La condanna perenne di Adamo per Eva

[Immagine tratta da blog.pianetadonna.it, fonte qui.]
Quando leggo e sento per l’ennesima volta notizie riguardanti casi di femminicidio nella maggioranza dei quali l’omicida è il marito, l’uomo che la vittima ha sposato e con il quale formava una famiglia giuridicamente riconosciuta – altrimenti detta “tradizionale”, come impone la morale cristiano-cattolica così diffusa, qui – puntualmente mi ritornano in mente le considerazioni che il cattolicissimo James Joyce scrisse già a inizio Novecento (ne ho già disquisito qui e qui, tempo fa) su come la “famiglia”, per come venga intesa e plasmata da diktat ideologici, luoghi comuni, convenzionalismi e disimpegni morali celati dietro presunte “sacrosante verità” ovvero intrisa di quella «meschinità che pare governare i rapporti umani e in particolare quelli protetti dall’istituzione matrimoniale, che paiono essere privi di un qualsiasi valore» (parole di Joyce, sì), il tutto virato ancora oggi in chiave moralistica e patriarcal-maschiocentrica, conosce (e conosceva già allora, appunto) una cronica, irrefrenabile tanto quanto inevitabile e inquietante decadenza.

In forza di questo suo precarissimo equilibrio, niente affatto primigenio ma indotto nel tempo da tutte le suddette pericolose devianze, che hanno avviluppato e incredibilmente avviluppano tutt’oggi la “famiglia tradizionale” di conformismi e ipocrisie, pretendendo di difenderla ma in verità disgregandone senso e sostanza, appena quell’infido castello artificiale di “verità” perverse costruitole sopra comincia a oscillare, sgretolarsi, perdere pezzi (e non ci vuole molto: basta ad esempio che la donna rivendichi il diritto di essere se stessa, molto semplicemente), ecco che la “famiglia” rapidamente implode, l’equilibrio artificioso si rivela una condizione di sproporzione iniqua e tutta la “moralità” introiettatale dentro a forza inesorabilmente diventa violenta disumanità contro l’elemento femminile che in essa si crede (ancora oggi, ribadisco) inferiore, “legittimamente” sottomesso e fonte della “colpa originaria” – siamo ancora fermi alla storia della maledetta Eva che frega il “probo” Adamo ascoltando il diavolo e cogliendo la mela, insomma. È d’altro canto questa una violenza già ben presente nelle basi del concetto ancora così diffuso di “famiglia tradizionale”, quantunque nessuno di chi lo perpetra e difende avrà il coraggio di ammetterlo: convinzione, questa, smentita (da anni, ormai) dalla realtà dei fatti e dalla sua oggettività criminale – ma l’analfabetismo funzionale al riguardo è a livelli deprecabilmente alti, è noto.

Una tale realtà dei fatti la si ribalta – perché è da ribaltare totalmente, definirla solo da “cambiare” è puro esercizio eufemistico – non tanto con nuove o più severe leggi, come ogni volta si torna a dire (leggi che ci sono già e, a quanto pare, non rappresentano affatto un deterrente in tali situazioni così deviate) ma con tanta, tanta, tanta cultura, da diffondere e sviluppare fin dall’età scolastica per renderla abbastanza forte da eliminare radicalmente quei “centri di pensiero” (politici, religiosi, ideologici, sociali, eccetera) che ancora rappresentano e diffondono le basi ideologiche “tradizionali” al riguardo. E poi la si ribalta pure con tanti, tanti, tanti uomini. Veri, intendo dire, e veramente consapevoli di cosa sia l’uomo nei riguardi della donna e della società formata da entrambi anche a prescindere da formalismi tradizionali a volte ormai culturalmente sterili, e non burattini alienati che in men che non si dica, e in totale assenza di personalità e di reali capacità cognitive (annullate proprio dall’incultura diffusa, vedi sopra), si trasformano in barbari assassini. Uomini veri, sì: tuttavia, roba forse troppo rara da trovare, in certe situazioni della nostra contemporaneità.

Una certezza, praticamente

Una tragica verità che i membri della minoranza etnica “Tk’emlúps te Secwépemc” (dei nativi della British Columbia meridionale, in Canada) sospettavano da decenni è venuta alla luce in tutta la sua macabra crudeltà: i resti di 215 bambini sono stati trovati vicino a quella che un tempo era la Kamloops Indian Residential School, uno degli istituti del sistema delle cosiddette “Indian residential schools”, una rete di scuole fondate dal governo e amministrate dalle Chiese cattoliche che rimuovevano i figli degli indigeni dalla loro cultura per assimilarli nella cultura dominante.
Lo riporta la Cnn, che ricorda anche che i bambini che si trovavano in queste scuole erano spesso oggetto di abusi sessuali e fisici, e molti di loro pagarono con la vita la loro unica “colpa” di essere diversi.
La Kamloops Indian Residential School, una delle più grandi del paese, iniziò l’attività alla fine del 19esimo secolo sotto la gestione della Chiesa cattolica prima di passare sotto il controllo del governo nella seconda metà degli anni Sessanta e di chiudere i battenti nel 1978.
[…]
Secondo un rapporto del 2015 pubblicato dalla Commissione per la Verità e la Riconciliazione, molti dei bambini che frequentavano queste scuole non ricevevano nemmeno cure mediche adeguate, ed alcuni morivano di tubercolosi. La Commissione stima che in un periodo di vari decenni oltre 4’000 bimbi hanno perso la vita in queste scuole.

La “chiesa cattolica”, già.

Ogni qualvolta nel mondo occidentale salta fuori una storia del genere, in tutta la sua spaventosa realtà, la chiesa cattolica quasi sempre c’è, ne è pienamente e attivamente coinvolta.

Come scrisse bene Carlo Dossi,

Il Diavolo ha reso tali servigî alla Chiesa, che io mi meraviglio com’esso non sia ancora stato canonizzato per santo.

(Note azzurre, 1870/1907, postumo 1912-64.)

Oppure, forse, a voler restare nella stessa ironica allegoria del Dossi, che il “male” sia il Diavolo è solo un’altra delle secolari e funzionali bugie diffuse e imposte dalla chiesa. Verrebbe proprio da crederlo, sì.

P.S.: immagine e citazione tratte da questo articolo di Tio.ch.

Lezione di vita n°121.389

Quando desideri ardentemente, entusiasticamente, irresistibilmente qualcosa, come se senza di essa non potessi più vivere e poi finalmente la ottieni, quella cosa facilmente finirà per generarti un sacco di problemi.

Se invece vuoi qualcosa ma senza troppa convinzione, qualcosa che sì, sarebbe interessante avere ma nemmeno più di tanto, alla fine quella cosa si rivelerà importante e bellissima fino al punto di cambiarti la vita.

Vergogna di genere

[Johann Heinrich Füssli, “Le tre streghe” (1782-83), Kunsthaus Zurich.]
E comunque, ogni volta che (l’ultima ieri, in un video recente sul web) sento uno o più uomini che disquisiscono pubblicamente di diritti delle donne, aborto in primis, con tono quasi sempre pontificante e ammonente quando non accusatorio (d’altronde è assai raro che non sia così o che non siano uomini a parlare in tal modo), mi vergogno profondamente di essere un loro pari genere. Non solo per ciò che dicono, ma quasi di più per cosa dimostrano di essere.

Poi, certo… poi, dopo la vergogna, monta lo schifo. E le reazioni conseguenti. Ecco.

“Il giorno in cui sono morto”, un racconto inedito (2a parte)

Per sapere cosa diavolo* vi state accingendo a leggere (e per leggerne la prima parte), cliccate QUI!

*: Beh, in effetti tale espressione non è troppo consona a quanto leggerete. Fatelo, e capirete che intendo dire.

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Il giorno in cui sono morto (2a parte)

Porca puttana, morto!
Ero morto sul serio!
Di colpo mi sovvenne che tra una settimana mi sarebbe scaduta l’assicurazione della mia auto: come diavolo facevo a pagar… oh, beh, che idiota. Il problema non sussisteva più, ora. Cioè, voglio dire: certo, mi stavo per suicidare, essere effettivamente trapassato non avrebbe dovuto sorprendermi più di tanto. Tuttavia pensavo a qualcosa di più… più classico, e più suggestivo, ecco. Eppoi te l’ho detto, avevo piazzato il cuscinone ad aria di mio cugino sotto il ponte. Insomma, se ne dicono di cazzate nella vita, non è che si debba sempre prendere tutto alla lettera. Cioè, sì, si dovrebbe, spesso è giusto farlo, ma anche no…
Mi riebbi con un sussulto dalla mia solita incoerenza: fosse quel che fosse, c’era poco da fare. Anzi, nulla. Ero morto, punto. Mi rabbuiai parecchio e abbassai lo sguardo a terra, in parte incazzato, in parte abbacchiato. Mortificato, dovrei dire.
Rimasi in silenzio per tutto il resto del tempo, fosse stato un minuto o 150 anni (vedi sopra, ribadisco), avanzando lentamente con tutta la mia colonna di… beh, cadaveri, dacché tali eravamo. Quale estremo, disperato tentativo di “fuga” da quella realtà – se tale si poteva definire – mi chiesi, visto che appunto eravamo tutti quanti cadaveri, perché dunque non puzzassimo terribilmente, come s’addiceva; a dire il vero la domanda mi parve dotata d’una logica un po’ traballante, in ogni caso ci riflettei un attimo (o qualche lustro, mah!) e mi risposi che, a pensarci bene, il maiale che è nato e vive nel fango della porcilaia insieme ad altri maiali lordi come lui mica ritiene di essere sporco. Tale risposta mi sembrò in effetti più logica della domanda, dunque la piantai lì con quelle vane elucubrazioni e mi rituffai nel silenzio più assoluto, ciondolando le lunghe maniche fuori taglia della mia divisa, o che accidenti d’altro fosse. Ogni tanto gettavo un’occhiata intorno, ma con tutta quella massa di persone divisa per innumerevoli file mi pareva sempre d’essere fermo nello stesso punto. Un punto morto, ecco! – vabbé, lascia stare, posta la situazione in cui ero mi perdonerai quell’autoironia un po’ demente.
Quando sollevai di nuovo lo sguardo, notai invece che avevo davanti solo tre altri individui: il tabellone luminoso sopra il banco in testa alla fila segnava il numero 5486844611574452. Non potevo oltrepassare la riga gialla sul pavimento – uhm, anche qui ‘ste noiose disposizioni? – ma cercai di vedere e capire che mi aspettava. C’era una donna seduta al banco, anzi, un donnone assai corpulento dal fare matronale con indosso una specie di grembiule bianco orlato da ricami azzurri che a fatica conteneva l’abbondante seno, permanente bionda (tinta, si vedeva la ricrescita) e trucco piuttosto vistoso. Lavorava alla tastiera di un qualcosa che per certi versi ricordava un registratore di cassa d’antan e per altri un computer, masticando rumorosamente un chewing gum. Poco dopo, quando avevo davanti un solo altro individuo, notai sulla sua schiena due ali piuttosto piccole, tali e quali a quelle che avrebbe disegnato un bambino se gli si fosse chiesto di disegnare un paio d’ali d’angelo: ma dalla visione di esse e di tutto il resto non ci desunsi nulla. In verità, non sapevo proprio che pensare.
Finalmente, il numero 5486844611574455 lampeggiò sul tabellone: toccava a me. Mi feci avanti, abbozzai un sorriso, tossii leggermente per schiarirmi la voce; la tizia non mi degnò del minimo sguardo.
«B-buongior… buonasera… ehm… mi chiamo Ca…»
«Numero!» intimò quella, con tono così secco che al confronto uno stoccafisso congelato mi sarebbe parso più morbido d’una sciarpa in cashmere. Presi a dettarglielo.
«Lo so!» mi interruppe a metà numero con immutata perentorietà.
«Bene, signor Incerti,» riprese, pronunciando il mio cognome con un tono che in altra situazione avrei ritenuto ironico, «vediamo un po’ che ha combinato, nella sua vita…». Non mi aveva ancora degnato d’una sola occhiata; io invece adocchiai sul monitor che aveva davanti il numero che avevo tentato di dettarle prima, il cognome e altre cose che invece non distinsi.
«Celibe, senza figli… scarsa applicazione scolastica… All’età di 15 anni aveva già visto almeno una cinquantina di film per adulti…»
«Uh? Io? Ehm…» Ad ogni cosa che citava, la tizia scriveva sulla tastiera; sul monitor intravedevo un numero che aumentava o diminuiva a ogni nuovo inserimento – come un punteggio, ecco.
«Alcuni furti non scoperti… Una rissa in discoteca… Qualche spinello tra amici…»
«Eh? Furti? Ah, ma lei si riferisce al cuscinone? No, ma quello me l’hanno prest…»
«Silenzio!» mi sibilò, e la obbedii. Peraltro, non nego che quel così florido seno che ad ogni movimento della tizia pareva animarsi e ancor più gonfiarsi mi distraeva parecchio. Certe cose pure per un morto conservano il loro bell’imperituro “perché”: sai, non a caso si usa dire morto di f… beh, lascia stare.
«Bene, ma guarda…» riprese la pettoruta matrona continuando a battere sulla tastiera, «…favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, gestione di giri di escort per clienti facoltosi, riciclo di denaro sporco presso depositi bancari nascosti e paradisi fiscali…»
«Eeh??? Ma chi, io?»
«Organizzazione di turismo sessuale… tangenti ad alti esponenti diplomatici…»
«No, ehi, ehi! Si fermi un attimo, io tutte quelle cose mica le ho…»
«Zitto, bellezza! Ti ho dato il permesso di parlare, io?»
«Ma io non ho assolutamente fatto tutte quelle cose orribili! Io non…»
«Ma se non hai smesso un attimo di guardarmi le tette! Tzé, il solito ipocrita.»
«Beh, ecco… ma che centra, quello? Io quelle cose che prima ha elencato non…»
«Taci, stronzetto» mi disse, con un tono così tagliente che avrebbe affettato la produzione annua di un salumificio con un colpo solo. «Ma sei fortunato, vedo, come lo sono sempre tutti i culi marci come te. Guarda lì: nipote del cardinal Michelangelo Incerti… Bella raccomandazione, eh?!»
«Raccoman… nipote di un cardinale? Io?»
«Certo, caro il mio bel signor Carlo Massimo Incerti! Sei l’ennesimo merdoso r-a-c-c-o-m-a-n-d-a-t-o! Ecco qui,» e pigiò con teatralità un tasto, «un bel punteggio da secondo cielo. Pensa te!»
«Ma… ma io mi chiamo Carlo Maria, non Carlo Massimo!» urlai quasi, attirandomi addosso gli sguardi di buona parte di quelli che avevo intorno. Fu in quel momento che, per la prima volta da che le fossi lì di fronte, la tizia alzò lo sguardo per osservarmi; quindi, appena dopo, prese a osservare con un certo sconcerto la tuta oversize che indossavo.
«Ehi, che razza di taglia ti hanno dato? Vorrai mica andare in Paradiso vestito in quel modo così ridicolo?» mi fece.
«Ma che vuoi? Me l’avete dato voi ‘sto cazzo di scafandro, eh!» ribattei con tono fin troppo esagitato. La donnona mutò subito lo sguardo da piuttosto sconcertato a parecchio sbieco: al confronto quello di un cobra un attimo prima di attaccare la sua preda sarebbe stato degno di una delle puntate più commoventi di Remì. Quindi, con gesto assai teatrale, la vidi premere un grosso pulsante rosso accanto a quel coso, quel computer a forma di registratore di cassa: senza che nemmeno capissi come, quattro energumeni, indossanti la stessa pseudo-uniforme militare azzurra del tizio che mi aveva “accolto” all’entrata di… di qualsiasi posto fosse quello, mi sollevarono da terra e mi portarono via – cioè, insomma: non è che sentii la loro presa addosso, ma ebbi la netta sensazioni di non toccare più terra… finché non mi trovai in un ambiente totalmente buio, seduto a non capivo cosa, percependo lì intorno a me la presenza di qualcuno senza tuttavia vederlo. Poi, una luce abbagliante mi si accese in faccia d’improvviso: d’istinto pensai alle testimonianze di quelle persone che raccontavano, durante stati d’incoscienza e di coma, d’essere stati avvolti da luminosità più o meno abbacinanti, avvalorandole quali prove di esperienze soprannaturali e oltremondane, ma quando gli occhi presero ad adeguarsi a quel gran bagliore sparatomi addosso vidi in esso la chiara forma di una grossa lampada da tavolo. Da 19,90 Euro, già – o meglio, ne avevo vista una simile in un supermercato poco tempo prima, in offerta a quel prezzo. Ma probabilmente non era la stessa.
«E dunque, caro il nostro signor Carlo Maria Incerti» prese a parlare una voce tonante e tesa, «voleva fare il furbo, eh?!»
«Io?» risposi, ma giusto per dire qualcosa.
«Voleva fregare il posto a qualcun altro, eeeh?»
«Freg…?!?»
«Cosa crede? Che il Paradiso sia per tutti, eh? E che si possa capitare qui e chiedere una stanza, come in un motel sull’autostrada?»
«Ma io non credevo assolutamente nulla, maledizione! Volevo solo suicidarmi in pace e stop, finita lì, mica pensavo al dopo! Facevo fatica persino a pensare al durante, per non dire al prima! Bah, quanto mai m’è venuto in mente di mettermi su quel ponte per farla finita! Per cosa, poi? Per giungere in ‘sto paradiso? Questo sarebbe il paradiso? Beh, se lo lasci dire signor… ehm… ecco, sarà, ma a me ‘sto paradiso sembra più un infer…»
«Basta! La smetta con le sue fregnacce post mortem! Frega il posto ad altri e vuole pure avere ragione!»
«Ma non è affatto così, io non…»
«Zitto! Il suo comportamento merita una punizione esemplare.»
Seguì qualche istante di silenzio assoluto. Tombale, ecco! (Ok, ok, la smetto con questa ironia idiota!) Poi la stentorea voce riprese a fluire da quel buio totale nel quale stavo.
«E’ deciso. La punizione sarà esemplare, e del tutto degna di quando era in vita.»
Non sapevo se avere paura o che altro. Insomma, da morto che altro di peggio poteva capitarmi?
«Carlo Maria Incerti, lei tornerà tra i mortali, sulla Terra!»
«C-come? Sulla T… cioè… in vita?»
«Tornerà in vita, e tornerà a fare ciò che faceva prima!»
«Torn…?!?»
«Aveva a che fare con la merda, vero? Conferma?»
«Oh, ehm, s-sì, ecco… non è bello da dire, ma effettivamente era ciò che mi faceva vivere.»
«Bene: reincarnazione sia! Così è deciso, amen!» tuonò tremendamente la voce. Oohccazzo, non potevo credere alle mie putrescenti orecchie! Tornavo sulla Terra! Tornavo in vita! Ahahah, incredibile! E la chiamavano “condanna”? Che cavolo, potevo tornare vivo e così cercare di raddrizzare la mia vita, di non commettere più errori al punto da decidere di farla finita. Ah, pure questa, che cazzata! A saperlo… Non avrei nemmeno chiesto in prestito il cuscinone di mio cugino. Che meraviglia: vivo! Di nuovo! E se avessi pure ritrovato quella fantastica ragazza supersexy, Esperanza… beh, insomma, wow! Ero troppo contento! La reincarnazione: ma allora era tutto vero, esisteva veramente! Ecchissenefregava se fossi tornato a occuparmi di merda: d’altro canto quello facevo, quella evidentemente era la mia sorte… ma da vivo, tornavo vivo! Vivo!
Già, vivo.
Ma come Geotrupes stercorarius. Uno scarabeo stercorario, così sono tornato sulla Terra. Avevo di nuovo a che fare con la merda, ma non come prima! Che cazzo avevano capito quelli lassù, o laggiù, dove maledizione stavano… Reincarnazione aveva detto: sì, certo, grazie! ‘Fanculo!
Mi incamminai per la città che a quel punto mi pareva un mondo ciclopico e spaventosamente pericoloso, ancorché assai fornito di quella materia che mi conferiva nome e peculiarità. Per attraversare una via secondaria ci impiegai non so quante ore! – anche per colpa mia, lo ammetto: la pallottola di cacca che avevo costruito e mi portavo appresso era tutta sbilenca; d’altronde, capirai, ero ancora alle prime armi. D’un tratto, poi, giunsi in prossimità di un grande palazzo, che conoscevo – nella vita precedente – come sede di qualche istituzione importante. Una grossa auto entrò nel cortile interno e ne scese un tizio parecchio corpulento con cappello e occhiali da sole, al quale, da una porta laterale, venne incontro un prelato, accompagnato da un altro torvo individuo.
«Ah, zio, eccomi finalmente!» disse l’uomo sceso dall’auto.
«Carlo Massimo! Ma, mi hanno detto dell’incidente…» gli rispose l’ecclesiastico.
«Già, ieri sera quasi a mezzanotte, sulla strada sotto il ponte. Merda, pensavo di lasciarci le penne, stavolta! Non so come, ma sono vivo. Vivo per miracolo, già!»
«Ah, meno male. D’altronde, sai bene che il qui presente cardinal Incerti su tale argomento ha buone conoscenze!» fece il prelato, allargando teatralmente le braccia e alzando gli occhi al cielo.
Carlo Massimo? E quello il cardinal Incerti? Oh porca puttana! – esclamai tra me e me (sempre che uno scarabeo stercorario possa “esclamare”, ovvio): era il tizio al quale, a quanto sembrava, avevo rubato il posto in paradiso! E capii pure il perché della tutona XXL che mi avevano affibbiato. Cercai di avvicinarmi per udire meglio.
«Ma le nostre cose…» riprese il prelato, ora più mellifluo.
«Sì, zio, ecco qui.» Estrasse guardingo una valigetta dall’auto, si guardò un attimo in giro, poi la mostrò ai due uomini. «Tutti in banconote di grosso taglio, come mi hai chiesto.»
«Bene, bene, bravo il mio nipote. Vedi, te l’ho detto: il tuo caro zio cardinale un posto in paradiso te lo fa tenere da parte, stanne certo!»
In paradiso? Dei tipi così loschi? E chissà poi quel denaro che origine sporca e criminale aveva! Altro che la “mia” merda: mi ricredo, sarà tale, la mia vita, ma almeno è onesta! Che schifo, che vergogna! – presi a ringhiare tra me (sempre che uno scarabeo stercorario possa ringhiare, già), a imprecare (sempre che uno scarabeo… eccetera eccetera) e a rodermi l’animo, al punto da non prestare più attenzione a quanto mi stava accadendo intorno e soprattutto all’auto che, risalitovi il nipote del cardinal Incerti, all’improvviso partì in retromarcia per uscire dal cortile e tornare sulla strada, spiaccicandomi mortalmente senza alcuna speranza.
Onesta la mia vita, già, ma proprio di merda! Innegabilmente, invariabilmente, ineluttabilmente di merda. In questo, lo devo ammettere, sono proprio stato coerente!
Ecco, ho finito di raccontarti di quel fottutissimo giorno. Ora sono qui, in coda. Questa volta sul mio biglietto c’è scritto “Sportello 569874 C – Numero 54868449988725877”
Un momento: non sarà mica ancora lo sportello di quella cicciona tettuta e acida?
E no, eh, cazzo!
Beh, sia quel che sia, vuoi un consiglio da amico? Goditi la vita e vedi di non morire alla svelta, che poi è un gran casino! Garantito, ormai l’ho capito bene.
(“Reincarnazione”! Ma vaffanculo, va’!)

(Fine!)