Ultrasuoni #1: Bowie, Ashes to Ashes

Nella mia appassionata riscoperta della musica anni ’80 – l’ultimo periodo nel quale il pop lo si può considerare un genere artistico, prima dello svacco successivo (con eccezioni rarissime) – un posto fondamentale non può che averlo l’alieno Bowie e, tra i tanti suoi brani notevoli, Ashes to Ashes ultimamente mi risuona in mente con costanza.
Delicata eppure vibrante, coinvolgente e a mio parere non così malinconica come viene ritenuta, quasi ipnotica con quell’andamento cantilenante, da filastrocca vagamente psichedelica (e pure il testo ci mette del suo al riguardo), è uno di quei brani le cui armonie, solo all’apparenza semplici, ti si piazzano in mente al primo ascolto e, decenni dopo, basta riascoltarle per rigenerare le percezioni e le emozioni di quella prima volta, anzi: queste si palesano in modo ancor più intenso, “maturate” e migliorate dal tempo dacché superiori ad esso. È ciò che accade sempre (ma di rado) per la grande musica (rara, appunto), che non sente il passare del tempo e, fosse pubblicato oggi, un brano come Ashes to Ashes, sarebbe ancora qualcosa di assolutamente particolare e distintivo.

Bowie è Bowie, d’altronde, un extraterrestre delle arti caduto sulla Terra per fare che la Terra cadesse ai suoi piedi. Imprescindibile, su qualsiasi lontano pianeta sia finito (o tornato), oggi.

Lo(ki)down

Questo è un LOCKDOWN:

E questo è un LOKI DOWN:

Per chi non capisse: Loki è il mio segretario personale a forma di cane. Oltre a svolgere le mansioni afferenti tale suo incarico, nel tempo libero coltiva due passioni principali: la distruzione del giardino del domicilio presso cui vive e le camminate in montagna. Questa in particolare è una passione assai fervida, tanto che il quadrupede peloso quando è in ambiente corre ovunque come un matto raddoppiando – se non di più – distanze e dislivelli percorsi, nemmeno dovesse osservare annusare addentare tutte le piante, i cespugli, i rami, le pietre, i fili d’erba presenti nel territorio attraversato. Poi, una volta rientrato al suo domicilio e dopo tutto questo correre forsennato, nel tempo di una manciata di minuti crolla esausto, addormentandosi ovunque gli capiti abbattuto dalla stanchezza – come nella foto lì sopra.
Ecco: “abbattuto”, in inglese down, appunto.

😄

(La foto di Milano è di Francesco Ungaro da Unsplash.)

Un silenzio raggelante

Il primo giorno di riprese si svolse nella prigione di San Quentin. Ero tutto emozionato all’idea di mettere piede in una prigione dove c’erano dei veri criminali: un luogo leggendario che conoscevo solo dai libri o dai vecchi film in bianco e nero. Di esordire come regista non me ne importava un accidente: era la prigione che mi affascinava. Il secondino ci informò che i detenuti erano pericolosi e che, se ci fosse stata una sommossa o se alcuni di noi fossero stati presi in ostaggio, avrebbero fatto di tutto per salvarci, tranne che liberare dei prigionieri. Mi sembrò curioso che, quando centinaia di prigionieri uscivano nel grande spiazzo, tutti i carcerati bianchi se ne stavano insieme da una parte, e tutti i neri dall’altra. Non diversamente da quanto succederebbe alla mensa di qualunque college americano, dissi in seguito in un talk show, suscitando un silenzio raggelante.

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.175. Il film delle cui riprese Allen parla è Prendi i soldi e scappa, del 1969.)

Artisti, occupatevi di cose serie!

La cosa divertente, quando si gira un film, è il fatto di realizzarlo, l’atto creativo. Gli applausi non significano nulla. Anche gli elogi più sperticati non ti evitano l’artrite e il fuoco di sant’Antonio. Ed è cosi terribile che qualcuno non impazzisca per il tuo lavoro? Che a qualcuno possa non piacere il tuo film? L’universo si sgretola alla velocità della luce e tu ti preoccupi di un tipo di Sheboygan secondo cui i tuoi film sono lenti? O una signora di Tuscaloosa scrive che sei un genio e tu credi che la sua opinione ti renda pari a Rembrandt o Chopin? Occupati di cose serie.

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.192.)

L’autunno dentro

Il bello dell’autunno, e di vivere i suoi momenti, è che a volte ti dà una sensazione come quando fuori tira un vento freddo e ti ripari in una baita entro la quale il fuoco che danza e crepita in un bel caminetto diffonde un gradevole tepore e una delicata ma vivace luminosità. Solo che il tepore e la luce te li fa percepire dentro quando sei all’aperto – ad esempio di fronte a visioni come quella lì sopra, nella placida quiete d’un pomeriggio montano.

P.S.: sì, quest’anno mi sento particolarmente affine all’autunno e mi viene da scriverne spesso. Chissà perché.