano le proprie fortune sugli sport invernali dovrebbero reinventarsi».
«Gli impianti di risalita situati a bassa e media altitudine sono spesso confrontati con grandi difficoltà finanziarie. I comuni possono metterci una pezza, ma questo non li salva a lungo termine; inoltre – fa notare Egger, – si tratta di denaro che potrebbe essere utilizzato meglio». Ad esempio, prosegue l’esperto, per sviluppare i comprensori sciistici ad alte quote, se necessario facendo concessioni per la tutela della natura e del paesaggio. Le stazioni collocate più in basso potrebbero dal canto loro sfruttare questi soldi per mettere in atto nuove offerte, invece che concentrarsi unilateralmente sul turismo dedicato allo sci alpino. Egger non ritiene che i cannoni per l’innevamento artificiale siano una soluzione sostenibile. «In primis, deve fare freddo per poter produrre neve. Secondo, il loro consumo di energia è elevato e, terzo, l’acqua sta diventando sempre più un fattore limitante».

(Da Le stazioni sciistiche devono trovare un’alternativa per sopravvivere, articolo di Chiara Zocchetti pubblicato su “Ticino News” il 27 dicembre 2022.)

Per la cronaca, nemmeno Thomas Egger è un «ambientalista integralista» o altro del genere e tanto meno il SAB è un’associazione “ambientalista” ma è l’Ente federale svizzero delle regioni di montagna – similare per molti aspetti all’Uncem italiana – la cui attività è mirata a favore dello sviluppo sostenibile dei territori montani e delle regioni rurali della Svizzera. L’associazione rappresenta gli interessi politici in questo settore ed è coinvolta in numerosi progetti di sviluppo delle comunità alpine svizzere. Ecco, è bene rimarcarlo per certi “commentatori” col dito inquisitore puntato.

Per ulteriore cronaca, visto che l’articolo fa riferimento alla realtà elvetica, ricordo che in Svizzera i contributi pubblici agli impianti sciistici sono minimi e in molti cantoni addirittura assenti. All’opposto della realtà italiana, già.

Colere, un altro ostaggio dello sci?

Lo stop agli impianti di Colere penalizza tutta la Val di Scalve, dove gli operatori confermano un netto calo delle presenze, legato anche ad altri fattori (clima e calendario poco favorevole ai «ponti»). Il turismo stagionale, quest’anno, legato alla fruizione degli impianti di risalita, è completamente scomparso.

Qual è la vera notizia che si ricava da questo articolo de “L’Eco di Bergamo”? Non quella che si potrebbe superficialmente leggere e ricavare dalla mera cronaca riferita, ovvero non che la Val di Scalve è in crisi per la chiusura degli impianti di Colere, principale località sciistica della valle, ma perché negli anni non si è stati in grado di pensare, progettare e sviluppare un’adeguata alternativa turistica, di frequentazione e di fidelizzazione al territorio, così come accaduto in numerose altre zone montane che sono state forzatamente soggiogate alla monocultura sciistica – anche grazie all’iniziale consenso altrettanto forzato dei locali, certamente – e ora, nella realtà economica e climatica che stiamo vivendo, si trovano nella stessa condizione di crisi e di abbandono.

Dunque, che si fa? Andiamo avanti con quella monocultura sciistica ormai sempre più insensata e rovinosa, oppure proviamo a pensare a un futuro finalmente consono, benefico e vantaggioso per le nostre realtà montane?

Per la cronaca, pare che gli impianti di Colere, in ammodernamento, verranno riaperti per l’inverno 2023/2024. Bene, buon per loro, ma ciò non risolve di certo la questione da me posta, anzi, in qualche modo ne perpetra gli effetti potenzialmente nefasti per l’intero territorio. Dunque, la Val di Scalve resterà “ostaggio” dello sci, e nulla contano né conteranno la bellezza e il valore del suo territorio al di fuori degli impianti e delle piste per chi lo gestisce e per chi lo frequenta? Anche a quest’altra domanda una valida risposta è quanto mai necessaria.

[Panorama dell’abitato di Colere, ai piedi del versante nord della Presolana. Immagine tratta da valdiscalve.it.]

Cronache del cambiamento (climatico): futuri disoccupati delle montagne?

[Foto di Yann Allegre su Unsplash.]

Tempi duri per i maestri di sci e di snowboard. L’assenza di neve, infatti, influisce in maniera pesante sulle loro attività. In particolare, a essere penalizzati sono i professionisti senza un’attività propria parallela.
Ogni inverno, a Les Paccots (FR), una quarantina d’istruttori venivano mobilitati durante le prime tre settimane della stagione. Per una ventina di loro, le lezioni di sci sono l’unica fonte di reddito. Purtroppo, però, quest’anno la stagione è iniziata in ritardo.
«Due o tre sono riusciti ad andati a lavorare in Francia durante le vacanze, ma per molti è una grossa perdita di reddito», lamenta Yves Büchler, direttore della scuola di sci di Paccots. «Incrociamo le dita affinché la neve scenda. Ma, guardando in prospettiva, con il passare degli anni la situazione sarà sempre più complicata», afferma Jefferson Dumas, uno degli istruttori.

[Dall’articolo La mancanza di neve costringe gli istruttori a licenziarsi pubblicato su “Tio.ch” il 9 gennaio 2023.]

I maestri di sci: ennesime vittime – loro malgrado – della monocultura dello sci nell’epoca del cambiamento climatico? Potrebbe essere una questione marginale, certo, ma è a sua volta emblematica riguardo gli stravolgimenti in corso sulle nostre montagne, tanto inesorabili (salvo inopinati miracoli climatici) quanto ancora poco o nulla analizzati, compresi, gestiti parimenti all’elaborazione della conseguente, necessaria resilienza socioeconomica – oltre che ambientale. Che succederà, dunque?

(Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo di “Tio.ch” nella sua interezza.)

Cronache del cambiamento (climatico): niente più sci a Natale

[Monte Pora, Prealpi Bergamasche, 1880 m, alle 12.30 del 2 gennaio 2023. Immagine tratta da piandeltermen.panomax.com.]

Il costante aumento delle temperature sta compromettendo sempre di più il futuro delle stazioni sciistiche. Secondo uno studio dell’Università di Basilea, nei prossimi decenni non sarà più possibile sciare sotto Natale, neppure ricorrendo alla neve artificiale.
Per analizzare l’impatto del cambiamento climatico e le ripercussioni a lungo termine per le stazioni sciistiche, i ricercatori hanno preso come riferimento la destinazione turistica di Andermatt-Sedrun-Disentis, a cavallo tra Uri e Grigioni. I risultati dell’indagine sono stati poi recentemente pubblicati sulla rivista scientifica “International Journal of Biometeorology”.
Secondo lo studio, l’innevamento artificiale garantisce lo svolgimento di una stagione sciistica della durata di 100 giorni, almeno per quanto riguarda le località ad alta quota. Tuttavia, per i prossimi decenni i ricercatori stimano che anche gli impianti di risalita situati a più di 1’800 metri sopra il livello del mare avranno difficoltà ad essere operativi sotto Natale, dato che durante il periodo che precede le festività, spesso le temperature non sono sufficientemente basse per garantirne l’apertura.

(Da Non sarà più possibile sciare sotto Natale, pubblicato su “Tio.ch” il 28 dicembre 2022. Cliccate qui per leggere l’articolo nella sua interezza.)

Il Vallone a quota 17.000

[Immagine tratta dalla pagina Facebook Varasc.it. In Val d’Ayas dal 2004.]
Gli ultimi giorni del 2022 hanno portato una bellissima “notizia”: la petizione per dire NO al folle progetto funiviario nel Vallone delle Cime Bianche in Valle d’Aosta, uno degli ultimi territori d’alta quota incontaminati e non ancora turistificati in questa parte delle Alpi, ha raggiunto e superato i 17.000 firmatari – al momento in cui scrivo questo post ne conta 17.136. E crescono continuamente, giorno dopo giorno: sempre più persone alle quali sta a cuore il meraviglioso Vallone così come ogni altro territorio naturale ancora intatto, sulle montagne e non solo, che decidono di manifestare la propria opinione e dimostrano come sia giunta inevitabilmente l’ora di cambiare certi paradigmi turistico-imprenditoriali con i quali ancora oggi, come fossimo fermi a cinquanta o sessant’anni fa, vorrebbero sfruttare e svendere il territorio naturale patrimonio di tutti per ricavarci meri tornaconti a vantaggio di pochi, in barba a qualsiasi considerazione sulla realtà che stiamo vivendo e che dovremo affrontare nel prossimo futuro.

Se non l’avete ancora fatto, vi invito a sottoscrivere la petizione (la raggiungete anche cliccando sull’immagine qui sotto): come ho scritto altre volte, non si tratta solo di salvaguardare “un” Vallone sui monti valdostani ma di mettere le basi per la protezione di tutte le nostre montagne da qualsiasi pericolosa speculazione e per sviluppare una frequentazione turistica consona, sensibile, rispettosa e pienamente consapevole della grande e delicata bellezza che lassù si trova e che, ribadisco, è un patrimonio di tutti noi.